
a cura di ORNELLA DEMURU
Il sole in Belgio non si vedeva mai. Non vedevano mai il sole lì.
Io mai visto lo avevo. Le stelle, mai viste.
(Salvatore Carta – Austis)
Sono passati 69 anni dalla tragedia di Marcinelle in Belgio, l’incendio nel pozzo di Bois du Cazier dove morirono 262 minatori, 132 dei quali italiani.
Ma nessun sardo era presente in quel pozzo, e in quel giorno nessun sardo morì.
Ma di sardi ne morirono molti prima e ancora molti dopo nelle miniere del Belgio. Molti si ferirono, molti si ammalarono di silicosi.
Non se ne conoscono tutti i nomi, nemmeno tutti i decessi.
Le statistiche ufficiali per l’Italia parlano di 867 morti dal 1946 al 1963, vittime dirette di incendi, frane, scoppi di gas, cadute di ascensori. Escono da questa contabilità tutti quelli uccisi dalla silicosi, ma sono senza nome più di un terzo dei morti pure ufficiali. È un buco non chiarito nemmeno dagli storici.
I giornali se potevano tacevano, sia in Belgio che in Italia.
Era il 1945. Il governo belga si impegna a dare all’Italia 24 quintali di carbone fossile all’anno per ogni emigrato che si reca ad estrarlo dalle sue miniere. Secondo lo stesso accordo gli emigrati dovevano avere «un’età ancora giovane (non più di 35 anni) e un buono stato di salute».

Con il protocollo dell’anno successivo, firmato per l’Italia il 23 giugno 1946 da Alcide De Gasperi che è a capo del governo, la richiesta di emigrati venne portata a 50 mila operai: dovevano partire «a gruppi di 2.000 a settimana in cambio della fornitura annuale all’Italia di un quantitativo di carbone compreso tra i due e i tre milioni di tonnellate, a prezzo preferenziale», così si legge in una famigerata nota a verbale.
L’accordo prevedeva parità di salario e di trattamento pensionistico e sanitario fra minatori italiani e belgi e il diritto agli assegni familiari per le famiglie rimaste in Italia.
L’accordo sorvolava sulle reali condizioni di lavoro, per essere di nuovo preciso sui doveri degli emigrati: l’obbligo di rispettare la durata minima contrattuale di un anno, sotto pena addirittura della detenzione prima del rimpatrio, e il mancato rinnovo del passaporto oltre all’impossibilità di cambiare lavoro prima di aver trascorso in miniera almeno cinque anni.
Migliaia di sardi e fra di essi centinaia di disoccupati del Barigadu, del Goceano, del Marghine e della Planargia partirono, a volte da soli, a volte con le proprie famiglie.
Venivano sottoposti a visita medica, i sardi, a Cagliari e poi a Milano nei sotterranei della stazione, poi di nuovo fatti salire sul treno quelli ‘abili’ sino alla bocca della miniera alla quale erano stati destinati, naturalmente senza nessuna possibilità di scelta.
Anche gli ingaggi iniziali erano confusi, molti in realtà pensavano di essere assunti come muratori o manovali.
Non a caso molti di questi sardi hanno ripetuto sino alla morte di essere stati “venduti” e ingannati dal Governo italiano prima che da quello belga.
«Ma per due convogli che andavano, uno tornava», secondo la testimonianza di Pasquale Zaru, 91 anni, emigrato da Sorradile, ora a Bidonì.

Tornavano i tanti giovani che non se la sono sentita più di restare alla vista dei pozzi, delle “cantine” (parola belga che significa “mensa”) nelle quali sarebbe-ro dovuti andare a vivere, e che in realtà erano gli hangar nazisti utilizzati durante la seconda guerra mondiale per i prigionieri sovietici, grandi stanze dentro capannoni di lamiera di proprietà delle società minerarie, con bagno e cucina in comune, un letto con materasso e coperte, non erano riscaldate d’inverno, d’estate caldissime.
Nei pozzi le condizioni di lavoro erano disumane; prima della tragedia di Marcinelle, nel 1956, non erano in dotazione nemmeno le maschere antigas. Si lavorava per otto ore, e poi spesso si prestavano a fare un secondo turno, in cunicoli stretti, alti a volte solo 40 centimetri, a temperature anche di 45 gradi, sdraiati su un fianco con il martello pneumatico imbracciato, mentre una can-dela illuminava la scena.
Alla consumazione dei pasti erano dedicati 20 minuti.
Pochi fortunati venivano addetti alle fasi di lavorazione in superficie, riservate prevalentemente ai belgi.
L’emigrazione sarda verso le miniere belghe ha un altro grande impulso durante gli anni ’50.
È una delle epopee più terribili dei sardi, una delle più forti esperienze migratorie.
Nel 1972 i sardi che sono ufficialmente in Belgio sono 18.903.
Sfuggono sicuramente coloro che non registrano all’anagrafe del comune di provenienza il loro trasferimento.
Anche l’emigrazione successiva agli accordi del 1946 non è registrata da dati certi, nonostante la gran parte degli emigrati venissero regolarmente assunti, con contratti che passavano dall’ufficio di collocamento.
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Il bell’articolo di Ornella Demuro non solo racconta la terribile tragedia di Marcinelle, ma svela anche una delle più triste e brutte pagine della emigrazione italiana e che ha interessato tantissim sardi. Una pagina da non dimenticare. E bene ha fatto Tottus in pari a ricordarla e a consegnarla alla memoria delle nuove generazioni