
Andrea Ferrero Sette
di GUIDO GARAU
C’è una luce speciale in Andrea Ferrero Sette, e non è quella che i suoi occhi non vedono più dal 2010. È una luce che si accende nelle sue parole, nella sua risata, nella capacità di trasformare una diagnosi che avrebbe spezzato molti in un’occasione per diventare una persona migliore.
Nato a Cagliari nel 1971, laureato in economia nel 1996, Andrea aveva una vita che sembrava tracciata: commercialista, una professione solida, una strada sicura. Ma la vita, si sa, ha il vizio di cambiare le carte in tavola, e per lui lo ha fatto con una malattia degenerativa che, lentamente, gli ha rubato la vista. “Mi dissero che sarei diventato cieco,” racconta con quel tono che mescola leggerezza e profondità, come se stesse commentando una partita di calcio. “I miei genitori erano disperati. Io? Io sono un ottimista. Ero più preoccupato di capire cosa fare della mia vita che di perdere la vista”.
La diagnosi, arrivata nel 1998 grazie alla perspicacia della sua compagna di allora e di un’oculista attenta, non è stata un punto di rottura, ma un punto di svolta. “Avevo un problema esistenziale più grande della cecità: cosa voglio davvero? La malattia mi ha dato il tempo di elaborarlo”. E così, mentre la vista si spegneva, Andrea accendeva un falò contro il buio, attraverso una allegra resistenza che non si piega, una capacità di guardare oltre, anche quando il “vedere” è diventato un ricordo. Nel 2010, quando la cecità è diventata totale, ha lasciato il lavoro da commercialista. “Non era più la mia strada,” dice, con la serenità di chi ha trovato un altro sentiero.
Oggi Andrea lavora in un centro di ricerca regionale nell’area vasta di Cagliari, un ruolo che lo fa sentire vivo e parte di qualcosa di più grande. Ma è nella pittura che trova la sua voce più autentica. “Non sono un predestinato,” ride. “Non ero mica uno che disegnava da piccolo”. Tutto inizia per caso, nella tarda primavera del 2017, quando incontra Anna Lisa Carta, un’artista che vede in lui ciò che lui stesso non sospettava. “Mi dicevo: ‘Se non ci vedi un cazzo, cosa dipingi?’ Ma lei mi ha aiutato a ricordare i colori, a sentirli. I colori hanno un’anima, una forza”. Sua moglie Annalisa, con cui condivide una vita piena di amore, lo spinge: “Fallo per me.” E Andrea, con il pennello in mano, scopre un mondo. “Ho iniziato a usare le mani e si è aperto tutto. Ho l’immagine dentro di me, e la metto sulla tela”.
Da quel momento sono nate duecento opere, guidate dall’intuizione e dalla memoria, con l’aiuto di Anna Lisa Carta prima e di Massimiliano Ibba poi, collaboratori che hanno creduto nella sua arte senza mai vederla come un limite. “Quando dipingo, sto bene. Esprimo quello che ho dentro. Anna Lisa ha capito che la mia disabilità non era un ostacolo, ma una porta. E io mi diverto”. La sua ironia è un’arma gentile, un modo per sdrammatizzare senza mai sminuire: “Per via del mio cognome mi chiedono se sono parente di CR7. Beh, magari! Ma sono di Villagrande, mica di Madeira”.
Oggi Andrea si definisce un uomo fortunato. Ha una famiglia che lo ama, una moglie che è la sua ancora, genitori e fratelli sempre presenti, amici che non lo lasciano mai solo. “Certe cose mi mancano, certo. Non posso guidare, non sono autonomo. Vorrei vedere i volti delle persone che amo, i miei quadri. Ma la disabilità mi ha trasformato. Mi ha dato un ruolo: posso aiutare gli altri, e questo mi fa sentire utile”. La sua vita è una tela dipinta con i colori dell’ottimismo, dell’amore, della capacità di trovare bellezza anche quando sembra vincere il buio. “Sono una persona migliore, oggi,” dice, e non è difficile credergli. Perché Andrea Ferrero Sette non dipinge solo quadri: dipinge la possibilità di essere. E lo fa con una grazia di chi quando ha creduto di aver perso tutto ha iniziato a vedere.
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Un grande Andrea Ferrero Sette la luce lui l’ha dentro
Grazie, un forte abbraccio