
di FILIPPO PETRUCCI
In Italia la cittadinanza è regolata dalla legge 91 del 5 febbraio 1992 e fondamentalmente si diventa italiani se si nasce o si è adottati da cittadini italiani; si discende da italiani e dunque si è italiani.
Si può diventare italiani anche per matrimonio o se si è “[…] straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età” facendo domanda entro il diciannovesimo anno di vita. Centinaia di migliaia di figli di stranieri, benché nati e cresciuti nel nostro paese, restano di fatto stranieri fino al compimento del loro 18 anno.
Anche gli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e hanno un buon livello di italiano, redditi sufficienti al sostentamento, nessun precedente penale né motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica possono fare richiesta per acquisire la cittadinanza italiana.
Fino a due mesi fa, dato che per la legge è il sangue che segna l’italianità o meno delle persone, anche i discendenti di italiani avevano diritto alla cittadinanza: per questa ragione varie migliaia di cittadini sudamericani di origine italiana avevano avviato le pratiche per ottenere la cittadinanza, anche con l’obiettivo di ricominciare la propria vita in un nuovo paese, quello dal quale erano partiti i loro avi.
lo scorso maggio il Parlamento italiano ha però trasformato in legge il decreto legge n. 36 che conteneva “Disposizioni urgenti in materia di cittadinanza”.
Questa nuova norma blocca i gradi di ascendenza a due e impedisce gli automatismi; solo chi ha genitori o nonni italiani, potrà ancora avere la cittadinanza.
Questa decisione, assolutamente traumatica per la comunità italiana all’estero, ha prodotto scarse reazioni nel mondo politico (solo il Partito Democratico si è distinto nel contestarla) e uno scarsissimo interesse da parte della stampa e del mondo intellettuale. Una supposta “invasione” da parte di discendenti di italiani (fatto assolutamente irreale) ha però prodotto altri effetti negativi a medio e lungo termine
Mauro Carta, presidente regionale delle Acli, ha più volte ricordato che “L’Italia ha un saldo demografico negativo di circa 280.000 persone all’anno. Gli italiani hanno respinto il referendum, ora non vogliamo neanche che i pronipoti degli italiani possano avere la cittadinanza. La realtà è che non esiste una politica definita su questi temi e i dati demografici raccontano un crollo al quale nessuno sembra esser in grado di dare delle risposte concrete”.
“In più, continua Carta, ora ci sono migliaia di persone che avevano fatto un investimento personale e economico e si ritrovano in un limbo: chi infatti è venuto in Italia per avviare le pratiche si ritrova senza una chiara soluzione”
Questa situazione è confermata anche da Rosa Gatti, genealogista e profonda conoscitrice del mondo degli italo-discendenti: “Negli ultimi anni, molti discendenti di italiani sono arrivati in Italia con la speranza di vedere finalmente riconosciuto il loro diritto di sangue. Per avviare questo percorso, hanno investito tempo, energie e risorse, spesso vendendo tutto, lasciando affetti, lavoro e stabilità nei Paesi d’origine. Spinti da un legame profondo con l’Italia, sentita fin da bambini come una seconda patria, hanno deciso di ricostruire la propria vita nella terra degli avi.
Alcuni di loro sono riusciti nell’intento: chi ha ottenuto la cittadinanza in Sardegna ha scelto di restare qui e lavora contribuendo all’economia locale. I loro figli sono perfettamente integrati nella scuola e nella società. Ma oggi, con l’entrata in vigore della nuova legge, molti altri si trovano in totale incertezza: sono già residenti in Italia, con casa, documenti in regola e tutto pronto per avviare la pratica, ma gli uffici anagrafici non possono più procedere, bloccati da una norma arrivata dal giorno alla notte, senza alcuna fase transitoria o indicazioni chiare per i Comuni. È una situazione paradossale e profondamente ingiusta: queste persone non sono un peso, ma una risorsa preziosa. Vogliono solo tornare alle proprie radici, contribuire, integrarsi: invece oggi sono invisibili, esclusi da un diritto che appartiene loro dalla nascita, senza sapere se avranno mai una possibilità.”
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