
Daniele Carbini
di VERONICA MATTA
C’è chi scrive, chi scolpisce, e chi pensa col fuoco tra le dita. Daniele Carbini è filosofo, artigiano, creatore di pipe su misura, ed ex collega di studi filosofici. Vive in Sardegna, tra mulini, silenzi e laboratori di legno e radica. In questa conversazione ci incontriamo a metà strada: io con Kant nella testa, lui con la pipa accesa. Il risultato? Un’intervista che fuma.
«La filosofia è passata dalle mani alla radica»
Daniele, ci ritroviamo anni dopo, con qualche libro in più alle spalle e, nel tuo caso, anche qualche pipa. Filosofia e artigianato: che razza di matrimonio è? È un matrimonio fisico, fatto di carne e sangue… e anche molto infedele. La filosofia è uno strumento d’indagine, della realtà e dell’umano, uno scendere a fondo. A un certo punto la parola, seppure molto ricca, ha cominciato a starmi stretta, ho sentito la necessità di usare anche altri strumenti d’indagine e riflessione. Volevo toccare, modellare, entrare nella forma. Fare pipe è diventato il mio modo di pensare con le mani, in modo fisico, tridimensionale.
Tu parli della pipa come “atto metafisico”. Mi ha colpita. Ma se Kant ti sentisse dire che la radica ha un’anima… (Ride) Penso che Kant capirebbe. Nella Critica del Giudizio lo dice chiaro: il bello non è nel concetto, è nel piacere disinteressato. E sai cos’è una pipa, una pipa fatta a mano, unica e irripetibile? C’è tutto Kant in una pipa, tutta la critica della ragion pura e tutta la critica del giudizio. Nella realizzazione di una pipa sono coinvolti tutti i sensi e tutta l’elaborazione intellettuale e ancora tutta la sua teoria estetica. Una pipa realizzata con queste premesse è giudizio estetico scolpito.
«Ogni pipa è un sublime tascabile»
Quindi ogni pipa che crei è una sorta di “sublime tascabile”? Un’esperienza che sfiora il limite del rappresentabile? Esatto. Il sublime mi ha sempre affascinato più del bello, nel senso che è visione del bello nel suo atto supremo. Quando disegno una pipa, cerco una tensione, dinamismo, qualcosa di vivo: tra curva e vuoto, tra equilibrio e rischio. Tenerla in mano deve scatenare una sorta di vertigine. Anche nel più piccolo oggetto, c’è un abisso nietzscheano, se sai guardare.
«La verità è quando il legno non ti perdona»
Dalla filosofia accademica alla farina, alla pipa. Hai fatto un percorso “dal logos al logosfumo”. Dove si colloca la verità, oggi? La verità è dove non puoi barare. E con l’artigianato non puoi: se sbagli, il legno non ti perdona. Se forzi, il disegno diventa grottesco, posticcio, forzato. Mi ha insegnato più di mille pagine. È come impastare il pane: la verità è tutta lì, tra il gesto e il tempo.
«La mia pipa per Kant sarebbe perfetta e segreta»
Hai mai pensato a una pipa per Kant? Che forma avrebbe? Penso avrebbe linee estremamente tese, squadrate, quasi ottuse, la massima espressione della razionalità. Una pipa per Kant sarebbe design allo stato puro, funzionale, pur nel rispetto delle rigide regole della meccanica in una pipa da fumo. Perfettamente razionale, ma con un mistero dentro. Come ogni grande opera: logica fuori, insondabile dentro.
E per Nietzsche? Con Nietzsche è più facile e anche quasi impossibile, nel senso che in questo caso dovrebbe essere apollinea e dionisiaca, la bellezza plastica con il fuoco della bestia che la anima. Insomma, facile a dirsi eppure difficilissimo da realizzare. Non c’è una forma precisa, di sicuro c’è l’unicità dell’oggetto, la negazione dello standard che tanto è imperante al giorno d’oggi. Oggi la società è fatta di regole e di algoritmi, di standard che devono essere rispettati, anche la bellezza è finita sotto il decalogo del tiranno Standard, la massimo espressione dell’idea platonica. Quindi, in linea con Nietzsche, è la fuga dallo standard, dalla bellezza omologata, quell’apollineo a cui è stato reciso il fuoco scabroso di Dioniso e delle sue menadi. Quella pipa deve scottare tra le dita. Una forma che non vuole piacere, ma che sfida. Quella che se non capisci, è colpa tua, la devi vivere, come parte di te.
«Ogni fumo è pensiero. Ogni forma, un’offerta.»
In antropologia diciamo che l’oggetto è un’estensione del corpo. Le tue pipe sembrano più che oggetti: quasi compagne spirituali. Le consideri opere? Solo se “opera” significa “offerta”, solo se diventa una parte di te, un qualcosa che serve per esprimere la tua personalità, la tua visione del mondo, la tua eccezionalità, nel senso di autenticità e unicità. Ogni pezzo, se riesce, ha qualcosa di sacro. Ma non lo decido io. È chi la fuma che le dà voce, le consegna vita propria.
La tua filosofia oggi passa per le mani. La mia ancora dalle parole. Ma in fondo cerchiamo la stessa cosa: senso, forma, verità. E forse un po’ di fuoco. Già. E in fondo, cosa resta di una pipa, se non la traccia del pensiero che ha accompagnato? Offriamo la nostra visione del mondo, in questo caso la nostra visione dionisiaca del mondo.
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