DAL PREMIO ‘UBU UNDER 35’ ALL’AMLETO CON IS MASCAREDDAS E LA SERIE SUL ‘MOSTRO DI FIRENZE’; VALENTINO MANNIAS SI RACCONTA

Valentino Mannias

Fresco vincitore del Premio Ubu Under 35 nel dicembre 2024, l’attore Valentino Mannias, trentaquattrenne originario di Serramanna ma da tempo stabile a Cagliari, porta in scena il suo “Hamlet in Purple”. Uno spettacolo che promette di essere un’immersione profonda nella tragedia shakespeariana, rivisitata con sensibilità contemporanea e un tocco di “viola malinconia”. Con lui sul palco il compositore, e amico di una vita, Luca Spanu, i burattini e una marionetta di Is Mascareddas. 

“Hamlet in Purple” debutta in anteprima nazionale in Sardegna. Quando hai deciso di confrontarti con un autore come Shakespeare? Lo spettacolo mi è venuto in mente per la prima volta nel 2021, quando stavo per debuttare con l’Orestea di Eschilo, che a quel tempo dovevamo presentare nella Necropoli di Tuvixeddu. L’Amleto è un po’ figlio dell’Orestea. Nella tragedia greca, Oreste si traveste per non essere riconosciuto, entrando a palazzo per uccidere sua madre. Amleto invece si servirà del teatro per risvegliare la coscienza del re. Il procedimento drammaturgico è simile.

Perché la scelta dell’area archeologica di Nora come set per uno spettacolo così intimo e personale?

Quello che vorrei fare è riportare i classici alla gente con semplicità, perché penso che il teatro oggi in qualche modo possa riscoprire le sue origini e rispondere al desiderio di sentirsi raccontare una storia attraverso la quale specchiarsi. Proprio come fa Amleto col suo spettacolo. Chiaramente, in questi spazi come l’area archeologica di Nora hai una grande opportunità come artista di uscire dagli spazi ordinari. Non capita sempre di trovare un bel teatro, o comunque anche se un teatro è funzionale, nell’immaginario comune ormai è diventato un luogo un po’ esclusivo. Stare invece in questi luoghi, in un’atmosfera arcaica, ti permette di tornare a un’origine popolare del teatro più in armonia con la natura del nostro mestiere.

Tra l’altro il titolo dello spettacolo richiama il colore viola come simbolo della “morte del teatro nell’era dell’intrattenimento”. Credo ci siano due tendenze molto chiare nel nostro Paese. Una è quella di fare un tipo di “teatro museale”, cioè di raccontare delle storie come se fossero cose che non ci riguardano. Dall’altra parte, invece, una sperimentazione estrema, spesso finisce per diventare respingente e poco comunicativa. Io credo che il momento che sta vivendo il teatro sia specchio di qualcosa che sta avvenendo in maniera più ampia anche con la politica e culturalmente. I teatri vuoti mi ricordano sempre le urne vuote, quel 40% che non va più votare, o che non ci è mai andato. Non è un caso che le due cose vadano insieme. Come nella politica manca sempre di più la partecipazione popolare, in teatro manca spesso il pubblico.

In questo spettacolo sei autore, interprete e regista. Quanto è stato sfidante e arricchente questo processo di sdoppiamento dei ruoli, e come hai gestito il passaggio tra le diverse “voci” del dramma? È stata una follia perché mi sono messo a lavorare con Is Mascareddas! Donatella Pau ha costruito per questo lavoro i cinque meravigliosi burattini e una marionetta magica, mentre Tonino Murru ha costruito la baracca, il baule e altri elementi di scena oltre a darmi qualche preziosissimo consiglio. E io, fondamentalmente, non avevo mai sperimentato il teatro di figura. Mi sono buttato in questo nuovo linguaggio, perché in qualche modo illuminava diversi temi fondamentali nel testo, come il metateatro o la follia di Amleto. Posso assicurarti che se ti metti a parlare per un’ora con dei burattini, dopo un po’ ti sembra che ti rispondano. E se ti guardano da fuori, dopo un po’ qualcuno potrebbe anche pensare: “Ma questo ci è o ci fa?”. È esattamente quello che ci si chiede di Amleto, perché anche per lui non è chiaro se diventa pazzo o meno, lascia sempre un dubbio. Non sai se lui lo faccia per rendere le sue mosse imprevedibili coi potenti, oppure se ci sia veramente caduto in quella sua follia, posto che si sappia cosa sia, la follia.  

Altro grande tema, quello della morte, che per noi contemporanei è ancora un tabù. Sì un grande tema di Amleto, oltre al metateatro e alla follia, è sicuramente la morte. È un ragazzo che non ha accettato la morte di suo padre e rivede il suo spettro. Nel suo percorso disseminato di continue perdite, cambia il suo rapporto con la morte. In questo contesto un tuo alter ego di legno può essere una grande metafora. 

Le musiche sono di Luca Spanu, con il quale collabori da sempre. Che tipo di sonorità avete pensato di adottare per questo spettacolo? Sì sono con Luca anche in scena. Ha scritto le musiche di questo spettacolo ma lavoro con lui da diciotto anni, e oltre ad essere il mio miglior amico, è il compositore di tutte le musiche dei nostri lavori. Lui infatti è anche Orazio, un Orazio silente, stoico, tutto il testo è permeato da questo riferimento allo stoicismo. Abbiamo deciso, come nostro solito, di non pensare alla musica come un orpello, un accompagnamento, qualcosa che in qualche modo contorni l’azione scenica. Ci è sempre interessato pensare alla musica come “la nascita della tragedia” diceva Nietzsche, quindi un grembo che genera tutto il resto. Qui abbiamo trovato questa funzione della musica nell’evocazione dello spettro. Lui ha sperimentato uno strumento, il cristallofono, il cui suono abbiamo scoperto essere considerato causa di follia nel Settecento. Poi ci siamo interrogati sul suono dall’aldilà, trovandolo nello strumento della registrazione. Abbiamo rielaborato frammenti della voce di Laurence Olivier, l’attore shakesperiano che, essendo morto tanto tempo fa, è tecnicamente uno spettro. Poi c’è chiaramente una ricerca anche più filologica. Luca suonerà anche il liuto rinascimentale.

Un anno fa il Premio Ubu Under 35. Te l’aspettavi? È cambiato qualcosa nel tuo percorso artistico?  Onestamente no, non me l’aspettavo. Quando è arrivata la candidatura stavo pensando a tutt’altro. Chiaramente, io l’ho presa come una possibilità di portare avanti quel che già facevo. Qualcosa dentro di me mi diceva che sarei dovuto essere pronto a cogliere la possibilità di realizzare una mia nuova opera.

Tra l’altro sei stato il primo attore sardo a vincere questo importantissimo riconoscimento. Sì infatti ho scelto di dedicare questo premio proprio alla Sardegna. Io credo che in questo senso, e senza retorica, sia sempre importante mettere un accento anche dal punto di vista culturale. Non è tanto fare forzatamente lavori in lingua sarda o parlare di storie sarde che fa la differenza. Io credo invece che sia la nostra capacità di relazionarci con ciò che non è sardo a farla. Io ho scoperto di essere bilingue quando sono partito a diciannove anni a Milano. Lì mi sono reso conto di parlare anche il sardo con mia madre al telefono, oltre all’italiano coi miei compagni d’accademia. Finché non ti confronti con l’esterno non capisci veramente quale sia la tua identità.

Michela Murgia aveva lavorato tanto sul far conoscere la lingua sarda anche fuori dall’Isola. Sì, tra l’altro ho avuto anche l’occasione di lavorarci. Durante le prove di “Quasi Grazia”, uno spettacolo che facevamo insieme, mi diceva che le canzoni sarde le piacevano più cantate da Elio e le Storie Tese, per dire. Ho sempre trovato interessante questa prospettiva, anche per la nostra posizione geografica nel Mediterraneo, per la nostra storia. Siamo sempre stati in mezzo a tante cose, è attraverso la nostra capacità di farne una sintesi che possiamo crescere e diventare grandi. 

Oltre al teatro, ti vedremo presto nella nuova serie Netflix “Il Mostro” sul mostro di Firenze. Come è stato lavorare con un regista come Sollima e come bilanci il tuo impegno tra il palcoscenico e il set? Per me è stata una grande opportunità, nel senso che è un “artigianato” totalmente nuovo. Avevo già in mente di fare un po’ di cinema dal 2023, dopo aver fatto tanto teatro, e ho incontrato un maestro che è Sollima. Nel corso degli anni ho avuto modo di lavorare a diversi film indipendenti, cortometraggi o lungometraggi. Questa però, con sei mesi di riprese, è stata la prima esperienza grossa, per me altamente formativa. Avrei anche un’idea da settembre, dopo la nascita di “Hamlet in Purple”, di iniziare a scrivere una storia per il cinema che ho in testa da tanto tempo, ma prima spero succederanno ancora tante altre cose. Facciamo sempre così io e Luca, prima studiamo bene il da farsi, ci trasformiamo con il tempo, e poi decidiamo se val la pena di condividere.

Views: 72

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *