
Martina Smeraldi
di ROBERTO FADDA
La scena pubblica è sovente un teatro di simulacri, dove il perbenismo di facciata cela ipocrisie e contraddizioni. A Monserrato, in questi giorni, si sta consumando un dramma esemplare, la cui posta in gioco trascende la semplice polemica locale: è la questione morale che si manifesta, la cui soluzione richiede la capacità di guardare oltre il velo delle apparenze. La notizia che Martina Smeraldi, celebre per i suoi riconoscimenti nel cinema per adulti, sarà la protagonista del Festival della Birra del prossimo 31 luglio, ha scatenato un’ondata di indignazione tra i cosiddetti “benpensanti”, i quali, con pretesa di superiorità etica, hanno puntato il dito contro il sindaco Tommaso Locci. Eppure, in questa decisione, lungi dall’essere una provocazione gratuita, si cela una lucida visione politica e sociale.
Monserrato, è noto, è una delle capitali del vino in Sardegna, contribuendo per circa il 35% alla produzione vitivinicola isolana. E chi meglio del sindaco Locci, egli stesso primo produttore di vino sardo, potrebbe incarnare questa tradizione? La cittadina è da sempre percepita come “morigerata e perbene”. Tuttavia, proprio in questo contesto, emerge una scelta che sfida la convenzione: un festival della birra nella terra del vino. Non è un errore, né un disprezzo per la tradizione. È, al contrario, un atto di pragmatismo dialettico. La Sardegna, culla della viticoltura europea, è paradossalmente la regione italiana con il più alto consumo di birra. Ignorare questa realtà, nascondersi dietro un’etichetta autoimposta, sarebbe un errore politico e culturale. Il sindaco Locci e la sua amministrazione hanno dimostrato di saper leggere il territorio non solo attraverso la sua storia, ma anche attraverso le sue dinamiche socio-economiche contemporanee.
La lezione di Monserrato, tuttavia, va ben oltre la mera economia delle bevande. Essa ci pone di fronte a una tragedia del nostro tempo: il falso perbenismo. I numeri sono impietosi e rivelatori. L’industria del cinema per adulti, a livello globale, genera un fatturato di ben 100 miliardi di euro, superando i 76 miliardi del cinema tradizionale e distanziando sideralmente i miseri 2 miliardi del cosiddetto “cinema colto”. Questi dati non sono opinioni, ma fatti concreti che svelano una verità scomoda: malgrado le dichiarazioni di facciata e le condanne moralistiche, la preferenza del pubblico si orienta, massivamente, verso prodotti considerati “proibiti”. Siamo una società che predica una cosa e ne pratica un’altra. È un paradosso, un’aporia, che i nostri decisori politici dovrebbero avere il coraggio di affrontare.
In questo contesto, la presenza di Martina Smeraldi assume un valore simbolico potentissimo. La sua scelta di carriera, spesso stigmatizzata, è qui presentata nella sua essenza più autentica: una donna che ha avuto il coraggio di compiere le proprie scelte, di mostrare il proprio corpo a pagamento per sostenere i propri studi, e di raggiungere il successo. Affermare che “vende il suo corpo” è una semplificazione grossolana e moralista. Martina Smeraldi “mostra” il suo corpo, in un contesto professionale dove la volontarietà e il consenso sono la base. E anche se fosse una “vendita”, si tratterebbe pur sempre di una sua scelta individuale.
Il vero scandalo, la vera “prostituzione”, non risiede nelle libere scelte individuali, ma in quelle dinamiche di potere che corrompono la res publica. Pensiamo ai politici che, pagati per servire gli interessi della comunità, si “prostituiscono” per tornaconti personali, tradendo il mandato ricevuto dai cittadini che li hanno votati e che li mantengono. È questa la vera immoralità, quella che mina le fondamenta della fiducia tra governati e governanti. È un tradimento ben più grave di qualsiasi scelta professionale individuale, per quanto non convenzionale. A ben vedere, la Martina Smeraldi, nella sua trasparenza e coerenza tra promessa e azione, offre più onestà di molte sedute parlamentari o consiliari. Lei “dà solo ciò che promette”. La politica, troppo spesso, fa l’esatto contrario.
Per tutte queste ragioni, è doveroso plaudire all’intelligenza e alla lungimiranza di Tommaso Locci e dei suoi consiglieri. Essi non hanno temuto il chiacchiericcio o il giudizio superficiale, ma hanno avuto il coraggio di esporre la realtà nella sua cruda complessità. Hanno messo in scena, a Monserrato, una drammatica rappresentazione del nostro falso perbenismo, costringendoci a confrontarci con le nostre ipocrisie collettive. È questo il segno di una leadership autentica, capace di leggere i segni dei tempi, di integrare la tradizione con la modernità, e di promuovere un dibattito onesto sulle contraddizioni sociali, anziché nasconderle sotto il tappeto di una moralità artefatta.
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“Siamo una società che predica una cosa e ne pratica un’altra. È un paradosso, un’aporia, che i nostri decisori politici dovrebbero avere il coraggio di affrontare”. Ma, come poi però lo stesso autore sottolinea, i politici “primeggiano” in ipocrisia. Cumenti da poneus?
Il problema sta negli individui che, tentando di riflettere senza attenuanti autoconsolatorie su sé stessi e il loro mondo, possono se vogliono individuare contraddizioni, doppiezze ecc. Questo perché, banalmente parlando, “i nostri decisori politici” non vengono da Marte ma da noi, anche se poi sembrano – e forse sono – una casta.
Che Paese
Magari qualcuno spera in qualcosa… Complimenti agli uomini che l’hanno scelta…caro Sindaco non mi aspettavo un premio Nobel ..ma questa è davvero una caduta in basso!!!! Per la correttezza dovrebbe invitare anche un pornostar … democrazia…