
Ignazia Tinti
di VERONICA MATTA
C’è un momento in cui la materia cede il passo al simbolo. Dove la terra, l’argilla, il pane, smettono di essere semplici sostanze e si caricano di una vibrazione antica, sacra, eterna. È lì che nasce l’arte. È lì che vive Ignazia Tinti. In questa conversazione – più che intervista – la voce si fa sussurro, e il gesto artistico si apre come rito, in un cammino che attraversa i millenni. Al centro, lei: La panada d’oro, opera-simbolo, archetipo sardo rivestito di luce.
Ignazia, Assemini è madre di ceramisti, di mani antiche che parlano con la terra. Cosa significa per te nascere e creare in questo luogo? È come appartenere a una costellazione. Le mani di chi mi ha preceduta sono ancora qui, nella mia argilla. In ogni vaso, in ogni piega, sento il battito di generazioni. La ceramica, qui ad Assemini, non è solo mestiere: è un’eredità spirituale. Crescere in mezzo allo “strexiu”, ai piatti semplici della quotidianità, mi ha insegnato il silenzio, la pazienza, l’ascolto della forma. È un dialogo profondo, che va oltre il visibile.
La panada d’oro, che ho avuto l’onore di porre in copertina del mio libro Panada on the Road, è qualcosa che va oltre la ceramica. È un gesto di elevazione. Com’è nata? È nata come nascono le cose sacre: in silenzio, in ascolto. Volevo onorare sa panada non solo come cibo, ma come madre, contenitore di vita. Ho pensato: se il pane può contenere nutrimento, allora può anche custodire memoria. E così ho plasmato quella forma antica, circolare, umile, ma l’ho rivestita d’oro. Non per ornarla, ma per rivelarne la luce interiore. La panada, per me, è come un altare domestico. È preghiera, promessa, grembo.

In antropologia, diciamo che il cibo non nutre solo il corpo, ma l’identità. E tu questo l’hai scolpito in ceramica. Cosa ti guida in quel gesto? Mi guida un’intuizione che viene da lontano. Forse è voce di donne antiche. Ogni volta che le mie dita toccano l’argilla, sento che non sto solo creando un oggetto, ma sto traducendo un’emozione ancestrale. La panada d’oro è un ritorno alle origini. È un gesto che unisce terra e cielo. La mia ceramica vuole restituire al cibo la sua sacralità. Vuole ricordare che ciò che ci nutre merita rispetto, lentezza, ritualità.
Il professor Rigoli ha detto che tu hai trasformato la panada in “icona del bello estetico”. Io aggiungerei: del sacro domestico. Come vivi questa consapevolezza? È una responsabilità che sento con gratitudine. Quando creo, non penso alla bellezza come orpello, ma come verità. La panada, nella sua forma semplice, è già perfetta. Io cerco solo di ascoltarla, di lasciarmi guidare. Il mio compito è proteggerla, come si fa con una reliquia, e darle una nuova vita senza tradirla. Scolpirla in ceramica significa renderla eterna. Significa dire: questo gesto ha valore. Questo pane è un tempio.
Nella tua opera si intrecciano donna, maternità, alimento, tempo. Come se ogni panada che crei fosse una sorta di “clessidra del sacro”. È proprio così. Ogni forma ha un suo tempo interiore. La panada è tempo raccolto. È il ciclo della semina, del fuoco, dell’attesa. È maternità che si offre. Quando la plasmo, mi sento parte di un cerchio. È un atto d’amore che non chiede nulla in cambio, se non di essere accolto. Ed è anche, in fondo, un modo per dire a chi la osserva: ricorda chi sei, da dove vieni, e cosa nutre davvero la tua anima.
Se dovessi sussurrare una preghiera dentro una delle tue panadas, cosa diresti? Direi: “Che tu possa essere accolto, nutrito, custodito. Che tu possa ricordare la tua luce attraverso la terra. Che ogni forma sia specchio dell’invisibile, e ogni pane, una benedizione.”
Questa è Ignazia Tinti. Ceramista, maestra, donna d’anima. Nelle sue mani, la panada ritorna archetipo, il forno diventa altare, la creazione si fa atto sacro. E se è vero che ogni opera d’arte porta dentro una promessa, la panada d’oro ci ricorda che le radici non sono catene, ma ali. E che anche la più semplice forma di pane può essere scrittura di luce.
https://veronicamatta.substack.com/
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