IL SOGNO DEL MAESTRO FELICE CASSINELLI. LA MUSICA, UN MONDO IN ARMONIA CON UNA SOLA PAROLA: AMORE

Felice Cassinelli nella foto di Antonello Atzori

La musica è una delle forme più misteriose e potenti dell’espressione umana: dà voce a ciò che le parole non riescono a dire. Ed è proprio attraverso la musica che, da ormai dieci anni, nella nostra comunità Muraverese, nella costa sud est della Sardegna, vive e cresce una splendida realtà: il coro polifonico. Dietro questa armonia c’è una guida, un cuore che ne definisce l’identità e ne alimenta la forza. Quel cuore è il nostro Maestro Felice Cassinelli, uomo e artista di profonda sensibilità e dedizione, la cui vita è stata plasmata dalla musica, sin dall’infanzia, che per lui non rappresenta solo arte: è identità, è missione, è vita stessa.  

La sua storia comincia tra le mura di casa, quando a soli sette anni riceve in dono, per Natale, una piccola fisarmonica giocattolo. Un regalo semplice, ma capace di accendere una scintilla destinata a diventare fiamma. Per l’epifania era riuscito a suonare da solo “Tu scendi dalle stelle” e “Marina”, il brano che andava di moda all’epoca. Quel primo approccio, pur se breve, in quanto, dopo 30 giorni lo strumento si guastò, fu sufficiente a radicare in lui un’attrazione forte per il suono. La passione crebbe accompagnata dall’ambiente familiare e scolastico. La madre, Rosa, insegnante, cantava e il Maestro ricorda con profonda emozione la sua voce, e gli strumenti suonati dal padre, Sergio, la fisarmonica e la chitarra. Questa realtà costruì un primo legame con il mondo sonoro, ma, nonostante questo, in famiglia la musica non era vista come un’opzione lavorativa, e così il giovane Maestro venne indirizzato verso studi più “sicuri”, ma, intanto il seme era stato piantato, in quanto, qualsiasi oggetto gli passasse tra le mani, lo faceva suonare, quasi come un bambino prodigio. Senza averlo mai studiato o praticato suonava subito. E tutt’ora gli è rimasto un ottimo orecchio.  

Ma è nel silenzio e nel rumore di un ospedale, in occasione di un ricovero d’urgenza durato 40 giorni, all’età di otto anni, che la musica mostra il suo lato più sorprendente.  

Un compagno di stanza, più grande, suonava l’armonica a bocca. Il piccolo Maestro, in ascolto attento, rimase particolarmente colpito e affascinato da questo strumento, tanto che il padre si recò in piazza Yenne, a Cagliari, da Borea e gli regalò una bellissima armonica “Bravi Alpini” e il giorno dopo, con grande stupore del suo compagno di stanza riusciva a riprodurre ogni brano, suonato da lui, solo dopo averlo sentito una volta.  

Il suo percorso musicale prese una svolta decisiva a 11 anni, quando iniziò a insegnare canti nella scuola della madre e a suonare la fisarmonica del padre, una 80 bassi Ariston. La sua passione si trasformò in una missione: dare voce e forma alle emozioni e alle storie della sua terra. Ogni gesto, ogni nota, diventava un’esperienza viva, un’esplorazione musicale che cresceva di pari passo con la consapevolezza del suo talento e del suo bisogno di comunicare attraverso le note.  

Ripensando alla sua giovinezza, il Maestro ricorda con tenerezza e un pizzico di nostalgia quel tempo in cui la musica cominciava a farsi strada nella sua vita.  

“Ci sono momenti di tristezza, certo, ma legati a ricordi bellissimi. Ricordi di persone che non ci sono più, con cui ho vissuto le prime emozioni musicali: la prima tastiera, il primo suono di una chitarra elettrica. E ancora oggi, quando chiudo gli occhi, sento quel profumo di strumenti nuovi. Un odore inconfondibile, che sa di attesa di scoperta di gioia.”  

Tra le prime esperienze giovanili, nacque il gruppo musicale “I Daini”, grazie alle attività della parrocchia di Senorbì e soprattutto del viceparroco Don Secci, che metteva a disposizione gli strumenti del salone parrocchiale. Con “I Daini” ha mosso i primi passi nell’universo della musica suonata insieme, condivisa, vissuta con altri.  

Diventato adulto, il Maestro ha iniziato a frequentare diverse realtà corali, che stavano allora iniziando la loro attività e che nel tempo, attraverso un percorso fatto di dedizione e passione, li avrebbe portati ad essere un coro.  

“Con il coro di Muravera sentii fin da subito l’esigenza di dargli un nome, un’identità. Proposi diverse possibilità. Voci del Sarrabus, Murera, Coro Polifonico di Muravera, e anche altri, che ora nemmeno ricordo. Un legame profondo con il territorio, non solo geografico, ma anche emotivo, orientava quella ricerca.  

“Ho sempre frequentato quei luoghi sin da ragazzino,” racconta il Maestro.  

“Mi trovavo nella spiaggia di San Giovanni, a Muravera. Ricordo che, sdraiato, sentivo la sabbia che spostata dal vento creava un suono di piccoli cristalli che rotolando producevano un suono acuto e cristallino. Questo veniva coperto dal fragore delle onde che si spegneva sulla sabbia. Nella mia mente, che sente o abbina qualsiasi cosa alla Musica, nell’ascoltare ho pensato: – Stanno cantando! A due voci… Le Voci del Mare… mi sono messo seduto e ho detto a Franca, mia moglie: – il coro potrebbe chiamarsi “Le voci del Mare! –  Lei: – Quale coro? – Io: – Quello di Muravera! –  

È da quel paesaggio interiore, fatto di suoni che nasce “Le voci del Mare”, un nome che racchiude l’anima del coro, un ponte tra natura e armonia, tra radici e aspirazione.  

Chiedo al Maestro quale immagine o sentimento lo avesse guidato nella scelta del nome le Voci del Mare, il Maestro non esita: – Il ricordo va a un momento preciso, a un tempo in cui il coro era composto quasi esclusivamente da voci femminili. Le presenze maschili, inizialmente più numerose, si erano diradate nel tempo. A restare, con costanza e passione, erano le donne. – 

Quel suono chiaro, limpido, che si univa e si muoveva come onde leggere – racconta- mi riportava immediatamente al mare. Dal mare nasce la vita. E la donna è colei che la genera, la custodisce, la protegge. In quelle voci c’era qualcosa di primordiale, come se si portassero dietro l’eco di qualcosa di più grande.”   

Il Maestro afferma che ogni coro ha una personalità, un’anima sonora che lo distingue. Il suono è determinato anche dall’organico, 14 voci femminili e 2 maschili, ma anche dal respiro stesso del luogo: i colori delle coltivazioni di agrumi, il profumo della macchia mediterranea, le sfumature del mare. Tutto questo diventa una cassa armonica viva, che dà al coro un suono caldo, inquieto, burrascoso a tratti, capace di tornare dolce e carezzevole, come il mare, quando si ritira, quasi a chiedere perdono alla riva.  

Il Maestro ha composto le musiche dell’operetta “Said”, sui testi di Maria Assunta Aresu, e realizzata in sinergia con la Compagnia teatrale La forgia e la Scuola di danza Sugarfoot. 

Ho chiesto al Maestro come si traduce in musica una storia così intensa. 

La musica, a volte, non si compone, è già contenuta nelle parole, si ascolta ancora prima di essere scritta. Così racconta il Maestro Felice Cassinelli, autore delle musiche di “Said”, operetta intensa e profondamente radicata nella realtà, nata dalla penna di Maria Assunta Aresu. Non si parte da una melodia, ma dalle parole, dai luoghi, dai respiri. “Leggo e rileggo il testo – racconta – fino a trovarmi lì, tra le voci descritte, i suoni, i rumori, le corse, i sentimenti, i dolori descritti. Solo allora, quando divento io stesso protagonista, riesco a immaginare la musica. Come se stessi suonando per un film muto. Una sera mi trovavo fuori per degli acquisti – continua il Maestro – Stavo lavorando a un brano ma non riuscivo a trovare un’idea. Durante il pagamento si era creata una strana situazione alla cassa, lasciai tutto, presi il mio scontrino chilometrico, chiesi una penna alla cassiera e scrissi il pezzo che non riuscivo a creare, “Speddiu de Africa”. Posso dire che questa operetta è stata scritta da Maria Assunta Aresu su mia commissione. –  

Il primo seme di Said fu piantato da un racconto. Una sera, Vito, che ci ha lasciato un anno fa, amico e rara voce maschile del coro “Le voci del Mare”, parlò di un lavoro che Assuntina, la moglie, che io non conoscevo, aveva realizzato con la Compagnia Teatrale la Forgia, “Ohi su Moru”, messa in scena nella spiaggia di San Giovanni, ai piedi della Torre dei dieci cavalli. Quelle immagini accesero subito qualcosa: il luogo la storia, la suggestione… tutto premeva per diventare suono. Da lì nacque l’incontro con Maria Assunta Aresu e con esso la richiesta: – Scrivimi un libretto.” –  

Così prese vita Said.  

L’operetta narra di un ragazzo arrivato nelle coste di Sardegna come schiavo, ma che trova accoglienza, integrazione e una nuova possibilità. Un tema dolorosamente attuale, ma qui raccontato con speranza. Il brano più intenso “Speddiu de Africa”, nasce proprio dalla necessita di una voce, di un “Va pensiero” moderno, che potesse portare il peso e la profondità della storia. È il cuore musicale dell’opera, il più lungo e il più sentito, e ogni volta, alla sua conclusione, il pubblico ne resta toccato.  

Il finale è invece una marcia trionfale, simbolo della vittoria, dell’amore e dell’accoglienza, qualità profonde e autentiche del nostro popolo.  

Cosa spera resti nel cuore di chi ascolta? “L’immagine di un sogno”, dice il Maestro, “quella di poter riconoscere, anche nel vicino di casa, qualcuno che ha bisogno. Di non guardare solo oltre il mare, ma accorgerci di un nostro fratello accanto a noi.”  

Comporre musica per una storia come Said non è mai semplice. La musica è, forse, l’arte più soggettiva: può accadere che una melodia non riesca a riflettere un’emozione, un colore, uno stato d’animo. E allora bisogna ricominciare. Trovare, con pazienza, l’armonia che dia voce all’anima del testo. Perché Said è un ponte di suoni e parole tra la memoria e il presente, tra la solitudine e l’accoglienza, tra l’indifferenza e la speranza.  

Ma il percorso del Maestro non si ferma alla direzione corale o alla composizione. Ha infatti preso parte a un progetto che unisce musica e medicina, grazie al Dottor Danilo Sirigu, medico, che lavora all’ospedale Brotzu di Cagliari, che gli propose di ascoltare ed eventualmente arrangiare dei suoi brani.  

In seguito, gli parlò di un progetto legato all’ipnosi, ma in una forma nuova: un’ipnosi sveglia, capace di portare benessere al paziente. L’idea sembrava interessante, anche se tecnicamente complessa. Alla domanda: – “Si tratterebbe di fare un miracolo artificiale?” – suscitò un sorriso nel medico, ma nessuna risposta.  

Iniziarono quindi a sperimentare con suoni e frequenze, in particolare di un binaurale, suono composto da due frequenze distanti tra loro otto periodi, utili per stimolare il cervello durante l’ipnosi. Anche la frequenza 432 Hz, detta “aura”, veniva impiegata per i suoi effetti rilassanti, benché in fase di studio.  

Quando la musica accompagna un percorso terapeutico, il modo di comporre cambia profondamente: in alcuni contesti nasce dall’improvvisazione, in altri viene scritta secondo le indicazioni mediche, mantenendo precisi schemi timbrici e frequenziali. Tra gli strumenti, il clarinetto, con il suo suono caldo e morbido, si è rivelato particolarmente efficace.  

Nel tempo, questa pratica ha preso il nome di Ipnosi Terapeutica Cristiana, in cui collaborano un medico, un frate e un musicista. I risultati si vedono: chi ascolta, anche solo per mezz’ora, ritrova un sorriso.  

Unire musica e medicina, per il Maestro, è un sogno: portare conforto attraverso i suoni a chi soffre.  

Come compositore, sogna di realizzare un nuovo lavoro come Said, e mi confida che qualcosa di nuovo è già all’orizzonte.  

C’è una musica che il Maestro non ha ancora scritto, ma sente vicina, è la propria, quella che lo rappresenti davvero, anche se difficile da trovare tra i dodici suoni del sistema musicale.  

Il messaggio più importante che vuole lasciare a chi fa musica è imparare ad ascoltare davvero, senza pregiudizi. Solo così la musica può essere vissuta fino a sentirla propria.  

Ricorda un insegnamento prezioso del suo maestro: non basta suonare i suoni scritti, bisogna far emergere la musica che c’è nascosta in essi. La musica è viva solo quando viene eseguita, poi torna su carta, in attesa di rinascere. Come la vita: ha un inizio, un percorso, e una fine.  

Infine, guarda con fiducia alla musica corale, che sente in crescita. Si sta tornando alla semplicità e alle origini: dalla ninna nanna di una madre, forse la prima vera musica, fino alla speranza che la guerra possa un giorno diventare uno strumento d’amore. Una sola melodia, con una sola parola: AMORE.  

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3 commenti

  1. Complimenti per tutto il tuo lavoro per la musica Felice

  2. Complimenti prof 👏👏👏👏

  3. Cristiana Toro

    Complimenti prof! Numero 1!

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