
di TONINO MULAS
Ho seguito nel tempo il percorso artistico di Giovanni Campus.
Finalmente, dopo averne discusso anni fa, ha preso corpo l’idea di realizzare una iniziativa a cura del Centro Culturale dei Sardi a Milano (CSCS), che documenti il suo operare in Sardegna nell’arco di mezzo secolo: mostre, opere pubbliche, installazioni ambientali e urbane.
È un progetto che sta nelle corde della nostra “mission” di promotori e divulgatori della cultura sarda.
Per questo esiste il movimento dei sardi fuori Sardegna e in particolare la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI).
È un riconoscimento dovuto a un grande artista di caratura internazionale che è nato in Sardegna, anche se, essendo emigrato molto giovane, in Sardegna non si è formato culturalmente e artisticamente (i luoghi della sua formazione sono stati nell’ordine: Genova, Livorno, Roma e Milano).
Tuttavia in Sardegna è tornato più volte da artista già affermato, così come documentato in manifesti, cataloghi e pubblicazioni diverse. Ciò che abbiamo voluto fare è ricostruire un percorso, un itinerario geografico e temporale insieme, e documentare la qualità di questa presenza.
La questione sorprendente, almeno per me, è la scoperta, man mano che si andava avanti e si raccoglievano i materiali di questi interventi, che la Sardegna, non tanto come luogo identitario delle radici, ma in quanto luogo “storico”, “naturale” e “poetico”, ha influito di volta in volta, e accompagnato in momenti decisivi, sull’evoluzione del pensiero artistico e filosofico di Giovanni Campus.
Una tappa fondamentale è stata l’intervento che nel 1983 lo ha portato a misurare, connettere, legare con le corde gli scogli della Gallura. Scrive Cerritelli, uno dei suoi critici più attenti: “quando l’intervento è direttamente nell’ambiente naturale, il colloquio assume il fascino del rito di riappropriazione primordiale dello spazio… qui Campus torna alle origini della sua terra, riscopre il senso di arcaici percorsi nel territorio sardo”.

Altra tappa è l’opera di Genna Maria, a Villanovaforru, dove con la collaborazione di Ubaldo Badas, archeologo, e di Salvatore Naitza, critico d’arte, ambedue docenti dell’Università di Cagliari, l’artista raffronta le sue misure di oggi, la sua operazione (corde, linee, cemento) con le misure di ieri dell’opera storica, il Nuraghe, con la sua presenza costruita nel tempo di 3500 anni.
“Ha dato luogo”, scrive Naitza, “a interventi comparativi su possibili relazioni, fra realtà topologica, dimensione atemporale del luogo e pulsioni che sottendono le ragioni della ricerca… la sorprendente constatazione finale consiste nell’assoluta congruità di questo confronto”.
Scrive ancora Naitza (ne “Il Documento e la Memoria”, pubblicazione CSCS): “in questa dimensione l’antico è compreso nel presente”.
Costruire, “operare arte”, in rapporto alla natura è per Giovanni Campus: “vivere il mondo, vuol dire considerarlo un organismo vivente, come estensione della propria fisicità, partecipe della propria storia, come relazione fra spazio e tempo”.
Sempre in riferimento alla Sardegna, decisivo è per Campus l’incontro e il dialogo conseguente con Placido Cherchi, antropologo, critico, filosofo: “uno dei segni della tua modernità è senza dubbio l’attenzione che presti alla dimensione del tempo”.
E Campus risponde: “il tempo dell’arte non è misurabile; la durata del tempo non è la durata del tempo o della matematica. L’arte, nella sua attualità di relazione irrisolta, rivendica la atemporalità nel contrasto del tempo storico. L’opera, come dato di poesia… si nega alla datazione”.
L’opera in rapporto con il luogo, la natura, l’ambiente (scogliera, roccia di miniera, sugherete, nuraghe) si ripete e si trasforma e il “Genius Loci” impronta l’arte, insieme alla misura, allo spazio e al tempo in un processo di mutamento che trasfigura.
Scrive Alberto Contu, in occasione dell’intervento nel giardino della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, dedicato al tema dell’istruzione: “nel Genius Loci esiste la possibilità di agire animisticamente in profondità, per recuperare l’oggettualità animata dei luoghi e degli stessi oggetti industriali, caricandoli poeticamente di qualità e presenze sovrasensibili, quasi fantasmagoriche”.
Nella stessa occasione, scrive Maria Dolores Picciau: “la sfida è coinvolgere nella realizzazione direttamente gli studenti, lanciare un monito ai giovani che in quel giardino andranno, durante il loro apprendistato… meditare sul paradigma di spazio e tempo, cogliendo la possibilità di pensare il contesto urbano come traccia di un sentire collettivo”.
A Carbonia, sempre su questo tema del coinvolgimento collettivo, c’è la documentazione fotografica che esalta il ruolo del lavoro operaio.
A Tortolì l’opera è la cornice dell’albero preesistente, una quercia secolare, scultura ecologica primigenia. Scrive il critico Maurizio Sciaccaluga, paragonando la quercia all’uomo vitruviano: “la forma di una pianta prende il posto del corpo umano e diventa misura proporzionale del mondo. E ancora, fra le sugherete del Limbara, Giovanni Campus tende la corda, si misura con la natura, con la partecipazione di un gruppo di studenti milanesi del Liceo artistico delle Orsoline di Milano… “la corda di Campus affronta l’inanimato delle rocce e della terra e le rende vive, le rende esperibili per noi”, scrive la filosofa Silvana Borutta, “la corda è per l’artista di attraversamento e di umanizzazione dell’ambiente: è il lavoro simbolico che fa passare dall’inumano all’uomo”.
Ci stupisce, in questa carrellata di decenni limitata alla sola Sardegna dove non c’è stanchezza creativa, la costante del moto incessante della ricerca che è la chiave della sua poetica.
Scrive Campus: “quando guardo l’opera mi rendo conto delle molte diverse identità che essa assume ai miei occhi e della sua capacità di suscitarmi una serie di stimoli ulteriori”.
Non c’è stanchezza creativa, neanche a 96 anni, perché da un’osservazione di un’opera non nasce un senso di compiutezza e di conclusione, ma la spinta alla ricerca di una nuova ripartenza.
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