IN SARDEGNA ABBIAMO TUTTO, TRANNE LE PAROLE GIUSTE PER RACCONTARLO: LA PARTECIPAZIONE ALL’EVENTO ‘SORSI DI SUD”

Ho partecipato all’evento “Sorsi di sud” organizzato da “Sa Mesa Nostra”, il cui tema era “il vino come strumento di equilibrio ambientale e culturale”, moderato dal docente di Marketing Territoriale Maurizio Orgiana.

Due interventi hanno centrato con precisione il cuore del problema: l’enologo e garagista Paolo Pitzolu ha messo in luce un punto essenziale, affermando che il territorio precede il prodotto, perché “il territorio non lo puoi imitare in nessun modo, definisce l’identità” e il prodotto ne è solo una naturale conseguenza.

Il sommelier Stefano Cabras ha confermato questa intuizione raccontando dell’attrazione crescente dei nord europei verso il Carignano.

Entrambi avevano ragione a parer mio. Proprio partendo dalle loro riflessioni, ho voluto ampliare il discorso pensando a chi, come me, non produce né vende vino, ma lo vive come una chiave d’accesso tra due mondi — l’Italia e la Danimarca — e come espressione dell’identità culturale di un territorio.

La mia riflessione partiva proprio dal valorizzare il territorio raccontandolo attraverso la lente dei valori comunitari e sociali che ancora contraddistinguono il nostro sistema valoriale.

Questi valori, che spesso diamo per scontati, al di fuori di questa macchia mediterranea sono diventati perle rare: il nostro territorio è fatto di rapporti di piccole comunità, tradizioni condivise e momenti significativi che resistono ancora, nonostante tutto, ai sistemi sociali basati sull’individualismo.

Sono proprio queste realtà comunitarie a colpire e commuovere i visitatori, quando sperimentano il vino in loco attraverso la coerenza sensoriale tra racconto, sapore e luogo, mediata dalla genuinità di chi lo racconta, suscitando — come spesso ci raccontano — una nostalgia per una vita mai vissuta. Riconoscono subito una ricchezza sociale che, nelle loro terre segnate dall’individualismo, si è ormai perduta.

Ma noi cosa facciamo? Continuiamo a raccontare il nostro territorio come se fosse un prodotto qualunque, usando le stesse parole logore che usa chiunque altro. “Autentico” formule che hanno perso ogni forza, ripetute fino allo sfinimento da ogni angolo del mondo che vuole vendere qualcosa.

Il paradosso è che abbiamo davvero ciò che gli altri fingono di avere, eppure continuiamo a raccontarlo con le loro stesse parole.

Il tentativo di racconto non dovrebbe rispondere a logiche di marketing tradizionale, ma nascere da un’urgenza diversa: cercando senso, coerenza e verità nello sguardo che posiamo — e facciamo posare — sul nostro territorio. Non per venderlo, ma per comprenderlo. E, nel comprenderlo, forse, imparare anche a custodirlo: è lì che prende forma la vera co-creazione di valore territoriale.

Abbiamo comunità vere in un mondo di individui isolati, tradizioni vissute in un’epoca di simulacri, relazioni in un deserto di connessioni.

La strada non è imitare modelli di sviluppo che appartengono ad altri territori, ad altre storie. La Sardegna non è il Veneto, né la Toscana, né alcun altro luogo: è la Sardegna.

Attenzione: non migliore, non peggiore, semplicemente diversa.

Questa diversità va raccontata per ciò che è, senza adattarla a ciò che immaginiamo possa piacere ai mercati. Innanzitutto perché dei mercati sappiamo ben poco, e poi perché — contrariamente a quanto si crede — i mercati non sono masse indistinte, ma insieme di individui: pur omologati in molti comportamenti, restano soggetti unici, difficili da ridurre a categorie fisse e prevedibili.

Possiamo osservare tendenze, certo, ma non possiamo trasformare ogni segnale in una legge generale. L’errore nasce quando confondiamo l’ascolto con la semplificazione, e finiamo per replicare ovunque gli stessi schemi.

È da qui che bisogna partire: smettere di cullarci nell’arroganza di chi crede di avere già tutti gli strumenti per primeggiare e iniziare, invece, a imparare a raccontare il nostro territorio con una nuova consapevolezza — quella di chi sa di essere unico non per superiorità, ma per la propria irripetibile diversità.

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