
di LUCIA BECCHERE
Dall’ottobre 2021 Elisa Farris, 42 anni, è sindaca di Orosei dove svolge anche la libera professione di veterinaria conciliando impegni pubblici e privati con efficienza e passione. Eletta nella lista civica, è anche segretaria della sezione del partito sardo di Orosei. Tesserata dal 2015, fin da piccola si è nutrita di politica formandosi in una famiglia che ha sempre partecipato attivamente alla vita amministrativa del paese.
“Guidare il comune di Orosei è molto difficile – confessa -, conta circa 7 mila abitanti e di 40 mila presenze giornaliere durante l’estate. Da aprile a ottobre dello scorso anno, abbiamo registrato oltre un milione di turisti e grazie alla tassa di soggiorno possiamo migliorare il paese destinando la somma a pubblica utilità: eventi, decoro urbano, pulizia delle spiagge, verde pubblico, manutenzioni stradali e altro”.
Il suo è un paese in crescita che comporta forti interessi economici per la presenza delle cave di marmo, l’edilizia, il turismo, il settore alberghiero, le spiagge e di conseguenza tante aspettative di sviluppo.
Orosei vanta ben 8 centenari, la presenza di un numero così alto nello stesso luogo è forse cosa unica al mondo: Rosaria Appeddu 1921, Maria Giovanna Canu 1925, Mariangela Giovanna Carta 1925, Sebastiana Costa 1925, Giovanna Elena Lai 1925, Mariantonia Loddo (nota Pottoi) 1923, Angela Nanni 1925, Giovanna Maria Sotgiu 1923. La sindaca ricorda anche Giacomo Carta (cento anni il 31 maggio), scomparso la scorsa settimana lasciando la moglie vedova a 91 anni. Carta era su mastru ‘e carru, persona mite e buona, un falegname specializzato nella realizzazione di carri artigianali. Purtroppo nessuno ha raccolto la sua arte. Nel suo cortile, un tempo adibito ad officina, sono custoditi due carri, delle ruote e numerosi manufatti.
Queste centenarie devono molto al clima, alla vita trascorsa in famiglia, al vicinato che è un prolungamento della casa, all’alimentazione sana e sobria, principalmente a base di frutta e verdura, perché Orosei era un paese a vocazione agricola. Hanno frequentato con assiduità la chiesa, la maggior parte sono state “mandatarias”, (consorelle degli oratori), quindi hanno proprio vissuto appieno la vita sociale e religiosa del paese. Hanno lavorato in campagna, coltivato gli orti, fatto il pane, partorito in casa. Raccontano fatiche, sacrifici e gravi lutti, eppure hanno vissuto serene e senza pretese. Persone umili, non acculturate e di grande fede. Persone dal fisico temprato (la Loddo si è fratturata il femore in tarda età e si è ripresa senza intervento chirurgico), non hanno mai fumato, mai fatto stravizi, mai usato prodotti di bellezza, certamente si sono concesse qualche bicchiere di buon vino.
Per tutte il collante è la fede e il buon senso e oggi rendono grazie al Signore per il dono di una famiglia e per averle conservate in vita così a lungo.
“Al loro centesimo compleanno – racconta Elisa -, con l’assessore alle politiche degli anziani e il parroco, portiamo i nostri auguri e la pergamena ricordo, cosa a loro molto gradita e per noi motivo di forte emozione e orgoglio. Parlano della loro vita, dei figli, dei sacrifici che hanno fatto per la famiglia”.
Come conta di valorizzare questo straordinario patrimonio umano?
“Vorrei che fossero un esempio per i giovani in quanto memoria storica del paese e custodi delle antiche tradizioni, capisaldi di valori che stanno scomparendo e che noi genitori non riusciamo a trasmettere ai nostri figli. intendo proporre alla mia amministrazione di promuovere incontri con i giovani perché ritengo di alto valore formativo il dialogo fra generazioni differenti, affinché si venga a creare fra loro un legame affettivo, culturale, sociale e generazionale. In collaborazione con la scuola, i ragazzi potrebbero essere chiamati a tramandare memorie scritte a seguito dei dialoghi intercorsi.
Dare un ruolo a queste figure e farle sentire importanti, avrebbe una notevole ricaduta sulla nostra comunità e su tutto il territorio”.
Un aneddoto?
“L’anno scorso, senza preavviso, si è presentata in comune tzia Rosaria Chessa classe 1926. Ha fatto le scale rifiutando l’ascensore, avvolta con lo scialle e fazzoletto sul capo in segno di rispetto: “Ho 98 anni – ha detto guardandomi dritta negli occhi -, prima di morire voglio che lei mi sistemi due cose: sas chejias (le buche) davanti a casa e metta sul muro della strada un pannello indicatore con su scritto “S’ortu ‘e su Mulinu” perché i giovani non dimentichino il vecchio mulino che un tempo insisteva su quel tratto e che ora tutti lo indicano come “Sa Gelateria”.
Views: 43






































































































Grandi pagine di storia!!!!
Patrimonio di Sardegna