“AL GHALAS”: LUCA FOSCHI, CAGLIARITANO DI IS MIRRIONIS, INVIATO DI GUERRA A GAZA

Luca Foschi

“Al Ghalas” è termine arabo che indica quel punto della notte in cui l’oscurità raggiunge il suo culmine, ne fa metafora del buio pesto in cui è caduta la coscienza dell’Umanità, Luca Foschi, giornalista di “Avvenire” che negli ultimi dieci anni se ne è andato in giro per posti di guerre, dall’Afganistan alla Palestina, dal Libano alla Siria settentrionale dei Curdi, sino a Kobane, città martire dove l’Isis subì una delle sconfitte più decisive per la fine del suo cosiddetto “Califfato”, è nel titolo del suo primo libro non a caso e in grandi caratteri con : “L’ora più buia per il Medio Oriente”. Foschi è cagliaritano di Is Mirrionis, il quartiere-periferia raccontato da Sergio Atzeni nei suoi articoli, e magicamente descritto dai dialoghi fitti di due ragazzine dodicenni che lo abitano (come lo ha abitato la famiglia Atzeni) in “Bellas mariposas”, Sellerio editore. Così lo scrittore scriveva della nascita del quartiere in: “Periferia, quel luogo senza memoria”, su l’”Unione” del 5 giugno 1986:

Nelle case popolari – le prime – immigrati dall’interno attirati da quel profumo nuovo, di cibo e benessere, che la città esaltava negli anni Cinquanta, operai, piccoli impiegati, maestri. Donne dai lunghi capelli ossigenati, sformate da troppi amplessi e troppe maternità esercitavano il mestiere più antico nei casermoni mentre bambini scalzi coperti da canottiere sdrucite facevano a pugni rotolando nel fango e uomini barrosi arrostivano viscere allo spiedo. Qualcuno era violento, cattivo. Fango e drammi familiari vissuti ad alta voce e subito dimenticati. Implacabili le ruspe hanno cambiato la valle fra i due colli. Le grotte disabitate hanno dato rifugio per amori veloci alle più sventate fra quante ragazze nascevano nelle case popolari sempre più numerose, e infine anche le grotte son sparite, il colle di Is Mirrionis sventrato, oggi è dominato dai palazzi”. Tocca essere “barrosi” a Is Mirrionis se vuoi sopravvivere, e anche ti devi muovere con prudenza: “Giulietto Conkebagna (capelli-rossi, ndr.) una volta ha visto un puscer che cercava di convincere a bucare una bambina che è sorellina di Giulietto e ha dodici anni come me quel giorno il puscer è dovuto andare all’ospedale con diciassette punti da mettere sutura” (pag.71,op.cit). Per tutti questi motivi l’alter ego di Foschi, che nel romanzo è Ernesto Fiaschi, è barroso quanto basta quando, da giornalista free-lance, gli tocca scontrarsi coi padroni della West Bank, a Ramallah, quei ragazzi in tuta mimetica armati sino ai denti che fanno il bello e cattivo tempo, dettano legge ai palestinesi che vivono lì, signoreggiano ai posti di blocco, sparano proiettili, di gomma e non, in risposta alle pietre che arrivano da pischelli malvestiti.

Nè si lamenta più che tanto dei posti in cui gli tocca di vivere, stanzette di pochi metri quadri sature più di odori che di profumi, giusto la possibilità di sentirsi un disco, sempre quello, in cui Chet Baker inventa suoni con la sua tromba, una mezza bottiglia di arak che lui ingolla liscio, una eterna sigaretta tra le labbra. E la necessità sempre impellente del “pezzo” da inviare al suo capo redattore. “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che Fiaschi Ernesto me stesso medesimo cameriere con voce e candido anarchico dell’oltre abbia cento shekel di avanzo, ma è anche vero che, da che mondo è mondo, il mondo stesso medesimo ce l’ha a morte coi cronisti, li vuole morti stecchiti e si sganascia sadico di crasse risate sollevando in gloria gli imbrattacarte prezzolati” (pag.146, Al Ghalas). Questo lo stile di Foschi nel romanzo, che se scrivesse “da giornalista”per “Avvenire”, non potrebbe che soffermarsi sull’ennesimo omicidio di un giornalista a Gaza, e sono 208 da quando l’esercito israeliano si è messo a vendicare lo scempio che i militanti di Hamas hanno compiuto in quel fatale 7 ottobre del 2023, battezzando “ a ebrei” tutti quelli che incontrava al di là del confine con lo stato di Israele, uccidendo senza distinzione d’età donne e bambini, ragazzi e ragazze che ballavano in un rave, violentando, portandosi via centinaia di ostaggi. Da quel giorno le bombe d’Israele (le più regalate dagli Stati Uniti, prima da Biden poi da Trump) non hanno mai smesso di cadere sulla striscia di Gaza, causando un numero di morti troppo difficile da contare, che migliaia sono i cadaveri ancora sepolti sotto le macerie, quelli “ufficiali” già superano i 50.000, il 70% dei quali sono donne e bambini. Risponde su “Vatican News”Padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, alla domanda del perché ci sia stato un numero percentualmente così alto di bambini uccisi: “…le famiglie di Gaza sono numerose, la popolazione di Gaza è molto giovane.

Ma anche se mi è difficile ricostruire il perché, conosco bene il dolore di genitori che a Gaza hanno perso un figlio e molte volte più di uno. Uccidere bambini innocenti e che non hanno colpe, essendo incapaci di fare del male, è una macchia che l’umanità non potrà cancellare dalla sua storia. Impressionano i numeri dei piccoli uccisi a Gaza e arreca un dolore enorme pensare ai segni che moltissimi di loro, pur essendo rimasti in vita, porteranno sul corpo, nel cuore e nella mente, per tutta la loro esistenza. Sui vostri media si parla meno dell’aumento degli scontri in Cisgiordania dove sono aumentati i morti, i feriti, gli arrestati. Fra vittime e feriti molti sono bambini anche in quella parte della Palestina”. L’Umanità siamo tutti noi e quella macchia si sta allargando sempre più, se lo Stato di Israele può impunemente continuare il massacro, vuol dire che qualsiasi stato di questo mondo può progettare altri crimini di questo tipo che rimarranno impuniti ( un pazzo che inonda di missili e droni l’Ucraina “per salvare i russi dai nazisti di Kiev”, un altro pazzo che medita di annettersi la Groenlandia perché il suo paese ha bisogno di terre rare per la  “sicurezza nazionale”, un altro pazzo che pensa che senza l’annessione di Taiwan la Cina non sarà mai una nazione completa). Concordo con Matteo Nucci che sul “Manifesto” del 27 marzo (Nel mondo che ama gli eroi Hossam è invisibile) che piangendo l’ennesimo giornalista assassinato “mediante drone” a Gaza, Hossam Shabat di soli ventitré anni, scrive: “L’Occidente, il nostro mondo, tanto capace di dare un senso paradigmatico a storie individuali, sa anche quando coprirle con un velo di oblio, queste storie.

Non è difficile capirne il motivo. Siamo noi, tutti noi, con il nostro silenzio, a rendere possibile un massacro immondo, dopo il quale nulla sarà più lo stesso, a prescindere dal modo e dal tempo in cui finirà”. Luca Foschi, con questo suo libro, racconta usando una prosa immaginifica, le peripezie di un cronista “un po’ sfigato”, che ha tutte le intenzioni di romperlo questo muro di silenzio, la tenacia che ci mette nello scrivere le verità che si trova a vivere. Delle persone che incontra, a cui finisce per affezionarsi inevitabilmente, come succede alla gente che condivide un destino comune, spezzando insieme un pezzo di pane, spartendosi l’ultima sigaretta, l’ultimo sorso di caffè. E’ un meccanismo sociale di base (si chiama reciprocità positiva) la cui antica regola è semplicemente: “Ciò che è odioso per te, non farlo al tuo prossimo”. Lo scrive Gadi Algazi, israeliano, professore di Storia presso l’Università di Tel Aviv ( “Manifesto” del 21 marzo scorso: “Il desiderio suprematista nella guerra di sterminio”): “ La mentalità che nega completamente il principio di reciprocità nelle relazioni sociali e politiche ha preso piede in Israele da decenni…da qui la grandiosa illusione che avremmo potuto colpire duramente l’altra parte senza pagare e che avremmo potuto infliggere immense sofferenze senza conseguenze…L’illusione più pericolosa dei padroni è pensare di non dipendere dai loro servi e che i loro servi non siano esseri umani come loro.

Sì, l’occupazione ci ha trasformati, proprio come ha detto Yeshayahu Leibowitz (grande filosofo dell’ebraismo,ndr.) in una nazione di padroni…che fanno una guerra progettata per eliminare l’avversario, per rompere il cerchio della reciprocità, per quanto terribile, verso un nuovo orizzonte: espulsione e distruzione”. E, scrive sempre Algazi, questa guerra promuove a posizioni di leader: i messianici e i pazzi (leggi Netanyahu e i suoi ministri). Eppure ci fu un tempo in cui il solo nome di Falistin (Palestina) gettava nel terrore gli israeliti, questi filistei che verso il 1200 a. C. arrivarono per terra e per mare sin al delta del Nilo, Popoli del Mare venivano chiamati, insieme a loro anche gli Shardana. Ci volle l’esercito di un faraone per fermarli: Ramses III. Narra la Bibbia ebraica che Sansone, che pure li aveva sconfitti molte volte, cadde vittima di Dalila, una prostituta della città filistea di Gaza. E fu Davide, allora fanciullo, ad uccidere il filisteo Golia (primo libro di Samuele,17), un uomo gigantesco (sei cubiti e una spanna) con elmo e corazza di bronzo, una spada di bronzo dietro le spalle, solo la punta della sua lancia pesava seicento sicli di ferro. Scelse cinque pietre levigate che mise nella sua sacca da pastore Davide, ma bastò che scagliasse la prima con la sua fionda. E in seguito divenne re d’Israele. Dopo che re Saul e due dei suoi figli lasciarono la vita in battaglia contro i filistei. Oggi, nella Cisgiordania devastata dai coloni israeliani, sono i piccoli Golia palestinesi a tirare pietre contro Davide ben più corazzato di loro: “Dall’ovunque allora piove l’artiglieria di sassi, la cavalleria dei pischelli slancia e sfrombola contro ruspe e sgherri, tirano alla figura oltre il vetro blindato, ai cingoli, al carapace di placche e pistoni…guardateli i bambini ribelli, guardate bene chi sa giocare e combattere al contempo (pag.527). Niente da invidiare ai “barrosetti” di Is Mirrionis.

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