L’ARTE TRA COLORI E PAROLE: STEFANO PANI, IL RIFLESSO PROFONDO DI UN’IDENTITA’

Stefano Pani

Nel cuore della nostra regione, nel nostro territorio, dove ogni pietra racconta una storia antica e ogni sguardo sembra riflettere la memoria di chi ci ha preceduto, si fa sempre più spazio una voce autentica, profonda, umile ma fortemente radicata: quella di Stefano Pani.

Avevo già avuto modo di parlare di lui in un precedente articolo, quando la sua arte pittorica aveva già lasciato un’impronta visibile e significativa nel paesaggio urbano e rurale della Sardegna. Oggi torno a raccontarlo per porre una luce nuova, più intima, su un altro aspetto altrettanto prezioso del suo talento: quello della parola, della poesia, della scrittura in lingua sarda. Stefano Pani non è solo un pittore. È anche un poeta. E le sue poesie, scritte in lingua sarda, sono il riflesso profondo di un’identità che non cerca di imporsi, ma che emerge con forza, con verità, con sentimento.

È difficile racchiudere in poche righe tutto ciò che Stefano rappresenta per la nostra terra. La sua arte non è fatta solo di colori e pennelli, ma di emozioni, di tradizioni, di sguardi interiori che si riversano nei suoi murales e nelle sue parole. È un artista che crea senza parlare troppo, ma che attraverso le sue opere comunica mondi interi, sensazioni radicate nell’anima collettiva di un popolo. I suoi murales, presenti in numerosi paesi della Sardegna, raccontano storie, restituiscono dignità a volti dimenticati, celebrano il quotidiano e l’epico insieme. E accanto a questi murales, spesso – anche se non sempre per motivi legati ai committenti – troviamo le sue poesie. Poche parole, scolpite nel tempo, che amplificano e completano l’opera pittorica.

Quando gli ho chiesto cosa l’avesse spinto ad affiancare la scrittura alla pittura, Stefano mi ha aperto il cuore. È stato un dialogo vero, senza maschere, in cui ho potuto cogliere la profondità del suo legame con la Sardegna. Mi ha raccontato che la motivazione nasce proprio dalla sua sardità, da questo senso profondo di appartenenza che sente nella pelle, nelle vene, nelle parole che pronuncia.

“Scrivere in sardo è come respirare – mi ha detto – è un atto naturale, ma anche necessario”. Non lo ha fatto da sempre. È una scoperta relativamente recente, nata da un bisogno spontaneo, quasi urgente, che si è manifestato quando ha iniziato a dipingere murales nei vari paesi dell’isola. Inizialmente gli veniva chiesto di accompagnare le opere con citazioni di autori noti come Grazia Deledda, ma poi ha sentito dentro di sé la voce della propria anima, che lo spingeva a scrivere qualcosa di personale, di autentico, di suo.

E così, sono nate le prime poesie. Non si tratta di testi costruiti a tavolino, ma di versi nati di getto, spesso in strada, durante una pausa tra una pennellata e l’altra, scritti in un piccolo taccuino che porta sempre con sé. Perché – come mi ha confidato – se passa il momento, passa anche l’emozione, il senso profondo di ciò che voleva esprimere.

A Stefano non piacevano le poesie italiane studiate a scuola. Troppo lontane da lui, dalla sua sensibilità, dal suo mondo. Ma le rime in lingua sarda, gli accenti, le tonalità, il ritmo della recitazione: tutto questo lo appassiona. È innamorato della lingua sarda perché è una lingua viva, intensa, capace di trasmettere la forza della terra e del sole. Quando recita – e lo fa spesso anche sui social, con una passione che commuove – trasmette un’energia speciale. È come se ogni parola fosse un seme piantato nella memoria collettiva, destinato a germogliare.

Non tutti i murales sono accompagnati da testi poetici, per diverse ragioni. A volte non lo consentono i committenti, soprattutto quando le opere vengono realizzate su abitazioni private. Altre volte il contesto non permette una lettura comoda e fluida. Ma ogni volta che può, Stefano unisce l’immagine alla parola, perché – dice – così l’opera acquista una completezza, un’anima in più.

E per quanto scriva di getto, non lascia nulla al caso. A casa conserva dizionari, testi di grammatica, studi approfonditi sulla lingua sarda. Una volta scritta la poesia, la lavora, la affina, la perfeziona. Perché ciò che si scrive, lo sa bene, può arrivare anche alle generazioni future. E vuole che il suo lavoro sia fatto bene, con rispetto, con cura.

Stefano è consapevole dell’importanza di ciò che fa. Non lo ostenta mai. È una persona umile, silenziosa, ma pienamente cosciente dell’impronta che sta lasciando. I suoi murales non sono solo immagini. Sono testimonianze. Sono atti d’amore verso la propria terra. Sono pagine aperte sulla storia, sulla memoria, sulla dignità di un popolo. E ora, grazie anche alla poesia, diventano ancora di più. Diventano lettere, versi, vibrazioni.

Mi ha raccontato di una poesia, “Sa fiuda in frori” – la vedova in fiore – che ha ispirato un quadro. Non sempre, infatti, nasce prima il murale. A volte è la poesia a venire per prima, a guidare la mano del pittore. È un dialogo continuo, una fusione tra immagine e parola, tra gesto e pensiero.

Un aspetto fondamentale della sua poetica è la recitazione. Non scrive solo per essere letto. Le sue poesie nascono per essere recitate, vissute, dette ad alta voce. E proprio grazie alla recitazione riesce a trasmettere la forza che sente dentro. Una forza che non tutti hanno. È un dono, una caratteristica che appartiene alla sua anima profonda. Basta guardare i suoi video online per rendersene conto: i suoi occhi brillano, la voce vibra, ogni parola sembra toccare la pelle di chi ascolta.

E questo amore, questa passione, non passano inosservati. I riscontri sui social sono numerosissimi. Persone che si emozionano, che ringraziano, che riscoprono la lingua e la cultura sarda grazie a lui. Stefano ha anche una pagina dedicata al colorismo, dove raccoglie le sue opere e le sue riflessioni. È uno spazio vivo, ricco, in continuo movimento.

Parlare con Stefano è sempre un piacere. È come entrare in un mondo fatto di sensibilità, di radici, di rispetto per la propria terra. Mi ha raccontato con naturalezza, con sincerità, cosa lo spinge a scrivere, a dipingere, a recitare. E tutto ruota attorno a un concetto centrale: la sardità. La sua identità sarda non è un’etichetta. È una dimensione dell’anima, una lente attraverso cui osservare il mondo. È il cuore pulsante di ogni sua creazione.

Attraverso la sua arte, Stefano diventa un testimone. Un custode della lingua, della storia, delle emozioni di un popolo. E questa non è solo arte. È missione. È eredità. È futuro.

Il suo sogno è un giorno raccogliere tutte le poesie in un libro, accompagnato dai suoi dipinti. Sarebbe un dono immenso per la Sardegna, per chi ama l’arte, per chi crede che la bellezza sia fatta di parole, di segni, di voci, di silenzi.

Stefano Pani non ha bisogno di parlare molto. Lascia che siano i suoi murales, le sue poesie, la sua voce, a raccontare tutto. E ci riesce. Perché in ogni pennellata e in ogni verso c’è la forza della nostra isola. C’è il sole. C’è il vento. C’è la memoria. E soprattutto, c’è la vita.

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