PAPA LEONE XIV E’ AGOSTINIANO, MA I SARDI NON SANNO PIU’ COSA SIGNIFICA PER LA LORO STORIA

Papa Leone XIV

Il nuovo papa ha parlato poco, eppure ha detto tutto. Pace. Pace disarmata. Ponti, non muri. Ma c’è una parola che forse è sfuggita ai più, e che per me è la più rivelatrice.

Ha detto di sé: sono agostiniano. Non era obbligato. Non era previsto. Lo ha scelto.

Ha voluto dare una direzione. Un’impronta. Agostino è il padre della coscienza inquieta.

Colui che ha detto “Ciò che siamo, lo siamo anche per ciò che ricordiamo.” ma anche “interroga la bellezza della terra, del mare, del cielo… tutto ti risponde: guarda, siamo belli”.

Agostino è l’Africa che pensa, la fede che cerca, il dolore che si trasforma in sapienza. E soprattutto è il ponte.

Tra paganesimo e cristianesimo. Tra filosofia greca e Vangelo. Tra il Nord e il Sud del mondo.

E noi sardi, in questa affermazione del papa, cosa abbiamo colto? Nulla. O quasi.

Perché non conosciamo più la nostra storia, e ancora meno il nostro ruolo spirituale. Eppure Sant’Agostino è stato in Sardegna. Non in carne, ma in spirito e in corpo.

Le sue spoglie mortali giunsero nell’isola ai primi del VI secolo, portate dagli esuli africani perseguitati dai vandali. E noi, i sardi, le custodimmo per secoli. Le proteggevamo come si protegge un sapere, un fuoco sacro.

E quando il re longobardo Liutprando volle dare legittimità spirituale al suo futuro Regno d’Italia, trafugò – o acquistò – quelle spoglie da Cagliari e le portò a Pavia. Perché avere Agostino significava avere una consacrazione. Significava dire: la mia autorità non viene solo dalla spada, ma anche dal sacro.

Questo episodio dovrebbe dire molto anche a noi. Non solo per l’importanza di Agostino, ma per il ruolo della Sardegna: una terra rifugio, una terra ponte, una terra guardiana del sacro come scriveva Sergio Atzeni.

E invece oggi non ne resta quasi nulla. Né nella memoria collettiva. Né nella scuola. Né nei luoghi.

Il luogo che a Cagliari conserva la memoria del passaggio di Agostino versa oggi in condizioni indecorose, come se nulla fosse mai accaduto. Ma qualcosa è accaduto.

Qualcosa di grandissimo: per secoli la Sardegna è stata crocevia spirituale del Mediterraneo.

Un luogo che ha accolto le rotte dei padri della Chiesa, i monaci d’Oriente e d’Africa, i pellegrini di passaggio.

Un’isola dove il sacro non si è mai imposto, ma si è intrecciato con la vita.

Una spiritualità propria, profondamente sarda, dove l’acqua dei pozzi sacri ha incontrato il battesimo, dove le preghiere cristiane si sono mescolate con la lingua preesistente, dove i santi camminavano scalzi tra le pietre dei nuraghi.

E allora mi chiedo: dov’è finito tutto questo? Perché non ne parliamo? Perché non lo insegniamo? Una Sardegna senza memoria spirituale è una Sardegna più fragile, più povera, più facilmente manipolabile a addomesticabile. Una Sardegna che non ricorda di essere stata ponte, e che rischia di diventare un approdo passivo.

Mentre una Sardegna che riconosce il suo ruolo nella storia sacra del Mediterraneo, è una Sardegna che può parlare al mondo.  Che può costruire ponti veri. Tra Nord e Sud. Tra Oriente e Occidente. Tra chi cerca e chi ha smesso di cercare. Che può immaginare una via propria alla modernità. Non imitata, non imposta. Ma fondata su ciò che siamo stati davvero.

Il papa si è detto agostiniano. E noi, sardi, cosa vogliamo essere? Custodi distratti di un passato dimenticato?

O protagonisti consapevoli di un’eredità ancora viva? Perché non si costruisce futuro senza conoscere la propria identità profonda.

Ora è il tempo di risvegliarsi. Di studiare, di pretendere, di rimettere mano alla nostra storia, anche quella spirituale. E di tornare a essere ponte. Non solo tra popoli e lingue, ma tra memoria e futuro, tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo ancora diventare.

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