LA SCOMPARSA DEI COLORI: L’ULTIMO LIBRO DI LUIGI MANCONI E LA BATTAGLIA PERSA CONTRO IL DECADIMENTO FISICO E MENTALE

Luigi Manconi

Sarò sincero, quest’ultimo libro di Luigi Manconi (“La scomparsa dei colori”, uscito lo scorso anno per Garzanti) l’ho comprato soprattutto perché ero curioso di leggere con quali strategie stesse combattendo la battaglia, inesorabilmente destinata a essere persa, dell’altrettanto inesorabile decadimento fisico (e per i più sfortunati anche mentale), a cui gli umani vanno incontro, una volta passati, diciamo, i settantacinque anni d’età. Fermo restando che lui è più giovane di me di quasi due anni, io settembre ‘46, lui febbraio ‘48, ambedue del giorno 21. Con Luigi ho giocoforza vissuto un bel pezzo di storia italiana, ambedue “emigrati sardi in Lombardia” (lui però liceale proveniente del prestigioso “Azuni” di Sassari), ci siamo laureati alla Statale di Milano in scienze Politiche (dalla “Cattolica”, dove pur aveva iniziato, l’hanno cacciato via, per manifesto comunismo ateo).


E poi tutta la sbornia sessantottina, aggettivo che so lui detesta, ma che mi serve ad estrema sintesi di un periodo “rivoluzionario” in cui, udite udite, in Italia circolavano due quotidiani della sinistra extraparlamentare: “Lotta Continua” e “Quotidiano dei Lavoratori”, che miravano a fare le scarpe nientemeno che alla corazzata “Unità”, venduta militarmente da centinaia di migliaia di “comunisti ortodossi”. Più tutta una serie di riviste, che duravano magari pochi mesi, edite dai “servizio studi” di “Avanguardia Operaia”, “Potere Operaio” e via cantando.

Abbiamo provato anche “a fare i Verdi” negli anni novanta: Luigi nominato “portavoce nazionale”, il termine “segretario” rimandava troppo agli aborriti partiti “tradizionali”, noi verdi eravamo “movimento”! Io “Garante dello Statuto” in Lombardia. Se non altro si può dire che fin da allora il problema ecologico del cambiamento climatico fosse già presente in frange minoritarie della sinistra politica italiana, che minoritarie sono rimaste, nonostante Madre Natura cominci a riproporcelo in maniera sempre più evidente e catastrofico il problema, inutile ricordare le ultime inondazioni in Romagna (e in Bangladesh, Somalia, Mozambico), il disastro incendiario della California e di Los Angeles. Di queste cose oggi nel nostro paese se ne occupa, si fa per dire, uno dei ministri peggiori del governo in carica (ma la lotta per essere il peggiore è, con gli altri ministri, feroce): Gilberto Pichetto Fratin, il guaio è che anche sorella Giorgia va cantando la medesima canzone (anche ultimamente, negli Emirati Uniti di Abu Dhabi) sul “nucleare di seconda generazione”, la fusione che regalerà all’umanità tutta, energia pulita come fosse emessa dal sole.

E può essere che i nostri nipoti la vedranno, fra cinquant’anni, ma solo se nel frattempo le temperature medie del pianeta non aumenteranno di più di quei benedetti due, tre gradi, che porterebbero a situazioni di irreversibilità tali che, lo dice tutta la scienza universalmente riconosciuta, non ci sarebbe più scampo per alcuno su questa terra, neppure si smettesse, per magia dall’oggi al domani, di bruciare petrolio e gas climateranti: anidride carbonica, metano e compagnia bella. Certo l’ottimismo si spegne del tutto all’arrivo sul palcoscenico politico mondiale di un altro negazionista di ben altra caratura: “The Donald”: è tornato e lotta contro di noi, davvero che dio ve la mandi buona. Io e Luigi, pur acciaccati, dovremmo scamparla, grazie all’età avanzata. Stavo per scrivere: questo scenario noi non lo vedremo, ma mi sono trattenuto per uno strano pudore che mi è subentrato, chè il libro di Manconi di questo parla, della cecità assoluta in cui lui è oramai inesorabilmente caduto.

Ha scritto molti libri Luigi, svariando sulle problematiche inerenti ai diritti di tutti, ma in ispecie degli ultimi della terra, migranti, carcerati, trattenuti nelle stazioni di polizia, sapiens dal colore della pelle che non sia il bianco. Questo è tutt’altra cosa, pur se in esso il protagonista che agisce, sembra diverso dallo scrivente che ne segue, giorno per giorno, le vicende, ora tragiche, ora tragicomiche, quale fosse una specie di Sherlok Holmes che si auto-investiga, con una lente d’ingrandimento che agisce anche da specchio riflettente. Questo gioco di sdoppiamento consente alla scrittura di Manconi di non cadere mai nel pietismo, un pericolo quasi inesorabile data la condizione di perdita di autonomia in cui è precipitato. Sa essere drastico Manconi, quando scrive della sua tragedia: “Parlando di coloro che si trovano nella mia condizione uso il termine non vedenti, mentre, se mi riferisco a me, dico: cieco”. Eppure è capace di continuare con:” Io non sono ipovedente, bensì cieco. E come tale voglio essere considerato e, di conseguenza, chiamato. Una delle battute di cui vado più fiero è quella che, giocando sulla mia tendenza “etnica” a raddoppiare le consonanti, si esprime così: ipovedente? O ippovedente? Cioè uno che si guarda intorno mentre va a cavallo?” (pag.35). Sin da ragazzo gli occhiali sono stati per Luigi un attrezzo di cui non poteva fare a meno, col corollario non indifferente che lui tendeva a romperli sin troppo spesso, la famiglia da cui proveniva lui la descrive come “piccolo borghese di prima ed esile sicurezza economica.

Quello di mio padre, medico della mutua, era l’unico reddito; e il bilancio delle spese e il risparmio necessario per il futuro dei cinque figli, tutti destinati a frequentare l’università, erano sottoposti a un rigidissimo controllo. Il nostro stile di vita era sobrio fino all’essenzialità…In un regime tanto parsimonioso, comprare un nuovo paio di occhiali era una spesa capace di compromettere l’ordinaria contabilità e di costituire un fattore di autentica preoccupazione” (pag.99). Ma come impedire di giocare a calcio a un ragazzino innamorato di Omar Sivori e John Charles, che con Giampiero Boniperti costituivano il trio magico della Juventus dal ‘57 al 1961? Scrive Manconi che sino ai cinquant’anni è stato grande tifoso di calcio, poi l’entusiasmo si è affievolito, oggi comunque ad assistere alle partite (quelle del suo rione romano in cui abita: San Lorenzo) si fa ancora accompagnare, e le “vede” con le orecchie, seguendo l’intercalare dei tifosi in cui si immerge, il tonfo del pallone quando è colpito di pieno collo, addirittura quando gonfia la rete e la gente intorno urla al goool!

Anche il compulsare dei giornali la mattina è oramai un ricordo, come del resto la lettura di un libro, lui che è sempre stato un lettore vorace spaziante dalla letteratura ai saggi storici, eppure non se ne lamenta più che tanto. Oggi ci sono i libri “sonori”, un catalogo sterminato “ che consentono al lettore colto e sazio, quando ne abbia la voglia e la disponibilità, di arricchire e articolare il suo piacere, percorrendo sentieri nuovi e provando le emozioni inedite che una lettrice o un lettore , un’attrice o un attore possono offrire loro…Per un normodotato (diciamo così) leggere in proprio l’Inferno dantesco o ascoltarne la tempestosa lettura di Vittorio Sermonti è davvero la stessa cosa?”(pag.69). Del resto per Luigi l’ascolto della prosa è fatto che risale alla sua giovinezza: “Sessant’anni fa, a Sassari, nella mia cameretta, c’era un giradischi, il bene più prezioso di cui disponevo. Vi ascoltavo i 45 giri di musica leggera ma anche alcuni dischi chiamati EP che erano interamente dedicati alla prosa e vi si trovavano interpretazioni classiche di poeti e autori teatrali che riscuotevano un certo successo di pubblico…ricordo incancellabile: il grandissimo Arnoldo Foà. La sua interpretazione di Federico Garcia Lorca arrivava ad esaltarmi…Quando Foa’ leggeva (da La sposa infedele): “E io che me la portai al fiume/ credendo che fosse ragazza/ invece aveva marito…” io ero già tutto teso nell’ascolto e mi preparavo al successivo crescendo: “Io mi levai la cravatta/ lei si tolse il vestito / io la cintura e la rivoltella/ lei i suoi quattro corpetti” (pag.65).

Diverrà scrittore di libri questo ragazzino, scrittore di editoriali nei maggiori quotidiani italiani, senatore della Repubblica, vice-ministro alla giustizia, docente di sociologia in università. E evidentemente, di libri continua a scriverne (aiutato in questo dalle sue tre assistenti), sa di essere un privilegiato, circondato dall’affetto della compagna Bianca e dei suoi tre figli: l’ultima Giulia, che nasce nei suoi cinquanta anni quando “i colori cominciarono a scomparire”, è per lui l’ennesimo dono del cielo. Tommaso Di Francesco, poeta, giornalista, scrittore, sul “Manifesto” del 18 ottobre scorso lo recensisce in un articolo toccante e coinvolgente: “Una luccicanza ai limiti della notte”, un racconto privatissimo che travalica, per la forma con cui è restituito, il dato biografico drammatico (si trova anche in rete). In cui ricorda Manconi che ha sempre amato la lotta: “la lotta e il movimento sono l’esatto contrario della cecità”.

Un esempio: sul “Fatto Quotidiano” del 16 gennaio 2025 a titolo: “Governo Meloni ha peggiorato il sistema delle garanzie”, il rapporto sullo stato dei diritti. Manconi: “Scudo agenti? Favorirebbe omertà”. “In Italia l sistema dei diritti e delle garanzie è da sempre assai arretrato, anche per responsabilità delle politiche dei governi di centrosinistra. Ma oltre due anni di governo Meloni lo hanno ulteriormente indebolito, incrementando il deficit di protezione sociale e rendendo ancora più fragili le tutele individuali”. A rivendicarlo l’ex senatore Luigi Manconi, presidente di “A Buon Diritto Onlus”, nel corso della presentazione alla Camera dei deputati del nuovo rapporto sullo Stato dei diritti nel nostro paese, in occasione del decimo anniversario della sua pubblicazione. “Fuggire, se puoi e finché puoi, il buio che incombe che ti blocca e ti inchioda in una condizione statica e stagnante. La patologia, come una grazia di Stato, mi ha consentito di sublimare la mia miseria in una attività agonistica” (pag.201).

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