DOVE VA IL NOSTRO PIANETA? ALLA RICERCA DELLA PACE PERDUTA: A MILANO PER ACTION AID ITALIA, CON LA REFERENTE EMANUELA ZIRATTU

Emanuela Zirattu

Sospetto fortemente di essere finito in uno di quegli algoritmi che, leggendo l’avvicinarsi di un’età “appropriata”, per me saranno 77 a fine settembre, fa sì che “gratuitamente” ti arrivino a casa, tramite e-mail, tutta una serie di consigli per “ben invecchiare”, mantenere ancora una buona vita sessuale, accedere a sconti per protesi dentarie e uditive e via discorrendo (per non deprimersi troppo, consiglio: Marc Augè: “Il tempo senza età”, La vecchiaia non esiste, Raffaello Cortina ed.). Persino Action Aid che mi fa il favore di “adottare a distanza” una bimba nello Zambia (prelievo mensile di poco più di venti euro) , tale Jesica che ogni tanto mi invia un disegno dai contorni sfuocati raffiguranti per lo più alberi rigogliosi dai tronchi inverosimili,  facendo il verso a quei frati ambulanti che nel medio evo passavano per i villaggi gridando: “ricorda che devi morire!”, mi invita presso i suoi uffici milanesi ad un incontro informativo sui cosiddetti “lasciti solidali”, come fare perché all’interno di un testamento si possa far arrivare del denaro, dei beni immobili e mobili, ori e preziosi e quant’altro a un Ente del Terzo Settore (E.T.S) , qual è anche l’associazione. Ci vado anche perché a “firmare” l’invito è Emanuela Zirattu, referente -lasciti Action Aid Italia (lasciti@actionaid.org) e poiché nel settembre del 2017 la responsabile del settore sostenitori era Anna Agus, con cui avevo avuto una chiacchierata, fedelmente riportata sulla “Gazzetta”; ero curioso di indagare quanto il fenomeno di queste ragazze, donne, sarde che lavorassero a tempo pieno per un’associazione così prestigiosa, fosse ampio. E, mi dice Emanuela, ci si da del tu in quanto sardi, anche se lei è nata a Milano, ma “è sardissima” lo stesso, ho proprio ragione, Anna non lavora più per loro ma assieme a lei negli uffici di Milano le ragazze sarde sono numerose. Per intanto occorre dire che, retribuzioni a parte, quello che loro fanno è uno dei lavori più belli che si possano spendere in questo nostro mondo. Trattasi, per chi ancora non lo sapesse, di aiutare i poveri che pullulano in questo nostro pianeta, in specie bimbe e bimbi, ad intravvedere la possibilità di un futuro meno miserabile del presente che li sovrasta. Jesica, tanto per dire, in Zambia ha una “prospettiva di vita” intorno ai quarant’anni, deve campare con un reddito medio che non arriva ai due euro giornalieri, è una privilegiata perché seppure a cinque chilometri, che deve farsi a piedi, può andare a scuola, e deve scampare “gravidanze indesiderate” che moltissime sue coetanee si trovano invece a dover portare a termine, una dopo l’altra: a vent’anni devi curare cinque marmocchi, curare le faccende di casa, andare a prendere l’acqua, lavare i panni al fiume ( lo faceva anche mamma mia nella Guspini degli anni trenta del novecento), cucinare, raschiare l’orto. Niente corrente elettrica, ospedali questi sconosciuti, malattie curabilissime solo si potessero trovare i farmaci per curarle. E allora, in trepida attesa della rivoluzione proletaria che sicuramente verrà, ben vengano Emergency, Medici senza frontiere, Open arms, Action Aid e tutte quelle associazioni non governative (le famose ONG che Salvini e compagni vorrebbero seppellire nei flutti del Mediterraneo mare) a tentare di svuotarlo con un cucchiaio da caffè quel mare di ingiustizia che pervade l’intero nostro mondo. E chi lavora a questo scopo, io credo, dorme bene e fa bei sogni. Mi dice Emanuela che quest’anno è stata in Nepal , a Katmandu, nel bel mezzo del monsone, anche lì pur essendo la capitale del paese il tasso di povertà è inimmaginabile, in una delle scuole messe su da Actionaid ha incontrato uno stormo di bimbi che le hanno fatto una festa indimenticabile, con numerosi di loro che hanno raccontato la loro storia in clima di covid e lockdown corrispondente, storie che facevano piangere tutti, con la scuola chiusa che spesso è l’unico ente che ti fa mangiare almeno un pasto al giorno, eppure quando le bimbe si sono lanciate in una danza di gioia, abbracciandole le ginocchia, ha dovuto riprendere a piangere anche lei. E simili sensazioni emotive le ha vissute anche in Malawi (confina con lo Zambia della “mia” Jesica) , altro paese che ha visitato finora. Ha una bimba di 12 anni Emanuela, suo marito fa tutt’altro lavoro che il suo, e la figliola era molto preoccupata che mamma se ne andasse da sola in posti così pericolosi. In Nepal, sponsor sempre Actionaid, hanno messo in piedi un incontro settimanale per le donne, una di loro, sposata giovanissima, ha trovato la forza di far sì che il marito la lasciasse seguire un corso per fare la maestra. Cosa non scontata che anche da loro il maschio è padrone, e spesso alza le mani per sottolineare le sue ragioni, le donne del gruppo hanno potuto constatare che se intervengono tutte in difesa della maltrattata di turno, i maschi abbassano la cresta e promettono di non farlo più. Cambiare, una volta presa consapevolezza di sé, e a questo ti aiutano i volontari, si può: Rael in un povero paese della Tanzania aveva un ruolo sociale invidiabile: era quella che faceva “diventare donne” le ragazze, tagliando loro il clitoride, che così si era fatto da tempo immemorabile, e se volevi trovarti un marito questa “operazione” avevi da fare, che diversamente non saresti stata “donna per bene”, indegna del matrimonio. A 60 anni, dopo aver seguito un corso che spiegava le conseguenze fisiche e psichiche di una tale pratica, lei, che pure aveva ereditato il ruolo dalla madre, e che era contenta di svolgerlo, ha avuto la forza di cambiare tutta la sua vita e, da allora, si è fatta ambasciatrice presso la sua comunità e quelle vicine, della violenza che comporta una tale pratica per le donne. E parlando nelle scuole apre la mente alle ragazze che diversamente avrebbero ritenuto del tutto naturale assoggettarsi a tanta brutalità. La voce di Paola Maceroni, responsabile dei sostenitori, che racconta questa storia, si spegne assieme alle lacrime che le bagnano gli occhi, e torna fioca solo dopo un bicchiere di acqua. Passa un video di una scuola appena inaugurata in Malawi: 1048 alunni di cui 503 maschi, tutti con una divisa verde chiaro con un colletto giallo enorme, il sorriso dei bimbi che splende come fascio di laser, la grande novità sono i bagni e gli spogliatoi separati per femmine e maschi, e le bimbe non lasciano più la scuola come prima, né rimangono incinte e costrette a sposarsi. E poi c’è le guerre e i terremoti e le alluvioni, ci sono siriani in fuga dai massacri di Assad (dieci anni di guerra!) che si sono rifugiati in Turchia, a milioni, in Libano, a milioni. Una volta dato sepoltura ai 40.000 rimasti sotto le macerie (100.000 i feriti) Actionaid e il suo partner Violet si sono attivati per monitorare i bisogni più urgenti della popolazione: cibo, acqua potabile, kit igienico-sanitari, vestiti e coperte invernali, tende. Che con la storia che: “Turchia first” (Donald Trump ha fatto scuola) loro sono stati dimenticati e lasciati nella loro disperazione. E in Marocco, Actionaid c’è da vent’anni, nelle zone dell’Atlante a sud di Marrakesh. Il re, bontà sua, non vuole “interferenze internazionali”, così che la gente continua a dormire all’addiaccio, senza uno straccio di coperta, e i feriti non trovano ospedali e medici che li curino. Continua la guerra civile in Sudan (uno dei contendenti è aiutato dalla Wagner, orfana dal padre padrone saltato in aria col suo aereo privato nei cieli della madre Russia) e chi può scappa nei paesi vicini, che i confini sono solo sulle carte geografiche di noi occidentali. Scappano a milioni. Continua la guerra tra le varie etnie dell’Etiopia. L’una, appena può, massacra l’altra, che ha la colpa di parlare oromo o tigrè o amara. E dall’Eritrea i maschi appena possono tagliano la corda che il dittatore di turno gli prospetta una vita in divisa militare. Quelli provenienti dal Sahel li vediamo ogni giorno sbarcare a Lampedusa, a migliaia. Sorella Giorgia era andata in Tunisia a promettere soldi a quel sciroccato di Saied purché fermasse i barchini che salpano da Sfax, pieni di gente di colore che, a sentir lui, avevano in mente di minare la purezza bianca delle genti tunisine. Pure nell’entourage di Giorgia c’è chi va delirando di “complotto etnico” ai danni del nostro paese che, sfortunatamente è circondato dal mare e non può, come in Polonia e Ungheria, tirare su quei centottanta chilometri di filo spinato, che salvi l’italica razza. Paola Egonu, che pure gioca nella nazionale di pallavolo italiana, nata essa stessa a Cittadella provincia leghista di Padova, se ne faccia una ragione, non è rappresentativa dell’italianità, troppo decisamente nera, e per di più un poco bisessuale. Da Pakistan, Afganistan e Bangladesh arrivano da noi a Trieste, dopo aver scavalcato muri bulgari e rumeni, ma molti ne   muoiono in viaggio. E i polacchi sono di quelli che vogliono consegnare a Zelens’kyj quei poveracci che non vogliono lasciarci la pelle nella riconquista della Crimea. Pacifisti? Traditori? E la patria che fine farà. Certo se dall’altra parte c’è un criminale che, tutte le notti, manda missili su condomini e supermercati, e ospedali…Ma i due eserciti più forti che ci sono in Europa si massacrano l’un l’altro ogni giorno, centinaia i ragazzi ventenni che muoiono dall’una e dall’altra parte, giornalmente. Allora perdoniamoli questi di Actionaid se si sono messi in mente che si possa avere un diverso atteggiamento verso i popoli tutti, al di là di bandiere e confini. Che si possano aiutare in casa loro costruendo ospedali e scuole per tutti, senza rubare loro il rame e il cobalto e l’uranio, per tacere di gas e petrolio. Vuoi vedere che a nessuno verrà poi voglia di emigrare da noi? Il babbo di Emanuela è di Putifigari, un tiro di schioppo da Alghero. Da quelle parti si può visitare una delle più belle domus de janas che ci siano in Sardegna: S’incantu la chiamano, nella necropoli di monte Siseri. L’homo sapiens che le costruì tremila anni prima di Cristo non conosceva confini di sorta. Ha colonizzato l’intero mondo, Australia e Polinesia comprese. Scimmia che si è messa a parlare forse centomila anni fa, a raccontarsi storie, fin a scriverle in libri e tavolette d’argilla. Ora si sta mangiando letteralmente il pianeta. Lui e gli animali che ha “domesticato”, a miliardi. Cosa è andato storto? I raccoglitori foraggiatori che costruirono tombe di giganti e domus de janas perché i loro defunti avessero case simili alle loro anche nell’aldilà, com’è che si inventarono poi stati e bandiere e inni nazionali, da difendere sino a perdere la vita, con spade di bronzo, di ferro, e archi e balestre e colubrine e moschetti e carri armati e missili e bombe atomiche a migliaia? Emanuela Zirattu e le altre ragazze sarde che come lei hanno nel DNA un tempo in cui alle fate, le janas, si costruivano case, e regnava sovrana la Pace, lavorano oggi per ritrovarlo quel tempo

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