IL DIETRO LE QUINTE DELLA CONFERENZA INTERNAZIONALE A CAGLIARI: I CONTI ECONOMICI E SOCIALI DELL’EMIGRAZIONE FRA LUCI ED OMBRE

di GIANRAIMONDO FARINA

Un dato emerge chiaramente e nitidamente dall’intensa e coinvolgente “due giorni” di dibattiti, convegni e confronti organizzata dalla Regione Sardegna – Assessorato regionali al Lavoro e delle politiche sociali, tenutasi a Cagliari il 28 e  29 Aprile nello splendido scenario del riqualificato Teatro Doglio, presso l’area delle due basiliche di San Lucifero e San Saturnino, “culle” della Sardegna cristiana. Ed è un primo dato incontrovertibile da cui poter ripartire. Lo fornisce il CeSPI, l’importante Centro Studi Politiche Internazionali con sede a Roma (fronte Palazzo Venezia). La Sardegna è l’unica regione a parlare di emigrazione dentro l’Agenda dello sviluppo sostenibile 2030. Aspetto e motivo per cui, a detta del gruppo di ricercatori guidato e diretto dall’intraprendente Daniele Frigeri, la nostra isola potrebbe essere candidata come chiaro esempio di “best practice”. Una conferenza, dunque che, indetta e voluta dalla Regione e, nello specifico, dal suo assessorato al lavoro, raccogliendo, soprattutto, l’impegno delle due ultime assessore che si sono succedute, Alessandra Zedda (già ex vicepresidente della prima Giunta Solinas) e l’attuale  Ada Lai,ha voluto, dopo le due precedenti del 1987 e del 2008,”tastare il polso” alla salute degli “Stati Generali dell’Emigrazione sarda”. Annunciata e preannunciata già fin dal 2019,causa pandemia, è stata rinviata al 2023. E, stando ai dati forniti dagli organizzatori, ha coinvolto, nella due giorni di Cagliari, ben 84 realtà sarde fuori dalla Sardegna. Ne è emerso uno spaccato ben preciso di “un’altra” Sardegna, quella de Su Disterru che chiede di essere ascoltata. Ed i numeri ci sono e sono importanti. I circoli sardi partecipanti hanno rappresentato, con i loro delegati, il 70% delle associazioni fuori dalla Sardegna (84 su 120). Il maggior contributo è arrivato dai circoli italiani (49 su 84, il 58% ). Seguono i circoli europei (22,7%), Paesi con sede nell’UE (16, 7%), Extra UE come Svizzera e UK (6%) e infine dalle Americhe (14,3%) e da Asia/Australia (4,8%). Ad essi si sono aggiunti i rappresentanti delle Federazioni italiane ed estere (non tutti i circoli vi aderiscono) e quelli della Consulta regionale dell’Emigrazione, costituita presso l’Assessorato al lavoro ed espressione di tutte (o quasi) le realtà associative dell’emigrazione, dalle federazioni nazionali (italiana, argentina, tedesca e svizzera) alle associazioni di tutela. Una due giorni che, iniziata nel pomeriggio del 28 Aprile, si è conclusa il 29 con l’adozione del documento d’intenti finale.  Ma andiamo con ordine, cercando di fare una disamina precisa ed accurata di quanto discusso ed avvenuto.

1. L’APERTURA DELLA CONFERENZA CON IL “VUOTO” DELL’INNO. NON È IL MOMENTO DELLA TREBBIA.

 Innanzitutto l’apertura della Conferenza, voluta e fissata appositamente per il 28 Aprile.  Non una data qualunque, ma quella de “Sa Die de Sa Sardigna”, la giornata del popolo sardo rievocante la sommossa popolare del 28 Aprile 1794, conclusasi con la cacciata dei funzionari sabaudi da Cagliari e l’inizio di quel moto di libertà, fondamento inequivocabile ed indissolubile della Sardegna moderna, che ha trovato la sua massima espressione in Giovanni Maria Angioy (Bono, 1751- Parigi,1808) e nei martiri ed esuli di quella che, dall’odierna storiografia, è definita Sarda Rivoluzione. Ebbene, se al mattino, presso la sede istituzionale del Consiglio Regionale, alcuni degli emigrati presenti han potuto partecipare al discorso commemorativo del Presidente Solinas, accompagnato dall’inno nazionale ufficiale sardo (riconosciuto con legge regionale del 2018) Su patriottu sardu a sos feudatarios del giurista ozierese Francesco Ignazio Mannu, meglio noto come Procurade ‘e moderare, questo, purtroppo, non è stato possibile farlo ascoltare alla platea degli emigrati presenti nella bella e signorile cornice di Teatro Doglio. La banda della Brigata Sassari, invitata per l’occasione, non lo aveva in repertorio. Caso alquanto strano, vista la solenne ricorrenza. Una “Die de Sa Sardigna” iniziata, dunque, “monca” del proprio inno, per gli emigrati. Nel compenso si sono ascoltati l’inno monarchico del Regno di Sardegna Cunservet Deus su Re di Vittorio Angius (adottato nel 1848), il Dimonios di Luciano Sechi del 1994, e “Fratelli d’Italia” di Goffredo Mameli (peraltro di ascendenze paterne sarde). Mancava ” all’appello” l’inno ufficiale della Regione che, fin dal 1795, è ritenuto un inno popolare della cultura sarda. Ma che, forse, l’ “altra” Sardegna avrebbe fatto meglio a non sentire. Eppure quelle 47 strofe e 376 versi, scritti proprio durante i moti antifeudali del triennio 1793-1796 avrebbero potuto contribuire a dare maggiore impulso e linfa al denso programma della Conferenza. Avendo come oggetto la denuncia dello stato della gestione sabauda della Sardegna alla fine del XVIII secolo. Un componimento in cui viene descritta, nei minimi dettagli, la disastrosa situazione economica dell’isola in quel periodo, con precisi riflessi a quello attuale.  E con invettive contro gli oppressori piemontesi, sfruttatori dell’isola e delle sue risorse in maniera non diversa da quanto fatto dalla Spagna nelle Indie (Fit pro sos piemontesos sa Sardigna una cuccagna, che in sas Indias s’Ispagna). Ancor più ficcante e determinante sarebbe stato concludere la cerimonia di apertura non tanto con il generalista e “sassarino” Fortza Paris, ma con il ben più vigoroso grido d’incitamento alla rivolta, legato alla profonda tradizione agro-pastorale sarda, suggellato da quel detto popolare di lapidaria efficacia: Cando si tenet su bentu est prezisu bentulare , quando si leva il vento, bisogna trebbiare.  Probabilmente, però, nelle “due  Sardegne”, non è ancora arrivato il momento della trebbia… .

2. I DISCORSI ISTITUZIONALI.  NEL SEGNO DI GRAZIA DELEDDA E MARCELLO SERRA. LA NECESSITÀ DI UN “CAMBIO DI PASSO” E LA QUESTIONE IRRISOLTA DELL’AIRE NEI PICCOLI COMUNI SARDI. 

Certamente un momento di riflessione è stato quello fornito dal presidente della Regione Cristian Solinas. Nel discorso introduttivo ha rimarcato il legame fra l’emigrazione e l’isola. Una storia migratoria, quella sarda, cresciuta considerevolmente tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo. Un discorso che è andato ad affrontare i punti “cardine” del Programma annuale dell’emigrazione, esponendo alla platea dei delegati alcuni criteri importanti: numero dei soci iscritti, rendicontazione dei progetti più connessi alla cultura sarda e contributi ai comuni per i lavoratori emigrati che rientrano in Sardegna. Lo stesso presidente ha annunciato come siano state accolte tutte le proposte della Consulta regionale per l’Emigrazione, la vera “cabina di regia” dell’ “altra Sardegna” insediata a sostegno dell’Assessorato regionale al lavoro. La prima parte del discorso si è  soffermata nella citazione di Grazia Deledda ( ricordata da altri circoli in occasione del 150 anno dalla nascita e per cui il circolo Sardegna di Monza, da solo, sta’ portando avanti una serie di iniziative culturali tese al riconoscimento della cittadinanza onoraria postuma alla grande Premio Nobel). Una Deledda che, emigrata anche lei (fra Lazio, Romagna e Lombardia nella Bassa mantovana) definiva la sua isola come “terra che accarezza la nostalgia”. “In Deledda”- ha chiosato Solinas- “vi è la Sardegna dei sentimenti e dell’amore mai vinto”. Come quei versi- simbolo a lei attribuiti, che, letti e riletti, “scaldano” il cuore di ogni sardo ed amante della Sardegna: “Noi siamo sardi. Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi. Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese. Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto. Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta. Noi siamo sardi”. Versi forti, identitari, che sono stati accompagnati, da parte del Presidente, dopo il discusso silenzio mantenuto a seguito dell’esibizione della banda della Brigata Sassari con gli inni militari e monarchici (e non con Su patriottu sardu a sos feudatarios), nella rievocazione del ricordo de “Sa Die”, uno dei pochi momenti in cui, peraltro, gli emigrati hanno potuto capire il vero senso del Vespro Sardo di 219 anni fa’. “Momento in cui”- ha sottolineato Solinas- “un popolo ha saputo riscoprire la propria identità scagliandosi contro un potere tirannico”. Parole attese, che hanno ridato linfa a quei pochi circoli sardi che, come quelli di Monza, Torino e Verona , in questi ultimi anni si sono prodigati, almeno in Italia, a ricordare “Sa Die” con tutti i crismi, invitando come relatori personalità del calibro di Francesco Casula (giunto alla 165 presentazione, proprio a Monza, di “Carlo Felice ed i tiranni sabaudi”), Adriana Valenti Sabouret con il suo Madame Dupont sull’esilio di Giovanni Maria Angioy a Parigi e Tonino Bussu, ex sindaco di Ollolai ed apprezzato storico. La ripresa di quei profondi versi attribuiti alla Deledda ha portato Solinas a concludere il suo discorso con un’altra citazione, questa volta dello scrittore ogliastrino Marcello Serra (1913- 1994). Parole che descrivono l’isola come “languore dolce amaro di malinconia, chiamato Mal di Sardegna”.  Sentimento e legame ben ripreso e compreso anche da chi, come Mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, proviene dall’altra isola sorella, la Sicilia. Il presule catanese, che dal 2022 è anche segretario generale della CEI e dal 2019, anno della sua elezione a vescovo, primate di Sardegna e Corsica, ha rimarcato nel suo saluto come “quando ci sono dei fratelli si crea un popolo”. Ed il popolo sardo è questo.  “I sardi, in Sardegna e fuori da essa, hanno bisogno di stare nel mondo”. E la terra, per chi  è isolano (e Baturi lo comprende), è come “madre”, perché da lì si proviene e lì si nasce. Sul tema dei “ritorni” ha, invece, puntato il rettore dell’Università degli studi di Cagliari, prof. Francesco Mola, napoletano ed ordinario di Statistica presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali. Ed è  proprio con riferimento ai suoi “cari” numeri che ha parlato di “un maggiore impegno dell’Ateneo per richiedere un aumento delle risorse per i Dottorati di ricerca al fine di avere dei ritorni”. Ritorni da restituire alla comunità accademica sarda in virtù dello sforzo fatto. Sul “cambio di passo” ha, invece, puntato l’on. Alessandra Zedda, già assessora al lavoro e vicepresidente della Giunta regionale nel primo esecutivo Solinas (2019-2022) e molto vicina e sensibile al mondo dell’Emigrazione. L’onorevole ha citato i vari momenti che l’hanno resa protagonista come i due  convegni organizzati dall’emigrazione sarda organizzata in Italia a Milano e  Saronno e quello avuto in Argentina. Tuttavia ha tenuto a sottolineare come la sua vicinanza sia stata per tutti i circoli, anche per quelli fuori dalle cosiddette “federazioni” nazionali (e c’è ne sono), la cui voce dev’essere presa in considerazione. Anche perché l’obbiettivo è quello di “tenere sempre teso il filo della Regione con tutti i sardi e le loro comunità dell’altra Sardegna”. La Zedda ha poi sottolineato come, per questo, sia stata necessaria una riorganizzazione di Aspal Sardegna, l’Agenzia regionale per le  politiche attive sul lavoro. Questo perché l’emigrazione in Sardegna è  stata da sempre intesa come parte rilevante della tematica lavoro. “Ed è stata tale consapevolezza” – ha ribadito l’ex vicepresidente della Giunta regionale – “che ci ha permesso di essere stati accolti da tutte le comunità sarde nel mondo”. Sui circoli sardi intesi come “piccoli comuni” ha voluto insistere Paolo Secci, presidente del Consiglio delle Autonomie locali. Anche la sua è una storia di emigrazione alle spalle, soprattutto da parte paterna. Spinta che gli ha dato la forza e la voglia di conoscere le lingue per cui si è recato all’Estero ove, per scelta, ha lavorato per diversi anni. Poi è stata la volta del senatore quartese Marco Meloni. Classe 1971, quest’ultimo, da sempre confluente nell’area lettiana del PD, ha incentrato il suo intervento, data la sua provenienza e formazione, sulla buona qualità delle Università sarde e sull’esempio positivo del precedente programma soriano Master and back. Peccato, però, che non abbia ben visto e parlato con i tanti giovani e ricercatori universitari presenti che alimentano e ravvivano la presenza e le attività dei circoli. Perché la scommessa vera dell’università, anche quella sarda, è, allo stesso tempo, quella di formare e fare dei giovani cittadini del mondo pur legati alle proprie origini.  Più prettamente personale, anzi familiare, è stata la testimonianza offerta dal consigliere regionale gallurese del Movimento 5 Stelle, Roberto Li Gioi, 55 anni, ex promotore finanziario.  Avendo una moglie argentina (di padre calabrese e madre siciliana) ha potuto constatare, in prima persona, durante la sua visita al Circolo dei sardi di Buenos Aires, il “vero amore di questi emigrati che i sardi residenti, purtroppo, non riescono a contraccambiare totalmente”. Ed un esempio chiaro di questo “stato delle cose” è offerto, concretamente dall’A.I.R.E. (Anagrafe Italiana Residenza alla Estero). I sardi iscritti all’Aire rappresentano circa il 10% della base elettorale. Cifra non trascurabile e ragguardevole se poi raffrontata alla popolazione. Ed è qua che emerge la questione rilevante già segnalata, a suo tempo, dal sottoscritto ( si veda articolo pubblicato sul “Messaggero Sardo” del 14 giugno 2017 dal titolo “Elezioni: la Sardegna discrimina gli iscritti all’ Aire”). Nello specifico si tratta dell’ incongruenza della legge regionale 10/2011 sul quorum strutturale per le elezioni locali nei comuni al di sotto dei 3000 abitanti. Ossia l’art. 2 comma 2 della citata legge regionale in merito alla fissazione del quorum valido per l’esercizio delle consultazioni amministrative locali. La detta disposizione cita testualmente che “per la fissazione del quorum, nei comuni con abitanti inferiori ai 3000 non sono computati fra gli elettori nelle liste elettorali del comune quelli iscritti all’ A.I.R.E. (Anagrafe Italiani Residenti all’ Estero)”. Questo in violazione della sentenza della Corte Costituzionale n° 242/2012 che stabilisce come “ai fini del quorum strutturale dei votanti nei comuni più piccoli, siano da contabilizzare i cittadini dell’A.I.R.E.”.E questo per la Sardegna, costituita per oltre il 50 % di piccoli comuni al di sotto dei 3000 abitanti, con alcuni casi di picchi rilevanti di iscritti all’Aire (in  comuni dell’Oristanese si raggiungerebbe il 50 %), rappresenta un serio problema di democrazia diretta e partecipativa. Cui, però, la politica regionale (la Sardegna, essendo regione a Statuto speciale ha prerogativa esclusiva in materia elettorale) continua a rimanere sorda. Nessuno, in sede di Conferenza, ha sollevato il problema che, comunque, permane e stride con l’intera “impalcatura” di un programma teso a coinvolgere maggiormente il mondo sardo dell’emigrazione anche per lo sviluppo locale e delle zone interne. Ma come si fa’ se il voto degli emigrati, nello specifico quello degli iscritti all’Aire, non viene computato al fine del raggiungimento del quorum per le elezioni comunali nei piccoli comuni in ossequio al citato art. 2 comma 2 della legge regionale 10/ 2011?

3. IL DIBATTITO. L’EMIGRAZIONE SARDA OGGI . “UNA SARDEGNA FUORI DALLA SARDEGNA” FRA LUCI ED OMBRE,NOU E CONNOTTU

Il successivo e centrale dibattito, tenutosi sempre nell’ala centrale di Teatro Doglio, si è articolato su due momenti, introdotti dalla “padrona di casa”, onorevole Ada Lai, Assessora del Lavoro, Formazione professionale, Cooperazione e Sicurezza Sociale della Regione Sardegna, moderati entrambi da Roberto Doneddu, direttore generale dello stesso assessorato e conclusi, dopo gli interventi programmati di parlamentari, consiglieri regionali e rappresentanti degli Enti locali, dalla splendida performance dell’ attrice Lia Careddu, interpretante alcuni brani di Grazia Deledda e di altri autori sardi. Alla prima sessione han partecipato Domenico Scala, vicepresidente vicario della Consulta regionale dell’Emigrazione, Serafina Mascia, vicepresidente della medesima Consulta e Mauro Carta, rappresentante delle Associazioni di tutela e dei Consultori senza Federazione. Ed è subito emersa una sostanziale e velata differenza, ben presente in seno alla Consulta regionale dell’Emigrazione, fra i rappresentanti esteri e quelli italiani. Ad “dare fuoco alle polveri” è stato l’accorato intervento di uno dei militanti della prima ora. Quel Domenico Scala da sempre impegnato all’Estero nell’associazionismo sardo organizzato e che ha partecipato alle Conferenze dell’Emigrazione del 1988 e del 2008. Un intervento deciso ed applaudito, il suo, che ha fatto, da subito, emergere la fatica maggiore  di chi vive all’Estero “e su cui occorrerebbe aprire un’ulteriore finestra”. La disamina di Scala ha portato, poi, alla dura realtà demografica. A partire dall’Italia, dove nel 2022 sono stati registrati 400 mila nuovi nati con la Sardegna in maglia nera. Scala, dal canto suo, ha condotto un’indagine ed un’analisi alquanto preoccupante con uno sguardo prospettico ed un intervento strategico in cui emerge il rapporto profondo fra l’isola e le sue tradizioni e radici. “Vi è un’altra Sardegna fuori dalla Sardegna!”. È questo il grido fatto rimbombare in platea dal vicepresidente vicario della Consulta. Un grido cui è seguita, specificamente, un’indicazione: creare nuovi legami con i sardi del Nord- America. È di recente costituzione, infatti, l’attivissima e dinamica associazione “Sardi del Quebec” con sede a Montreal. Allo stesso modo Scala ha indicato migliori apporti che possano giungere anche dalle realtà dell’America latina. Un quadro, questo, che ribadisce come la Sardegna, in Italia, mantenga il primato di essere ancora la regione più attenta all’Emigrazione , continuando a sostenerla ed a finanziarla nonostante le crisi economiche e pandemiche. Sulla stessa linea, con qualche indicativa novità, si è posto l’intervento interessante di Mauro Carta da Gesico, rappresentante delle Associazioni di tutela, dei circoli sardi non aderenti alle Federazioni, nonché nuovo presidente regionale Acli. In primo luogo egli ha sottolineato come la pandemia abbia “lasciato il segno”, impedendo realmente di fare le cose”. In secondo luogo, ha rimarcato, sulla linea de Su Nou, come  i circoli sardi dell’Estero abbiano bisogno della Regione. Senza dimenticare anche quei circoli sardi non afferenti alle varie Federazioni (in Italia si distingue l’attivissimo circolo di Monza), per cui, oltre la Consulta, sarebbe necessario dare vita, quanto prima, ad un nuovo “Forum” , luogo costante per relazionarsi con la Regione. Un modo come un altro di poter trasformare la stessa “Sardegna- Mondo”, titolo scelto dagli organizzatori della Conferenza, in una vera e propria piattaforma in continuo aggiornamento. Su Nou, ossia le istanze nuove emergenti soprattutto dalle associazioni e federazioni estere, si è completato con gli interventi di Giovanni Manca, Presidente della Federazione dei Circoli in Germania, Margarita Tavera, Presidente della Federazione dei Circoli in Argentina ed Antonio Mura, Presidente della Federazione dei Circoli in Svizzera. Di contro, nel dibattito pomeridiano della prima giornata, Su Connottu, il conosciuto, è apparso quello rappresentato dalla Fasi (Federazione Associazioni Sarde in Italia). Presente con tutto il suo “stato maggiore”, la federazione italiana ha cercato di “farla da padrona”  (i numeri erano chiaramente dalla sua), puntando, come sottolineato sia dal presidente onorario Tonino Mulas che da quella emerita Serafina Mascia, fino a quello attuale Bastianino Mossa, su storia, tradizione e nuovi progetti. Numeri importanti, quelli della Fasi (circa 70 circoli in Italia), che non si possono non riconoscere. Essa è stata, fin dalla metà degli anni ’70, protagonista di grandi battaglie per rivendicare migliori condizioni di trasporto per la Sardegna, in particolare per gli emigrati sardi nel continente e le loro famiglie. Allo stesso tempo, di recente, grazie alla modifica del proprio Statuto, in conformità alla legislazione nazionale ed europea, i propri circoli affiliati si sono trasformati in “APS”, Associazione di Promozione Sociale stando all’art. 5 D.lgs 117/2017 (Codice del Terzo settore). Trasformazione che ha consentito di perseguire maggiormente, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale maggiormente definite. Nella pratica questo si è, però, per certi versi, di recente, “tradotto” per alcuni circoli (non tutti) in un’azione di promozione più “economica” che culturale. Ne sono risultati concreti, al momento, fra luci ed ombre, l’Agenzia “Eurotarget” (con a.d. il presidente onorario della Fasi Tonino Mulas), il programma Sarda Tellus sull’enogastronomia e quello, più recente di “Arcipelago Sardegna”, maggiormente legato al mondo dell’editoria e della stampa. Nel caso di “Eurotarget”, ora denominata espressamente “Centro Servizi Fasi”, fondata nel 1996, con la dicitura di “agenzia viaggi specializzata nella destinazione Sardegna”, parliamo di una lunga storia iniziata con le battaglie per la corsia preferenziale Tirrenia a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, con un volume di affari che, secondo le stime di “Fatturato Italia” si attesterebbe sulle  823.358 euro (fonte “FatturatoItalia.it”) al servizio di 30000 utenti (tanti gli iscritti ai circoli Fasi presso i quali risulta attivo un ufficio bigliettazione Eurotarget). Interessanti risultano essere anche i dati “economici” di Sarda Tellus. In sede di Conferenza, giustamente, è stato reso noto dal presidente della Fasi Bastianino Mossa di Bultei, veterinario di professione e già presidente del Gremio sardo “Efisio Tola” di Piacenza, lo scopo per cui Sarda Tellus è nata. Si tratta espressamente di un progetto Fasi, per cui i circoli sono  diventati un punto di riferimento non solo culturale e sociale ma anche degli “hub in cui poter trovare, condividere e far conoscere ai non sardi i prodotti e i piatti della Sardegna”. Quello che, però, non è stato detto è che “Sarda Tellus”, sebbene nato come progetto Fasi, è di proprietà di Cibus s.r.l., società con sede a Milano in via Lombroso, fondata nel lontano 1987, registrata come “Commercio all’ingrosso non specializzato di altri prodotti alimentari, bevande e tabacco”. Impresa che, stando ai dati forniti sempre da “Fatturato Italia” registra un volume d’affari annuale di 826.403 euro, molto simile a quanto dichiarato da Eurotarget. Altro importante progetto declamato dai dirigenti della Fasi è quello di “Arcipelago Sardegna”, stipulato nel 2022 con il Gruppo SAE, editore della Nuova Sardegna. Un progetto per cui nell’accordo di programma stipulato nel marzo scorso a Sassari, alla presenza delle massime istituzioni regionali, fra cui il presidente Solinas e l’allora assessora e vicepresidente Zedda, si era parlato espressamente di comunicazione e di “ponte culturale” da creare con l’altra “isola”, andando a riempire, nel concreto, sotto la “targa” Fasi, ogni due settimane, con un inserto cartaceo, lo storico quotidiano sassarese “La Nuova Sardegna”, già  in passato propugnatore di storiche battaglie sociali. Ed anche in questo contesto, però, si sono volute “nascondere” (volutamente ?) le battaglie sociali e storiche per cui da 25 anni lotta l’unico organo d’informazione serio dell’emigrazione sarda mondiale, che non gode di alcun finanziamento pubblico e che è nato nel 1997 dalla “pazza” e tenace idea di un uomo, Massimiliano Perlato, totalmente “speso” da quel di Muggiò in Brianza, a comunicare la Sardegna in tutto il mondo. Si tratta di Tottus in Pari , settimanale e blog quotidiano aggiornato con le tante iniziative dei circoli e delle associazioni sarde di tutto il mondo (non solo Fasi) e che da parte di tutte le Federazioni e degli organizzatori della Conferenza non ha avuto alcun momento per essere ricordato, se non “en passant” dal presidente della Fasi per citare la pubblicazione del terzo volume, a firma di Paolo Pulina, di raccolta degli articoli sui circoli affiliati alla Federazione ed apparsi su Tottus in Pari fino al 2020. Dal canto suo l’ex presidente Fasi Serafina Mascia, intervenuta ora come vice presidente della Consulta regionale dell’Emigrazione, ha, invece, rimarcato con fermezza, rispondendo a distanza a quanto asserito da Domenico Scala, come, in realtà, i sardi si debbano considerare emigrati “fin da quando varcano il mare”. La stessa, entrando nel merito del progetto regionale per l’Agenda 2030, ha evidenziato come la  Regione consideri i circoli “immediatamente coinvolti nel progetto” di cui un aspetto non trascurabile è stato e continuerà ad essere il secolare problema della continuità territoriale. Ed anche qua Connottu e Nou sembrano nuovamente sovrapporsi. Se è vero quanto asserito dalla Mascia che “il problema dei trasporti lo hanno creato gli emigrati” (Su Connottu), è anche vero  che alla Conferenza Internazionale sull’Emigrazione sarda non sia stato ricordato che il problema della continuità territoriale, assieme a quello più generale della Questione Sarda, sia stato posto, per la prima volta in seno al Parlamento italiano, da Giuseppe Sanna Sanna (Anela , 1821- Genova, 1874),del quale, nel silenzio quasi generale, nel 2021, si sono celebrati i duecento anni dalla nascita (Su Nou). Per la cronaca, la Questione Sarda veniva affrontata per la prima volta in seno al Parlamento Italiano unificato nelle sedute del 22 e 23 gennaio 1862. Tuttavia la discussione fu introdotta il 23 dicembre 1861 quando Sanna Sanna, per la prima volta nella storia parlamentare italiana, a fronte di un ordine del giorno che trattava, fra gli altri, anche due disegni di legge inerenti l’ordinamento giudiziario nelle province napoletane e siciliane, annunciava la richiesta di un’interpellanza parlamentare sulle condizioni amministrative, giuridiche ed economiche della Sardegna. Lo aveva fatto da solo, con coraggio, nel silenzio generale dei deputati presenti e sbloccando un “digiuno” parlamentare sulle questioni sarde che, ormai, fino ad allora, durava da tre lunghi anni. Ma questa  è una storia che gli emigrati sardi di oggi, in maggioranza, non devono conoscere…  .

FINE PRIMA PARTE

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3 commenti

  1. Giovanni Piliarvu

    Bellissimo. Ero in sala e… complimenti.

  2. Ricordate che la SARDEGNA è di chi la vive ogni minuto, ogni ora e ogni giorno

  3. Gennarina Sanna

    la Sardegna è anche di tutti i sardi che per diversi motivi “hanno dovuto partire”. Merito ai sardi che pur non vivendo più in Sardegna portano in alto il buon nome e la nostra cultura. Ci sono tanti sardi che vivono in Sardegna che invece ne denigrano memoria, cultura e storia.

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