7 DICEMBRE, “I TEMPI DIFFICILI”, LA SPERANZA, LA SARDEGNA, MILANO E LA SUA ANIMA: IL FASCINO E L’INSEGNAMENTO DI SANT’ AMBROGIO C’INTERROGANO ANCORA

di GIANRAIMONDO FARINA

La fortuna di vivere e di esserti formato culturalmente a Milano è anche questa: essere riuscito a coglierne i connotati più intimi e più profondi. “Milan l’è un gran Milan” si dice sempre e comunemente per delinearne questo grande spirito culturale e sociale che l’ha sempre caratterizzata. Per capire, però, meglio quest’ “animus” non occorre “scappare” (come, di solito, fanno, purtroppo molti milanesi “originali” o “acquisiti”), ma vivere e conoscere meglio questi due giorni, il 7 e l’8 Dicembre che, un po’ raccontano e rappresentano lo spirito meneghino. Ed è con quest’animo che, anche quest’anno (come gli altri), con la mia famiglia, ho avuto il privilegio di rivivere Sant’Ambrogio e l’Immacolata.

Sant’Ambrogio, innanzitutto o, meglio, “Sant’ Ambreus”. E la realtà ti riporta subito ai primi ricordi della “prima volta” a Milano quando, a metà anni Novanta, venivi “catapultato” da un paese dell’interno della Sardegna al centro della metropoli italiana più viva. Sant’ Ambrogio mi ricorda tante cose. Anche con riferimento alla Sardegna. I riferimenti alla nostra terra vi sono stati da subito nella vita del grande vescovo di Milano e della Chiesa Ambrosiana. Basti pensare che proprio nel Concilio di Milano del 350 d.C. gli unici vescovi a difendere la cattolicità furono Dionigi, predecessore di Ambrogio ed i due sardi, Lucifero di Cagliari ed Eusebio di Vercelli. Quest’ultimo ispirò lo stesso Ambrogio nella prassi della vita in comune tra il clero. È molto probabilmente grazie a questi profondi legami che il culto di S. Ambrogio si è diffuso anche in Sardegna ed anche in Goceano (a Bono), senza tralasciare il fatto che fra le poche (appena dieci) città che lo annoverano come patrono vi figura la cagliaritana Monserrato. E molto probabilmente con questo spirito che, nei giorni successivi alla festa, che inizia solennemente con il Vespro del sei Dicembre, vengono invitati a celebrare le Sante Messe in Basilica molti vescovi e pastori delle altre Chiese locali. Usanza e tradizione quanto mai coinvolgente ed attuale per cui, per esempio,  nel 2009,il sottoscritto ha potuto prendere parte alla Santa Messa mattutina officiata il 9 Dicembre dal compianto ex vescovo di Ozieri Mons. Sergio Pintor . Pensare all’emozione di quel giorno provata in Basilica è significativo: vedere il vescovo della tua Diocesi di provenienza celebrare sopra la tomba del grande Ambrogio. Soprattutto senza dimenticare la particolarità di quella circostanza: il giorno prima erano state accolte le dimissioni, per raggiunti limiti di età, del presule oristanese. Non meno toccanti sono state le tante partecipazioni ai Vespri solenni santambrosiani, in cui questa vera “anima” emerge tutta e si caratterizza per il profondo connubio tra la politica, la società e la fede. “Per essere buoni cristiani occorre essere buoni cittadini”: il messaggio di Ambrogio è risuonato chiaro in tutte le celebrazioni del Vespro cui ho preso parte. A partire da quelle profonde, toccanti e bibliche di Carlo Maria Martini, che tanto interrogano ancora oggi e che ben hanno contribuito a delineare nel sottoscritto la figura e l’insegnamento di questo grande santo, vescovo, guida, pastore e dottore della Chiesa. Ambrogio, “uno che non le mandava a dire ” ai potenti dell’epoca (l’imperatore romano d’Occidente Teodosio), uno che salvò Milano definitivamente dall’eresia ariana. Il 7 dicembre 374 d. C. non è la data della sua morte, bensì della sua consacrazione episcopale dopo essere stato magistrato romano, esercitandone le funzioni nella stessa “Mediolanum”.  Ambrogio, nella Liturgia cristiano cattolica, sia di rito romano che di rito ambrosiano, gode di un privilegio: la data della sua ricorrenza ricade non nel giorno della sua morte ma in quello della sua elezione e consacrazione episcopale. Ambrogio era un politico, magistrato, amante della città che serviva e di cui, poi, ne diverrà vescovo. Nell’immensità della sua produzione omiletica, da cui deriva un parlato “dolce come il miele”, che ne arricchisce il proprio “alveare”, emerge una frase che mi ha sempre colpito, tale da “incidere” profondamente anche il tempo d’oggi: “Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi”. Una frase che, sebbene abbia un “incipit” negativo, quasi apocalittico, si conclude con l’invito a vivere bene ed a mutare, da noi stessi, i tempi che viviamo. In sostanza un invito, sulle orme di Ambrogio, alla “politica buona” ed alla speranza. O meglio, ” un elogio”, come definito nel suo recente “Discorso alla città” del Vespro da Sua Eccellenza Mons. Delpini. “(…) Voglio fare l’elogio della politica  che, volendo rappresentare tutti, si prende cura di chi è più fragile e bisognoso e disponendo di risorse limitate considera in primo luogo i servizi più necessari e coloro che non hanno risorse: i disabili gravi, gli anziani soli, le famiglie in povertà”. All’elogio di questa politica con la “P” maiuscola segue, appunto, quello della speranza. Una speranza lungi dall’essere ingenuità consolatoria ma, piuttosto, “risposta alla promessa che chiama a desiderare la vita, la vita buona, la vita nella pace, la vita dono di Dio”.  Una speranza che diventa realismo: “ama sostare in preghiera e in silenzio, resiste alla tentazione della superficialità e della fretta, percorre la via della sincerità, evita le maschere, il conformismo, la viltà”. Realismo in grado di costruire rapporti che non si limitino al dare e all’avere, al vendere e al comprare, ma diventano “alleanze, interesse per il bene reciproco, rispetto per tutti gli ambienti, onore per tutte le culture”. Facciamolo nostro, sull’esempio di Ambrogio, a Milano, in Sardegna, nel Mondo.

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