CASTRUM DE OLLASTRE: RIFLESSIONI E PROSPETTIVE DI VALORIZZAZIONE PER IL CASTELLO DI LOTZORAI

di GIAN LUISA CARRACOI

Il 3 settembre presso l’Aula Magna “Andrea Lusso” a Lotzorai si è tenuta la conferenza “Riflessioni e prospettive di valorizzazione per il castello di Lotzorai”.

La proposta è arrivata al Comune, nella persona del Sindaco Cesare Mannini, dalla presidente della Delegazione Ogliastra dell’Istituto dei Castelli Onlus, la prof.ssa Gian Luisa Carracoi, ogliastrina, da anni appassionata ricercatrice storica e autrice. 

Dopo i saluti del primo cittadino, che ha accolto con entusiasmo questo incontro di alto spessore culturale, a introdurre e moderare è stata la Dott.ssa Donatella Rita Fiorino, Presidente della Sez. Sardegna dell’Istituto Italiano dei Castelli Onlus, la quale ha spiegato le varie attività e la mission dell’associazione.

Il primo intervento della conferenza, dal titolo “Il territorio di Lotzorai e dell’Ogliastra tra ricerca archeologica e valorizzazione” è stato quello del Dott. Enrico Dirminti, Funzionario della Soprintendenza Archeologica, belle arti e paesaggio per le province di Sassari e Nuoro.

A seguire, l’intervento della prof.ssa Gian Luisa Carracoi che ha svolto un excursus storico sul castello attraverso lo studio delle fonti.

Il terzo intervento, “Il Castrum Ogliastri a Lotzorai: domande dalla Storia e temi per la ricerca archeologica” è stato curato dal Dott. Fabio Calogero Pinna, Professore Associato di Archeologia cristiana e medievale all’Università degli Studi di Cagliari.

L’argomento “Progetti di restauro e valorizzazione” è stato esplicitato dalla Dott.ssa Cristiana Campetella, Architetto, Funzionario del Comune di Lotzorai.

L’intero intento della conferenza, attraverso le varie competenze e sinergie dei relatori presenti,  è stato improntato sulla riflessione a riguardo dell’importanza strategica che il sito in oggetto può aver rivestito nel lontano passato e delle possibili relazioni intessute con fenici, cartaginesi e romani, nonché sull’appellativo di  Judicado de Ullastre e sui rapporti politico-economici con gli altri Giudicati e il Mediterraneo in toto.

Unica condivisa quella di compartecipare una visione di un bene storico-archeologico di interesse comunitario per l’intera Ogliastra, al fine di una bella e lungimirante valorizzazione.

 La Sardegna tagliò i suoi rapporti con Bisanzio tra il IX e il X secolo e sviluppò una nuova forma di autogoverno, i Giudicati. Due erano i principi essenziali sui quali si basava l’organizzazione giudicale: quello della «partecipazione» dei sudditi al governo statale, ovviamente nei limiti e in relazione alle prerogative di ciascuna classe sociale e, il secondo, quello del decentramento, attraverso il quale si era data vita ad una divisione territoriale in curadorias formate da un certo numero di ville, con propri funzionari, organi e competenze. Nella Villa principale risiedeva il curatore che dipendeva direttamente dal Giudice e al quale doveva rendere conto del proprio operato.

L’Ogliastra sotto il profilo amministrativo costituiva la «curatoria» più settentrionale del Giudicato di Cagliari, estendendosi dal Salto di Quirra fino al limite meridionale del Giudicato di Gallura, mentre dal punto di vista religioso, fino al 1420, era appartenuta alla diocesi di Suelli.

Era un dipartimento molto particolare e continuò per secoli ad identificarsi nell’appellativo di Judicado.

Ogni regno giudicale preservò i propri confini statali mediante l’erezione di castelli, non solo lungo la linea costiera per difendere il territorio dagli estenuanti e continui attacchi dal mare, ma anche all’interno dei confini territoriali, specchio delle lotte fratricide che insanguinarono l’ultimo periodo della Sardegna giudicale.

Il rudere del castrum de Ullastre, situato su una piccola altura  in prossimità dell’ingresso sud del paese di Lotzorai, confinante con territorio di Girasole, rappresenta una delle più significative testimonianze di età medievale in Ogliastra.

Secondo alcune ipotesi di studio, il sito potrebbe essere stato nell’età nuragica e fenicia un luogo di culto, vista l’altezza del colle rispetto alla piana sulla quale domina e poi in periodo punico e romano convertito in presidio militare per proteggere  il Sulpicius Portus.

Il fortilizio, costruito verosimilmente in epoca giudicale, rivestiva certamente un’estrema importanza. La scelta dell’innalzarlo proprio in quel luogo era funzionale al controllo del territorio.  Esso ricadeva infatti lungo la litoranea orientale che da Castrum (Cagliari) portava a Terranova (Olbia), a guardia dello stagno e del porto, nonché delle miniere di ferra, rame e argento che si trovavano nel territorio circostante; posizionato sulla linea retta che lo collegava visibilmente all’isolotto d’Ogliastra, dove erano soliti nascondersi i predoni che arrivavano dal mare; non per ultimo, il ricadere su due fiumi  assicurava terreni molto fertili alla piana.

Nei secoli XII e XIII, il richiamo accorato del papa Benedetto VIII  e dei Giudici aveva guidato le Repubbliche di Pisa e Genova, che in verità non aspettavano altro per mettere a frutto i propri interessi, ad unire gli sforzi per liberare la Sardegna dalle incursioni saracene, ponendo così le basi, anche attraverso politiche matrimoniali ad hoc, alla loro progressiva infiltrazione ed ingerenza nell’isola.

Il loro insediamento fu un’azione complessa. Alla base vi era un intricato  gioco di alleanze, di interessi politici ed economici, intessuti soprattutto attraverso donazioni, come le donnicalie, proprietà fondiarie cedute dai giudici in cambio di servizi militari o bonifiche dei terreni, dando così vita al primo nucleo di impianto signorile pisano e genovese in Sardegna.

Le terre sarde della seconda metà del ‘200, erano talmente immerse in una febbrile attività politico-finanziaria, che persino il sommo poeta Dante Alighieri, fissò questa situazione nel cuore e negli occhi di due sardi barattieri e ingegnosi: Frate Gomita, «vasel d’ogni froda» e donno Michele Zanche, che tanto ebbero a che fare con la situazione politica del tempo, fatta di corruzione e complotti.

Colpevoli di aver usato le loro cariche pubbliche per arricchirsi attraverso la compravendita di permessi e privilegi, i barattieri giacevano nell’Inferno immersi nella pece bollente che li ricopriva totalmente, sorvegliati da demoni armati di bastoni uncinati coi quali afferravano e straziavano ogni dannato che tentasse di emergere in superficie.

Pian Piano, le due potenze di Pisa e Genova, invece di vivere in pacifica concorrenza, poiché bramosi di ottenere il monopolio commerciale e territoriale, scatenarono continue guerre, fino a quando i Pisani rimasero padroni assoluti dell’isola.

La centralità del territorio ogliastrino in questo periodo, può essere confermata anche perché fu teatro tra il 1273 e il 1274 degli scontri tra Giovanni Visconti e il Comune di Pisa, proprio per la sua importanza strategica.  Documentati anche nel Registro delle Rendite Pisane del 1316, in cui viene menzionata  l’ormai distrutta villa di Luccieri (Loceri).

 Il 20 luglio 1258, quando le truppe pisane occuparono Cagliari, il Giudicato omonimo fu diviso in tre parti e assegnate rispettivamente a tre famiglie pisane; i Donoratico, i Capraia e i Visconti: la curatoria d’Ogliastra, insieme a quella di Sarrabus, Tolostra o Colostrai e Chirra, fu assegnata a Giovanni Visconti, giudice di Gallura

Nelle fonti documentali relative al periodo pisano, Lotzorai veniva chiamata con il nome Villa Loçorai de Planitio, riferendosi  probabilmente con planitio a quello che oggi viene identificato come Donigala, luogo produttivo, ma allo stesso tempo fragile perché malarico e sottoposto continuamente alle improvvise e repentine incursioni predatorie, ragion per cui la popolazione fu costretta a  distanziarsi dando vita a nuovi insediamenti, come la parte più alta, oggi “Cuccureddu”.

Protagonista di primo piano  nella parte centrale del Duecento fu Giovanni Visconti, implicato in diversi torbidi scoppiati in città; morì nel 1275, dopo essere stato esiliato da Pisa perché ritenuto colpevole di cospirare contro le istituzioni comunali. É questo il periodo delle lotte intestine fra guelfi e ghibellini.

Il toponimo, come Villa Lostoray, composto da 26 contribuenti, si trova citato ancora nelle Rationes Decimarum Italiae  Sardinia (Decime e Censi) dell’anno 1341.

 Si tratta di un estratto delle chiese soggette al pagamento della decima apostolica, la cui esazione prese avvio a partire dal XIII sec. sotto il pontificato di Innocenzo III, con lo scopo di finanziare la lotta contro l’eresia e la santa cruzada contro i saraceni.

Gli abitanti della villa che possedevano dei gioghi d’opera, ossia dei buoi utilizzati per arare, dovevano pagare un tributo annuale in denaro. Vi erano poi i tributi per: roadia (servizio di aratura nel territorio delle proprie ville); per il segno di vacche; per il vino prodotto, per le taverne e per tante altre motivazioni.

Il susseguirsi di imposte onorose, che riguardò tutta l’Ogliastra, accompagnò il lento ma progressivo decadere del potere di Pisa fino all’elezione nel 1323 dell’ultimo giudice di fatto e castellano d’Ogliastra, Piero Fini de Perlascio. 

Il giudice di fatto, quasi sempre un cittadino pisano, veniva eletto dagli Anziani del Comune e restava in carica un anno. Il suo compito era soprattutto amministrativo, ossia quello di denunciare eventuali infrazioni ai regolamenti e danni al patrimonio del Comune di Pisa.

Per questa mansione percepiva uno stipendio annuo di 45 lire di aquilini minuti, doveva mantenere a sue spese un cavallo, avere due servi sardi al seguito, farsi coadiuvare da uno scrivano.

La prima menzione del castello risale al 1305, quando la fortezza viene citata con il nome di castrum de Ollastro, allora in mano a Giovanna Visconti, erede di Nino, colui che il Sommo Poeta Dante immortalò nel Canto VIII del Purgatorio, a sua volta figlio di Giovanni e di Beatrice d’Este.  

Guglielmo di Ricoveranza, agente politico in Italia del re di Aragona,  nel 1305 descrive i castelli in possesso della giudicessa Giovanna, amministrati dallo zio Taddeo.

 E, ancora nel settembre-ottobre 1307, Vanni Gattarelli, fuoriuscito pisano, riferiva con alcune lettere sempre a Giacomo II, che Pisa reclutava truppe da mandare in Sardegna per imporsi in Gallura e che nello stesso tempo cercava di convincere Taddeo a cedere al Comune le terre sarde di Chirra e Ogliastra.

Con altra lettera del 2 marzo 1308 informava che Pisa stava distruggendo alcuni castelli del Giudicato di Cagliari: Baratuli, Ollastra, San Gantino, sopra Villa di Chiesa (Iglesias), perché erano in mano ai guelfi, di “nostra parte”.

Il giudicato di Cagliari nello stesso anno passò sotto l’amministrazione del Comune di Pisa, il cui predominio sulla Sardegna avrà termine nel 1324.

Intanto all’interno della politica sul Mediterraneo erano stati siglati altri importanti accordi.

Il 4 aprile del 1297 con la bolla «Super reges et regna» papa Bonifacio VIII, colui che Dante sistemerà nell’Inferno, aveva concesso in «feudo perpetuo» il Regno di Sardegna e Corsica a Giacomo II il Giusto, re d’Aragona e Valenza e conte di Barcellona, in base a quanto stabilito dagli accordi di Anagni del 1295, attraverso i quali Giacomo II aveva acconsentito di restituire il Regno di Sicilia alla Chiesa, mentre il pontefice lo aveva liberato  dalla scomunica e gli aveva accordato la Licentia Invadendi ovvero il beneplacito a invadere Sardegna e Corsica.

 Il re d’Aragona, su espressa richiesta di Ugone d’Arborea e per porre termine una volta per tutte all’oppressione pisana, nel 1323  inviò un forte esercito al comando dell’infante Alfonso, affiancato dall’ammiraglio Francesc Carroz. Fu costui, insieme al figlio Berengario I ad iniziare la conquista e l’accorpamento di quei territori che vennero poi uniti sotto il nome di feudo di Quirra.

Nel mese di settembre del 1323 l’Ammiraglio Carroz conquistò l’Ogliastra con l’infeudazione delle ville di Tortolì e Lotzorai,  il  castello d’Ogliastra e a seguire tutte le altre ville.

La fonte principale cui si attinge per avere un quadro sulla prima fase della conquista aragonese della Sardegna e anche dell’Ogliastra è l’opera Anales di Gerolamo Zurita y Castro, che non contiene unicamente una cronistoria schematica e continua degli avvenimenti, ma ne fornisce anche una propria interpretazione.

Lo storico Zurita (Saragozza 1512-1580) nelle sue narrazioni, posteriori di oltre due secoli ai fatti descritti, si rifaceva chiaramente alla cronaca in lingua catalana di Ramon Muntaner (1265-1336) che, in due distinti passi relativi all’estate del 1323, aveva citato i castelli d’Ogliastra, di Quirra e, il porto d’Ogliastra.

Le vicende iniziali dell’arrivo aragonese ci giungono anche attraverso la Crònica di Pietro il Cerimonioso, alla quale il precedente cronista si richiama.

Il riferimento più diretto alla presa del castello ogliastrino arriva fino a noi attraverso una lettera che nello stesso mese di settembre 1323 l’infante Alfonso, figlio di Giacomo II d’Aragona, durante l’assedio di Villa di Chiesa (Iglesias), scrisse a suo padre per informarlo del buon andamento della guerra e sulle sue condizioni di salute, in quei giorni sofferente per la febbre.

 Lo stesso, rese  partecipe il sovrano che mentre Francesco Carròs, sostava nel porto d’Ogliastra per far rifornimento di legni e acqua, aveva ricevuto devoto omaggio da parte di molti rappresentanti delle oltre venti ville e del «castrum Uylastre», che fecero atto di sottomissione a suo padre. La conquista del castello dell’Ogliastra risultò di grande importanza stategica.

L’infante non dimenticò la lealtà e la fedeltà da essi dimostrata in particolare nella lotta contro i ribelli e in seguito concederà  a essi l’esenzione per un anno  dal pagamento dei tributi in denaro, grano e orzo. Il Castello d’Ogliastra dopo un breve incarico a un giudice di fatto iberico, fu infeudato a Francesc Carroz e passò nel 1358 al nipote Berengario, futuro conte di Quirra. Francesco era morto nel 1343. L’Ogliastra fu incorporata nel 1363 nella Contea di Quirra, che divnterà Marchesato nel 1604. Nell’arco di quattro secoli, passò nelle mani dei Carroz, dei Centelles, dei Borgia, dei Català e degli Osorio.

L’Istituto Italiano dei Castelli Onlus, che ha offerto il patrocinio gratuito all’evento, in collaborazione con il Comune di Lotzorai, è un’organizzazione culturale riconosciuta, senza scopo di lucro, fondata da Piero Gazzola nel 1964 e svolge la sua attività in quattro principali ambiti: lo studio storico, archeologico e artistico del patrimonio fortificato e militare volto alla conoscenza dell’architettura difensiva italiana, attraverso la ricognizione delle fonti storiche e la costruzione di inventari e censimenti; la salvaguardia  e la conservazione di tale patrimonio, adoperandosi sia per la tutela diretta delle architetture fortificate, sia per dar vita  a un quadro culturale, sociale e legislativo che favorisca tale conservazione; lo studio e il monitoraggio degli interventi di restauro e la ricerca dei mezzi necessari all’attuazione dei programmi di riuso e di rivitalizzazione per un inserimento delle architetture fortificate nel ciclo attivo della vita contemporanea, consentendone la massima fruizione, diffusa e rispettosa; la sensibilizzazione scientifica e turistica dell’opinione pubblica al rispetto e alla conservazione dell’identità difensiva e militare del patrimonio e della memoria storica attraverso un’intensa azione sociale e di promozione mirante a incrementare in qualità e quantità la partecipazione alle sue attività di enti pubblici e privati e a diffondere in strati sempre più larghi della pubblica opinione la conoscenza, l’apprezzamento e la volontà di tutela delle architetture fortificate e militari.     

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