SU CARRASECARE, FASCINO E MISTERO DI UN RITO ANCESTRALE: INTERVISTA A DOLORES TURCHI, STUDIOSA DI TRADIZIONI POPOLARI E DI ANTROPOLOGIA IN SARDEGNA

Dolores Turchi

di FRANCESCA BIANCHI

La prof.ssa Dolores Turchi, insigne studiosa di tradizioni popolari e di antropologia in Sardegna, ha concesso una ricca intervista dedicata al Carnevale sardo. Nel corso della sua lunga e onorata carriera, tra i molti argomenti di cui si è occupata, la studiosa ha indagato le origini di archetipi millenari e riti ancestrali tramandati nei secoli, con particolare attenzione alle radici pagane del Carnevale e delle maschere tradizionali sarde. Circa vent’anni fa ha realizzato per la Comunità Montana del Nuorese il libro Su Carrasecare. Immagini del carnevale in Barbagia; nel 2018 è uscita la prima edizione de I carnevali e le maschere tradizionali della Sardegna (Newton Compton, Roma, 2020 terza edizione).

Le origini dei riti del Carnevale sardo, in modo particolare quello barbaricino, devono essere rintracciate negli antichi culti pagani di matrice dionisiaca diffusi in tutto il Mediterraneo e molto popolari nella Sardegna pre-cristiana: culti agro-pastorali legati al ciclo di morte e rinascita della natura, ciclo che si ripete nei riti del Carnevale. In Barbagia, infatti, il Carnevale non è sinonimo di trasgressione e divertimento, non è un retaggio dei Saturnalia latini, ma è un evento tragico e luttuoso che comporta una vittima, spesso col volto imbrattato di sangue, per rappresentare il dio che muore, ossia Dioniso, la faccia oscura di Bacco; questo dio ogni anno doveva nascere e morire, come l’erba dei campi, come il grano che viene seminato e falciato.

Tra i tanti argomenti che l’antropologa ha affrontato nel corso della nostra bella conversazione, si citano: il parto carnevalesco, che può essere considerato una parodia dei misteri eleusini in onore di Demetra e di sua figlia Persefone; l’origine delle maschere del Carnevale sardo, il significato attribuito loro e le caratteristiche del loro abbigliamento; la trasformazione che nel corso del tempo ha subito la funzione dei campanacci e degli strumenti musicali che le maschere portavano con sé. Le maschere facevano la loro comparsa il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, patrono dei porcari, quando si rinnovava il celebre rito di su fogulone. La prof.ssa Turchi racconta che intorno al falò di Sant’Antonio le maschere danzavano in tondo, compiendo i giri rituali, mentre in cima al falò un tempo stava appeso un porcetto. I giri rituali che si fanno intorno al fuoco, prima in un senso, poi in senso inverso, simboleggiano una discesa agli inferi e una risalita, in realtà una morte e una rinascita; l’atto di battere forte i piedi al suolo, che ancora oggi eseguono le maschere sarde, ha lo scopo di risvegliare la vegetazione che ancora dorme.

A partire dalla seconda metà del secolo scorso le maschere hanno iniziato ad esibirsi per scopi puramente folkloristici. Con la scomparsa di una società basata quasi esclusivamente sull’agricoltura e sulla pastorizia e l’avvento di una società industriale, venne meno l’importanza del rito carnevalesco legato alla richiesta di una buona annata: in quel mondo arcaico la sopravvivenza era data dalla fertilità della terra e dalla necessità della pioggia, elemento indispensabile. Si scopre che il carnevale sardo non è un unicum: la studiosa sottolinea che sono molti i tratti che lo accomunano ai carnevali che si festeggiavano nei paesi europei, segno che quasi tutti i carnevali della Vecchia Europa e del bacino del Mediterraneo replicavano lo stesso rito, le cui origini vanno rintracciate in un mondo primitivo e misterioso completamente diverso da quello odierno.

Prof.ssa Turchi, lei è la più illustre studiosa di antropologia in Sardegna. Nel corso della sua carriera, tra i numerosi argomenti di cui si è occupata, ha dedicato molte ricerche al Carnevale sardo, soffermandosi sulle radici pagane delle maschere tradizionali sarde. Nel 2004 un suo saggio sulle maschere è stato tradotto in spagnolo col titolo “Màscaras tradicionales de la Cerdeňa central” – Regione Sardegna Assessorato Pubblica Istruzione (Arci Solidarietà, Cesena editore); nel 2005 ha realizzato per la Comunità Montana del Nuorese il libro Su Carrasecare. Immagini del carnevale in Barbagia; nel 2018 è uscita la prima edizione de I carnevali e le maschere tradizionali della Sardegna (Newton Compton, Roma, 2020 terza edizione). Nelle sue pubblicazioni si legge che l’origine dei riti del Carnevale sardo, in modo particolare quello barbaricino, deve essere rintracciata negli antichi culti pagani di origine dionisiaca diffusi in tutto il Mediterraneo e molto popolari nella Sardegna pre-cristiana. Si trattava di culti agro-pastorali legati al ciclo di morte e rinascita della natura, ciclo che si ripete nei riti del Carnevale. In Barbagia il Carnevale non è sinonimo di trasgressione e divertimento, non è un retaggio dei Saturnalia latini. Quali sono le caratteristiche del Carnevale barbaricino e quale significato aveva nella società agro-pastorale di un tempo? Quale importanza ha avuto il mito dell’eterno ritorno nel significato originario e autentico del Carnevale? Cosa intende dire quando afferma che quello del Carnevale sardo era un rituale tragico?  La caratteristica principale del carnevale barbaricino sta nel fatto che si distingue dagli altri carnevali trasgressivi e ridanciani. Si tratta di un carnevale cupo, luttuoso, tragico, che comporta una vittima, spesso col volto imbrattato di sangue, per rappresentare il dio che muore, ossia Dioniso, la faccia oscura di Bacco. Questo dio ogni anno doveva nascere e morire, come l’erba dei campi, come il grano che viene seminato e falciato. Nascita e morte nel mito dell’eterno ritorno.

Pare che in Sardegna abbiano avuto grande importanza anche i misteri eleusini. Nei suoi studi fa menzione del parto carnevalesco, che può essere considerato una parodia dei misteri eleusini in onore di Demetra e di sua figlia Persefone. In cosa consisteva questo rito? Come si spiega l’enorme importanza che in Sardegna ebbero i misteri dionisiaci ed eleusini? Quando arrivarono in Sardegna tali culti?  Parlare di misteri eleusini oggi, nel carnevale sardo, parrebbe del tutto fuori luogo. Io stessa avrei guardato con scetticismo a una simile interpretazione. Eppure, se si conoscono a fondo le antiche religioni misteriche e i modi in cui venivano rappresentate, e se si conosce bene l’antica mitologia greco-orientale, non si possono non ravvisare nel nostro carnevale, sia nella gestualità che nell’abbigliamento, gli ultimi retaggi di una religione misterica, per quanto sbiadita e alterata. In Sardegna furono ritrovati numerosi reperti attribuibili al culto di Demetra e Persefone, ossia kernophoroi e thymiateria, che fanno presupporre vari santuari ove le due dee, strettamente legate a Dioniso, erano adorate. Sono stati rinvenuti in varie parti dell’isola anche elementi scultorei riguardanti Dioniso e i suoi seguaci, ovvero Pan, Sileni e satiri. Un culto molto diffuso, forse il più diffuso, essendo questa triade strettamente legata. È da presumere che tale culto sia arrivato in Sardegna nel periodo miceneo, ovvero intorno al 1300-1200 a.C., periodo a cui si riferiscono i numerosi templi a megaron che si trovano sparsi nell’isola e che fanno pensare, più che a semplici contatti commerciali, a veri e propri stanziamenti micenei. Lei mi chiede del parto carnevalesco. La rappresentazione del parto un tempo era presente in tanti paesi. Cito Siniscola. Ne parla anche l’Angius nel Dizionario del Casalis. Scrive che “si figura una donna gravida. Questa maschera con la comitiva entra nelle case, fa i più strani contorcimenti, come fosse nello spasimo dei dolori, e i compagni domandano lardo per sollevarla”. Si tratta di una parodia dei misteri eleusini, dove agli iniziati veniva mostrato il parto di Demetra da cui nasceva Iacco, alter ego di Dioniso. Questo nome, come toponimo, è presente in quasi tutti i paesi della Sardegna. Altrettanto si dica del toponimo Dionisi, dato soprattutto a fonti e corsi d’acqua.  L’aver raccolto e analizzato tante leggende e racconti popolari e l’aver rilevato che altro non erano se non brandelli di un’antica religione mi ha aiutato moltissimo a comprendere cosa si nascondeva dietro al nostro carnevale. È come se si fosse squarciato un velo. Se non ci fosse stata quella base, sicuramente fondamentale, non avrei compreso il recondito significato del carnevale sardo.

Nell’introduzione al libro I carnevali e le maschere tradizionali della Sardegna si legge che in ogni luogo e in ogni tempo le maschere furono considerate portatrici di prosperità e benessere. Quando bussavano alle porte delle case erano accolte con gioia e ogni famiglia dava loro quel che poteva. Non vi era alcun diniego, perché si credeva che le maschere portassero una buona annata con l’arrivo della pioggia e la rigenerazione della terra. Ci parli pure dell’origine delle maschere del Carnevale sardo, del significato attribuito loro, dei doni che ricevevano dalle famiglie, delle caratteristiche del loro abbigliamento. Come è cambiata, nel corso del tempo, la funzione dei campanacci e degli strumenti musicali che le maschere portavano con sé?  Le maschere erano considerate portatrici di prosperità e benessere e ogni famiglia le accoglieva con gioia e dava quel che poteva, soprattutto salsicce, lardo e vino. Era un modo per ingraziarsi la divinità perché portasse la pioggia e la terra desse i suoi frutti. Perché ciò avvenisse, bisognava commemorare anno dopo anno Dioniso, ricordandone la nascita e la morte. Questo è ancora visibile nel carnevale di Bosa, dove la mattina le maschere vestite a lutto, con abiti femminili e il volto tinto di nero, piangono la morte di un bambolotto chiamato “su pitzinnu”, mostrando il suo corpo smembrato. Si ricordi che Dioniso fanciullo, secondo il mito, fu catturato e sbranato dai Titani. Non è un caso che il nostro carnevale si chiami “Carrasecare”, ovvero carne da lacerare, da fare a pezzi. Il termine “carre” in Sardegna indica esclusivamente la carne viva, la carne umana. Per questa ragione alle maschere si offrivano prevalentemente salsicce e lardo, che a ben pensare non sono altro che carne cruda. La notte, a Bosa, quelle stesse maschere compaiono vestite di bianco, l’abito degli iniziati ai culti dionisiaci, con un lampioncino in mano. Si avvicinano ai passanti e ne illuminano la zona genitale, gridando “Giolzi, Giolzi meu!”, dal greco gheorgheo, che significa “colui che feconda”. Il lutto e il pianto del mattino terminano la sera, col tripudio del dio che rinasce, come la vegetazione.  Fino a qualche secolo fa le maschere avevano sulle spalle un carico di ossi per rappresentare la morte. In tempi più recenti questi sono stati sostituiti un po’ ovunque da campanacci, che però hanno tenuto il batacchio in osso perché il suono restasse cupo, lugubre.

Le maschere facevano la loro comparsa il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, patrono dei porcari, quando si rinnovava il celebre rito di su fogulone. Quale legame c’è tra il Carnevale e la festività di Sant’Antonio Abate? Lei scrive che intorno al falò di Sant’Antonio le maschere danzavano in tondo, compiendo i giri rituali, mentre in cima al falò un tempo stava appeso un porcetto. Qual è il significato simbolico e antropologico del saltare intorno al fuoco? Quale significato assumono la danza zoppicante e l’atto di battere forte i piedi al suolo, che ancora oggi eseguono le maschere sarde? Tertulliano, che fu uno dei primi scrittori pagani a convertirsi al cristianesimo, ci dice che quando giungevano le calende di gennaio, tanti convertiti riesumavano gli antichi riti. Anche i Padri della Chiesa, soprattutto Sant’Agostino, si lamentano nei loro sermoni, in quanto molti cristiani, alle calende di gennaio, si camuffavano da capri e da cervi, con pelli, adattandosi sul capo teste di animali. Come si vede, nonostante le loro lamentele, questo costume è giunto fino ai nostri tempi, senza che più se ne comprenda il significato. La festa di Sant’Antonio Abate, sovrapponendosi a queste cerimonie, avrebbe dovuto farle dimenticare, ma non è stato così. I tre giri che si fanno intorno al fuoco, prima in un senso, poi in senso inverso, simboleggiano una discesa agli inferi e una risalita, in realtà una morte e una rinascita. La radice del nome Antonio è anthos, che in greco significa fiore. In onore di Dioniso in Grecia si festeggiavano le Antesterie, la festa dei fiori. Dioniso era chiamato Anteo. Come si vede, tutto è collegato. La danza zoppicante ricalca la zoppaggine rituale che si faceva in tempi lontani. Nella Suda viene definita “follia danzante”. Battere forte i piedi al suolo ha lo scopo di risvegliare la vegetazione che ancora dorme. Lo facevano i Cureti a Creta, quando salivano sul monte Ida.

Quali sono le maschere più note del carnevale barbaricino?  Indubbiamente i Mamuthones di Mamoiada. Sono state le prime maschere ad essere presentate al pubblico e a farsi conoscere fuori dall’isola. Anche queste, prima che Raffaello Marchi le riordinasse, secondo i veterani avevano con sé la vittima da massacrare. Successivamente tanti paesi hanno riesumato le loro maschere e i gruppi che le rappresentano fanno anch’essi le loro esibizioni folcloristiche.

Tra le maschere del Carnevale sardo che prende in considerazione, si sofferma molto sul “Battileddu” di Lula. Qual era la particolarità di questa maschera particolarmente violenta?  La maschera di Lula, detta “Battileddu”, colpisce in modo particolare per la sua acconciatura e per il sangue (ora finto) che versa. Tra le sue corna porta il rumine capovolto di un caprone e sulla pancia lo stomaco pieno di sangue. Una figura selvaggia e cruenta per rappresentare la passione e la morte di Dioniso. Il termine “battile” in sardo significa straccio, cosa inutile, ma se guardiamo al greco, bathileios significa “ricco di messi”. Allora si capisce come tanti termini venivano stravolti perché non se ne comprendesse più il significato.

Parla anche della figura di Sa Filonzana, maschera femminile caratteristica di Ottana. Qual era il suo ruolo? Ci sono altre figure femminili tra le maschere sarde?  La maschera de “sa Filonzana” un tempo era presente nel carnevale di tutti i paesi, in genere col nome di “Filadora”. Raffigura una vecchia curva per il peso degli anni. Dovrebbe rappresentare la Parca; tesse il filo della vita e segue la vittima che deve morire. Se viene molestata, minaccia di rompere il filo e tutti ne hanno paura. Quando la vittima, all’ultimo momento sostituita da un fantoccio, viene bruciata sul rogo, “sa Filonzana” spezza il filo. Altre figure femminili sono le “attitadoras”, che fingono di piangere la morte della vittima sacrificale.

In quale momento storico le maschere hanno iniziato ad esibirsi per scopi puramente folkloristici? Quanto ha influito la predicazione dei Gesuiti sulla scomparsa dell’antico Carnevale e del valore originario delle maschere?  Le maschere hanno cominciato ad esibirsi per scopi folcloristici nella seconda metà del secolo scorso. Nel 1700 erano ancora tutte presenti in ogni paese. La predicazione dei Gesuiti e di altri ordini religiosi ha influito molto sulla loro scomparsa, sulla demonizzazione e sulla trasformazione che in alcuni paesi fu messa in atto.

C’è una maschera che l’affascina particolarmente? E un carnevale a cui si sente più legata?  Trovo molto interessanti i Mamutzones e s’Urtzu di Samugheo. Il loro abbigliamento e la gestualità riflettono ancora quanto predicava Sant’Agostino contro le calende di gennaio. Il carnevale di Samugheo è quello che più conserva i tratti degli antichi carnevali sardi.

Come si spiegano, secondo lei, il fascino e la suggestione che le maschere del Carnevale sardo esercitano ancora oggi sugli spettatori?  Il carnevale sardo affascina gli spettatori per le sue peculiarità. Lo vedono diverso dagli altri, cupo, misterioso. Capiscono che nasconde qualcosa non facile da penetrare. Il mistero che lo avvolge è lo stesso che ha indotto i giovani di vari paesi a ricercare, attraverso gli scritti e le testimonianze dei vecchi, come si svolgeva nel passato e a ricostruirlo il più fedelmente possibile.

Quale messaggio si augura possa arrivare a tutti coloro che avranno il piacere di leggere i suoi libri dedicati a quella che lei definisce una eredità immateriale, che in Sardegna ha subito un revival in questi ultimi decenni? Più che un messaggio una constatazione: la storia si ripete. Come è scritto nella Bibbia, “non v’è nulla di nuovo sotto il sole”.

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