UN VIAGGIO TRA LE MASCHERE DEI CARNEVALI DI BARBAGIA: INTERVISTA ALLA STUDIOSA FIORENTINA GABRIELLA NOCENTINI

Gabriella Nocentini

di LUCIA BECCHERE

Gabriella Nocentini è nata a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia negli Istituti tecnici. Dal 1995 è membro del Direttivo dell’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati) di Firenze.

Ha lavorato a diversi progetti, numerose le sue pubblicazioni in ambito storico-artistico-letterario e in particolare sulla Memoria della Deportazione. Racconta di aver vissuto in Sardegna per dieci anni, riscontrando nella nostra isola una specifica arcaicità che la accomuna solo in parte ad altri luoghi del Mediterraneo. Il suo fascino non arriva solo dalla natura ma anche dalla sua Storia e dai suoi abitanti, custodi delle proprie tradizioni come i carnevali tramandati in vari paesi che dimostrano una capacità di resistenza impressionante.

La maschera della Filonzana di Ottana è una figura che sembra appartenere alla mitologia greca: la Parca Atropo, l’inflessibile, colei che non si può evitare. Certo, nel tempo si è perso il significato, ma non il suo valore simbolico, temuta e rispettata è spesso oggetto di superstizione.

Cosa l’ha spinta a compiere questo viaggio tra le maschere? «La curiosità di capire l’ignoto e il suggestivo degli spettacoli luttuosi e violenti, il suono viscerale de sos Tumbarinos di Gavoi e quello cupo dei campani de sos Mamuthones a Mamoiada, il sangue per le strade di Lula, il suono del vento de sos Bundhos a Orani, le bellissime maschere de sos Boes di Ottana. Carnevali non basati sul divertimento come quelli di Viareggio e Venezia e neppure si rifanno ai Saturnali romani né al Medio Evo, ma si tratta di stratificazioni su qualcosa di molto più primitivo. Gli studi dell’etnologa e scrittrice di Oliena Dolores Turchi dimostrano come le maschere barbaricine ripropongano il rituale di passione, morte e risurrezione di Dioniso, dio multiforme dai molti nomi.

L’aspetto che qui interessa non è quello bacchico, ma quello tragico e tenebroso perché si tratta appunto di morte, a cui seguirà la rinascita».

Cosa l’ha colpita maggiormente? «Come queste cerimonie che attraversano il tema del sacro, a volte primitive e violente anche nella finzione, siano arrivate a noi».

Cosa unisce questi carnevali e cosa li differenzia? «Mi ha colpito come paesi poco distanti fra loro abbiano dato vita a carnevali diversi. Questo per il grande isolamento in cui i paesi si trovavano e le modificazioni avvenute nei secoli. Eppure la matrice è sempre uguale: il culto di Dioniso. Il sacrificio del dio perché la terra cessasse il suo stato di morte invernale e i semi germogliassero. Le maschere sarde colgono questo aspetto tragico del lutto».

Quale l’ha impressionata maggiormente e perché? «Tutti, ma se proprio devo scegliere, direi Lula: è molto cruento, proprio perché rende esplicito il significato di capro espiatorio, di sacrificio della vittima necessario per la rinascita. La vittima era anche a Mamoiada, oggi resta solo la processione funerea de sos Mamuthones che avanzano nel buio coi suoni lugubri degli oltre 30 chili dei campani. “Il passo più di bestie che di uomini” come dice Francesco Masala».

Quale funzione comunicativa sprigionano i simboli? «Le maschere sono piene di simboli, alcuni di difficilissima lettura, altri meno. Certo oggi si ripetono i gesti senza capirne il senso. Eppure quel poco che ci è arrivato è capace di risuonare ancora. A Ollolai, sos Turcos o Truccos hanno sulle spalle lo scialle rosso ricamato che si usava per il battesimo del neonato, sul volto il velo bianco utilizzato per coprire il morto sul letto. Morte e nascita: i segni si sono mantenuti. A Sarule sas mascheras a Gattu hanno sul capo una copertina bianca delle culle dei bambini, sul viso un velo nero che rappresenta la morte. A Fonni, sas mascheras limpias oggi hanno tanti centrini sul capo, ma una volta si usava la biancheria dei neonati. Su muccadore, elemento significativo, necessario per prendere su di sé quella fertilità che le donne hanno per natura e diventare androgini come il dio».

Nel suo libro Le vie delle maschere (Delfino editore 2021 ndr), attraverso i carnevali lei compie un viaggio nell’anima. È così? «Gli studi sui carnevali sono stati per me un vero e proprio viaggio interiore. Scavare radici antiche e magiche della civiltà sarda è anche una ricerca esistenziale, un ripercorrere a ritroso la propria vita».

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

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