L’IMPRESA SOCIALE DI DANILO LAMPIS, DA ORTUERI: ESSERE GIOVANI NON E’ UNA SCUSA

Danilo Lampis

di SERGIO PORTAS

Parafrasando quel passo del Vangelo di Giovanni (Gv 7-41,42) in cui tale Natanaele risponde a tale Filippo che gli parla di un certo Nazareno capace di cose straordinarie: “Da Nazareth può mai uscire qualcosa di buono?”, ci viene da dire egualmente: cosa può venir fuori da Ortueri, poco più che mille abitanti, in quel Mandrolisai che divide a metà la Barbagia di Seulo da quella di Belvì, e dove si parla la “limba de mesania” in cui campidanese e logudorese si mischiano come spuma di mare che sbatte sullo scoglio. E invece no (e anche Nazareth mica ha scherzato quanto a discendenza d’abitanti), merito tutto, almeno oggi, di Danilo Lampis che lì venne alla luce nel marzo del ’93 è che dà alle stampe (Castelvecchi editore) la sua prima fatica letteraria: “Essere giovani non è una scusa”. Ho dei pregiudizi positivi sul conto del giovane scrittore che qui vado giudiziosamente elencandovi: quando è stato nell’esecutivo dell’Unione degli studenti, (anni 2014/16) si è scagliato (verbalmente beninteso) sulla cosiddetta riforma scolastica che Matteo Renzi aveva allora rubricato a “Buona Scuola”, uno dei disastri in cui l’alternanza scuola-lavoro prese definitivamente corpo con le conseguenze didattiche che si è tirata dietro e, cronaca di oggi purtroppo, con le giovani vite di Lorenzo e Giuseppe svanite in un posto diverso dalla scuola in cui avrebbero dovuto essere il giorno che è successo loro  l’incidente fatale. L’odierno movimento degli studenti ne invoca un radicale ripensamento occupando scuole un po’ dappertutto. Lui ha frequentato il liceo a Sorgono, studiato filosofia a Roma e Bologna, ora lavora come insegnante di sostegno nelle scuole superiori sarde, quando era studente nel capoluogo felsineo ha lavorato presso il circolo Arci Ritmolento, da sempre impegnato nel contrasto della povertà educativa minorile ha lavorato per progetti dell’impresa sociale “Con I Bambini”. Ultimo ma non meno importante è impegnato nell’amministrazione comunale di Ortueri. Il fatto che si batta perché a capo Frasca la smettano di buttare bombe a gogò (per vedere l’effetto che fa) me lo rende ancora più simpatico visto che da Funtanazza, dove vado io d’estate a fare una qualche nuotata, non c’è che un tiro di schioppo, giusto per non abbandonare la metafora guerresca. Tiziana Drago, che del “Manifesto” è autorevole editorialista (suo un impressionante “curriculum vitae” in rete che inizia con laurea in lettere classiche, dottorato di ricerca in filologia greca e latina, corso di perfezionamento in didattica delle lingue e letterature classiche e si dipana sino alle collaborazioni editoriali con “Micro Mega”, “Il Fatto Quotidiano”, “il Tetto”, “Meno di zero”, ed altri) gli dedica un articolo che definire lusinghiero è poco, titolo del giornale di giovedì 17 febbraio: “Travolti da un destino che cancella i sogni”: “…un romanzo bellissimo e potente, in cui denuncia sociale, passione politica e letteraria si fondono in un intreccio perfettamente riuscito, ricco di invenzioni, paesaggi, scene, dialoghi, saldamente tenuto dall’autore senza mai un punto fiacco, un calo di tono”. E continua inserendo il romanzo più che alla letteratura “generazionale” in quella della rappresentazione del lavoro, filone che annovera pietre miliari come “Memoriale” e “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi e giunge sino a “Mammut” dello scrittore-operaio Antonio Pennacchi. Per quanto mi riguarda posso dire che la sua lettura mi ha lasciato dentro un qual senso di malessere, il doversi immergere nei destini (non solo lavorativi) di una generazione palesemente in balia di un mercato del lavoro in cui la fa da padrone una ricerca di profitto tanto brutale quanto spudoratamente esibita, senza che appaia anche una minima possibilità di sottrarsi a una macchina implacabile nella sua determinazione a escludere chiunque non si adegui ai ritmi scelti da algoritmi che fanno dell’anonimato e della pretesa asetticità la loro bandiera esistenziale. Sono per definizione: innocenti, di quanto ti possa capitare nel tentativo di adeguarti al “sistema”, ebbene ad essi non importa assolutamente niente, non è faccenda che li riguardi. In questo mercato del lavoro odierno si arrabattano i due fratelli Alessandro e Francesco, di un paesino dell’interno sardo (Ortueri?), uno la famiglia lo vuole “studiato” e frequenta l’università a Bologna, l’altro, troncato presto le scuole, lavora nella falegnameria dello zio, mettendo in tasca uno stipendio altalenante, che dipende dal lavoro che mensilmente si riesce a portare a casa. Neanche male, dati i tempi che corrono, però a tutto sconvolgere viene la cassa integrazione e il conseguente licenziamento del loro padre dalla fabbrica dove aveva lavorato per più di vent’anni. Tutto deve essere rivisto, tutto riconsiderato, con l’aggravio di una crisi paterna che, con il cessare improvviso del posto di lavoro, cancella quel senso d’appartenenza alla vita sociale di un individuo, prima mai messo in discussione, e neppure mai immaginato che potesse entrare a far parte della vita che ti sembra oramai destinata. Quante volte l’abbiamo sentito dire dagli operai del Sulcis: “E dopo i cinquant’anni, chi vuoi che ti prenda a lavorare?”. E se uno non lavora, non porta a casa uno stipendio, che individuo è, che cosa diventa per sé e per gli altri. Come fa a guardare in faccia quelli della sua famiglia, ogni volta che ci si mette attorno alla tavola per cena. “Miseru s’erriccu, ca su poberujai s’arrangiada”, diceva mamma. Meschino il ricco, perché il povero si arrangia” (pag.53). Meno male che intanto ci sono le ragazze, Francesco ne “cattura” una in una discoteca di Oristano, Chiara  è di Ghilarza ed è all’ultimo anno di liceo classico, un approccio altrettanto classico di questi tempi: “ Ci sei su Istangram?”. Certo ogni tanto se ne esce con messaggi un poco criptici per uno di bassa scolarità, ma meno male che c’è “Google” e quando lei gli manda i celebri versi di Orazio che dicono del “carpe diem”, di prendere la vita giorno per giorno “quam minimum credula postero” (confidando il meno possibile nel domani), può fingere d’aver capito di primo acchito. E poi intorno, almeno d’estate, per ambedue i fratelli c’è la Sardegna, con le sue specificità, i suoi paesini, le spiagge del Sinis bianchissime di sabbie che furono conchiglie millenni fa, ci sono gli amici di sempre: Nanni che se ne esce con frasi come questa: “Un giorno se avrò dei figli, vorrei che potessero parlare, amare e sognare in sardo”, fissato com’è che la lingua dei nostri nonni se ne stia andando con la fine della loro vita. D’estate si balla, al ritmo di “Calma” di Pedro Capò e Farruko (tocca a me ora di chiedere a “Google”), poi: “Quando siamo stanchi di ballare ripartiamo e andiamo a vederci l’alba a Piscinas. Meno male che il cerchio di ragazze e ragazzi a cui propone l’idea sono tutti di Guspini e Arbus e accettano subito, proponendo di fare strada…Con il buio le dune e la spiaggia sembrano sconfinate” (pag.87). Ma l’estate finisce sempre troppo presto e tocca decidere di come tentare di sciogliere il nodo gordiano in cui si è tramutata la vita dei ragazzi: Francesco sceglie, in modo inopinato per la verità, una di quelle classiche scorciatoie che ti dovrebbero permettere di “metterti a posto per tutta la vita”. Andrà a finire male. Alessandro torna a Bologna e si mette a lavorare, prima in bicicletta consegnando pizze a domicilio, poi nei supermercati aperti h24, ventiquattr’ore al giorno. E comincia quel giro di ruota che sembra non avere mai fine che fanno i criceti in gabbia, il tutto per stipendi che a stento ti permettono di comprare i prodotti meno costosi delle merci che vai sistemando sugli scaffali. Schiavo delle “app” che ti controllano e decidono della tua efficienza. Contratti di lavoro fantasma. Roba che uno pensa non possa durare più che tanto, ma che invece va avanti per anni e ti ingrigisce i capelli, assieme a compagni che hanno vite molto più complicate della tua, figli piccoli a cui non sai affidare quando la “ditta” ti impone straordinari tanto improvvisi quanto mal retribuiti.  Ti rimane giusto la voglia di sognare, e il libro alla fine lo fa, sempre inopinatamente per la verità, con esiti che la letteratura si può permettere per le infinite possibilità che possiede di dare senso alle cose, anche le più improbabili. Senza dimenticare che la Sardegna è sempre lì che ti aspetta anche “se non si può tornare soltanto per amore della nostra terra e delle persone che la vivono, bisogna coniugare a questo la voglia di cambiare tutto”. E davvero ti pare impossibile che questi mondi intrisi di contraddizioni insolubili siano quelli dei nostri ragazzi di adesso, e ti chiedi quanta sopportazione e forza occorra per accettarlo giorno dopo giorno. Danilo Lampis, lui è tornato in Sardegna, insegna e lavora coi bambini anche di scarsa fortuna, va raccontando loro che si viva assieme un mondo accogliente, altra storia più bugiarda e bella non c’è.

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