CRISTIAN MANNU TORNA IN LIBRERIA CON UN NUOVO ROMANZO, “RITRATTO DI DONNA” FA GIA’ PARLARE DI SE’

di FEDERICA CABRAS

. Una madre, a sua volta figlia. E una figlia, a sua volta madre. E il legame complicato che può crearsi tra esseri umani, tra donne nella fattispecie, fatto di parole non dette, talvolta solo sussurrate e altre pensate, di rancore, di lacrime, di ripensamenti. Di odio, anche. E di voglia di fuga, persino.

Questa è la storia di come non sempre sia facile spiegarsi, lasciare indietro i demoni del proprio passato, andare avanti senza scheletri né paure. Questa è la storia di come la terra – l’Ogliastra, Cagliari, l’Isola intera – sappia legare i propri figli a sé, madre amorevole e matrigna ingrata al tempo stesso. E questa è la storia, reale e per questo dolorosa da leggere e da metabolizzare, di come faccia male essere sconosciute eppure madre e figlia: checché se ne dica, nessuno è immune all’astio che nasce, cresce e mette radici nell’anima quando le incomprensioni si moltiplicano e le spiegazioni si perdono nel vento, figlie indesiderate del proprio essere autolesionisti.

“Vorresti chiederle se esiste davvero l’altra metà di se stesse, se lei ha trovato la sua; se esiste una formula magica per sentirsi intere, magari anche un poco sicure, e non solo frammenti spezzati di cose perdute che non si ritrovano mai.”

Dopo sei anni, torna prorompente sugli scaffali delle librerie l’autore di Maria di Ìsili, Cristian Mannu, con una storia che tiene incollati fino alla fine. Ritratto di donna: un titolo rubato a una poesia di Wislawa Szymborska e un cuore sardo e pulsante.

Abbiamo una figlia, ormai adulta e tanto affermata nella propria carriera di scrittrice quanto irrisolta nel lato umano; e abbiamo una madre, anziana, piena di colpe ma anche di attenuanti – e chi non lo è? E abbiamo le loro due voci che raccontano.

Il passato, raccontano. Gli errori, raccontano. Le zavorre, raccontano. Le invidie, raccontano. E solo poco i momenti buoni, raccontano. Del resto, cosa resta, a un certo punto? E, altro quesito, deve arrivare per forza la morte per far ricordare un odore, un abbraccio, un atto di totale e dolce generosità?

“Senti un piccolo vuoto, come quando ti manca qualcosa ma non sai bene cosa, come quando desideri essere ciò che non sei o in un posto lontano che hai amato tanto.”

L’erba del vicino – dicono – è sempre più verde della nostra e noi, sciocchi e incapaci di pensare che ognuno abbia il proprio percorso e le proprie scarpe per percorrerlo, ne siamo ossessionati. E allora la vita degli altri sembra così bella, così perfetta, così diversa da quella nella quale ci barcameniamo con fatica noi: una cartolina; e ci sguazziamo, in questa consapevolezza, e pensiamo che sia giusto buttarci giù, non sollevarci, non essere coraggiosi.

Mentre a volte – solo a volte o sempre, in effetti – basta un minuto, un secondo, un attimo di coraggio per riprenderci quel che è giusto, quel che è nostro. E talvolta, per risalire e sciogliere i nodi, serve aprirsi, mettersi a nudo, dire: “Sono fragile, lo sono davvero, ma di questo non mi devo vergognare perché tutti lo siamo. Ma lascia che ti racconti perché mi sento così”.

Ecco, queste due donne non l’hanno fatto. Mai. Non si sono aperte. Non si sono innamorate del proprio quotidiano, chiudendo gli altri fuori dalla porta di casa, senza condizionamenti. Non si sono abbracciate spogliandosi delle corazze e lasciando che i battiti si ritrovassero, sincronizzandosi. L’una scappa, trovando in un posto con odori e colori diversi da quello in cui è nata una casa; sicuramente non perfetta, ma nemmeno popolata dal dolore del tempo che fu. L’altra… be’, l’altra aspetta.

Ma il tempo non è infinito. E non perdona. Non concede fermate d’emergenza il tempo, e non dà la possibilità di aspettare per sempre.

“Ti sei sempre chiesta se sei stata una bambina felice, una ragazza felice. Hai sempre pensato di no, finora. Sei stata felice e non te ne sei accorta. È questo che pensi osservando tua madre, guardandola dentro quel letto, rivedendoti scorrere in questo flusso continuo e avvolgente di pensieri e ricordi.”

Mannu con una scrittura poetica – in un’intervista ha dichiarato che uno dei suoi sogni sia riuscire a contenere il mondo in una manciata di parole e io direi che ci è riuscito egregiamente – e potente racconta l’universo femminile, scandagliandolo, analizzandolo, rendendolo umano, vero e anche chiaro. Non vuole far sembrare le cose perfette: non lo sono nella realtà, perché dovrebbero esserlo nella scrittura? E non mette una zolletta di zucchero. Non ci prende per mano, dolce. No. Ci butta tra le pagine di un libro che odora di verità e di conflitto. Di equivoci. Di chiaroscuri. Di famiglia dalla quale scappare per un’autoaffermazione personale ma il cui pensiero farà male per sempre.

Io, non madre, fatico a pensare alla mia come fragile, umana, preda di paure e insicurezze: eppure è imperfetta, tanto quanto me che non ho ancora saputo dare la vita, e da essere umano agisce. E forse bisognerebbe solo ricordarselo, da figli, e prendere per mano i genitori quando sentiamo che il percorso è ostico, perdonarli come loro hanno fatto con noi e cercare di pensarli con un passato che li ha ustionati.

In Ritratto di donna è anche protagonista la Sardegna, quest’Isola che sa cullare e sgridare, che è bella e asfissiante al tempo stesso, che manca quando si è via e che sembra stretta quando ci si vive. Da una parte l’Ogliastra, dall’altra Cagliari e la sua periferia: il cuore di Mannu, lo leggiamo fra le righe, è diviso a metà.

Particolare curioso: in questo romanzo, che nasce dal precedente, anche Maria, personaggio questa volta marginale, che si nota appena ma che chi ha amato Maria di Ìsili riconosce.

Nel complesso, un libro che apre un mondo. E bisogna leggerlo più volte per farlo proprio.  

“Ma esiste davvero una salvezza, ti chiedevi (e ti chiedi), per le persone come te?”

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