“LE GRIDA NELLA NOTTE E POI GLI OCCHI GRATI DEI SOPRAVVISSUTI”: IL RACCONTO DI SHEILA MELOSU, CAPOMISSIONE SULLA ‘MARE JONIO’

Sheila Melosu

di LUIGI BARNABA FRIGOLI

L’impegno della 35enne di origini sarde in prima linea nel salvataggio dei migranti e nelle battaglie per la tutela dell’ambiente. Ha 35 anni e ha fatto una scelta di vita precisa: impegnarsi in prima persona per la difesa dei diritti umani e per la tutela dell’ambiente. Il suo nome è Sheila Melosu, attivista di origine sarda, papà di Arbatax e parenti a Cagliari, ha guidato, in qualità di capomissione, l’ultima serie di interventi condotti dalla ong Mediterranea Saving Humans a bordo della nave “Mare Jonio”, impegnata nel salvataggio di migranti nel Canale di Sicilia.

Come è iniziato il suo percorso di attivista? “Fin da piccola sono sempre stata sensibile a certe tematiche. E così ho deciso di farne una scelta di vita. Ho collaborato per 10 anni con Emergency e ho avviato un mio progetto di sensibilizzazione ai temi ambientali, basato sul cinema e in particolare sui docufilm che raccontano i cambiamenti climatici. E proseguendo in questo percorso sono entrata nel team di Mediterranea”.

Qual è la differenza tra attivista e volontario? “Nelle ong ci sono volontari e ci sono anche professionisti nei più diversi campi. Spesso si fa l’errore di credere che chi collabora con organizzazioni umanitarie non abbia alcuna preparazione, solo la buona volontà. Ma non è così…”.

Ci vuole una formazione specifica? “Certo. Per operare in certi contesti, come ad esempio le missioni di soccorso in mare, servono competenze precise, che si assumono solo attraverso corsi, seminari e un percorso particolare. Non è che si prende e si va… Poi ovviamente conta anche molto l’esperienza sul campo”.

Lei come è arrivata ad essere capomissione? “In Mediterranea sono arrivata nel 2018. Ho iniziato ad occuparmi di logistica e dell’equipaggiamento delle navi. Poi, proprio grazie alla formazione, ho acquisito le competenze adatte per guidare la missione a bordo, iniziata all’inizio di quest’anno”.

Il primo salvataggio che avete effettuato? “Il primo sos l’abbiamo ricevuto della cosiddetta zona Sar, ovvero la zona di competenza della guardia costiera libica. Lì abbiamo soccorso oltre cento persone, uomini, donne e moltissimi adolescenti, che erano a bordo di un’imbarcazione in condizioni disperate. Ma poi è arrivato un altro sos…”.

Racconti… “Dopo il primo salvataggio, mentre ci stavamo dirigendo a Pozzallo, che era il “porto sicuro” assegnatoci in quanto più vicino, abbiamo ricevuto un’altra richiesta di soccorso e ci siamo diretti alle coordinate segnalate. Lì abbiamo individuato un’altra barca in difficoltà, molto piccola, di legno, strapiena”.

Quante persone c’erano a bordo? “In totale erano 112, anche in questo caso uomini, donne e bambini, alcuni molto piccoli, anche di pochi mesi. Abbiamo soccorso anche loro e poi ci siamo diretti a Lampedusa, visto che il comandante non ha voluto rischiare, con 214 persone a bordo, il viaggio più lungo verso Pozzallo, a causa delle condizioni meteo-marine”.

E a Lampedusa? “La Guardia costiera e le autorità locali hanno autorizzato lo sbarco di buona parte delle persone che avevamo soccorso, soprattutto quelle che avevano maggiormente bisogno di aiuto e solo a quel punto ci siamo diretti a Pozzallo con le altre”.

Il momento più difficile, quello che non può scordare? “Sono tanti. Ma non posso dimenticare le grida delle persone che chiedevano aiuto nella notte. Urla in mare aperto, nel buio più totale. E gli occhi riconoscenti dei sopravvissuti intirizziti per il freddo dopo che finalmente li abbiamo tratti in salvo”.

Di che nazionalità sono queste persone? “Le più disparate. Ma provengono soprattutto dall’Africa sub-sahariana”.

Com’è la giornata tipo a bordo di una nave che soccorre i migranti? “Ci si sveglia molto presto e si pattuglia la rotta che solitamente seguono le barche stracariche che partono dal Nordafrica. L’attività di osservazione con il binocolo può durare ore ed è parallela al monitoraggio di siti e applicazioni specializzate nel raccogliere e diffondere gli sos in mare, a cominciare da Alarm Phone. Quando poi arrivano queste segnalazioni parte l’intervento di soccorso”.

“Stazionare lì davanti invoglia a partire”. Cosa risponde? “Che, dati alla mano, la stragrande maggioranza di queste persone parte in ogni caso. È solo questione di meteo, non di presenza delle navi delle ong. Non per niente quando l’attività delle ong è stata bloccata le partenze sono continuate. Solo con più morti”.

“Aiutarli a casa loro”? “A casa loro è impossibile aiutarli. Ci sono madri che dopo il salvataggio mi hanno detto: ‘Preferivo morire, piuttosto che tornare indietro’. Senza contare che ogni volta che nella storia l’Occidente ha provato ad aiutarli ne ha sempre approfittato per saccheggiare, sfruttare e distruggere”.

L’Ue sbaglia approccio? Cosa dovrebbe fare che non fa? “Le partenze dei migranti non possono più essere considerate come un’emergenza. Ormai le migrazioni sono un fenomeno costante con cui fare i conti. E i governi, soprattutto quelli occidentali, devono comportarsi di conseguenza, ad esempio attivando corridoi umanitari”.  

Il suo rapporto con la Sardegna? “Mio padre è originario di Arbatax e ho parenti a Cagliari. Con la Sardegna ho un legame speciale. E un giorno, chissà, potrei decidere di lasciare la Sicilia per trasferirmi nell’altra isola che porto nel cuore, magari in uno di quegli splendidi paesini dell’entroterra che rischiano di restare spopolati”.

https://www.unionesarda.it/

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