IL RACCONTO DI UNA VITA: DALLA PRIGIONIA IN RUSSIA AL RIENTRO IN PATRIA. I 102 ANNI DI ZIO MAUREDDU PIRAS

Mauro Piras

di LUCIA BECCHERE

Mauro Piras, per tutti Maureddu, nato ad Oliena il 3 febbraio 1920 da una famiglia modesta e numerosa, dopo aver conseguito la terza elementare va a lavorare in campagna col padre contadino-servo pastore. Orfano di madre a otto anni, sarà una zia materna ad occuparsi di lui e dei suoi sette fratelli, il più piccolo di soli tre mesi. Alla maggiore età parte per il servizio militare e arruolato nel reparto di sussistenza di Cornigliano Genova prende parte al secondo conflitto mondiale.

Soldato della 53^ Squadra Panettieri Posta Militare 42 operante sul fiume Don nella lontana Russia, facile preda del nemico e del clima ostile, viene fatto prigioniero dal ’41 al ’45 e condannato ai lavori forzati.

«Non ce l’ho con i russi – ripete come un mantra –, i russi erano a casa loro. Ce l’ho con Mussolini che per le sue mire espansionistiche, sottovalutando la potenza del nemico, ci ha mandato ad invadere una terra che non ci apparteneva».

In 5 anni di prigionia apprende anche la lingua, ricorda ancora i numeri che a noi recita fino a cento. Maureddu rammenta di aver visto cadere numerosi amici commilitoni e di essere riuscito a salvarsi dal fuoco nemico simulando uno stato di morte fra i cadaveri dei compagni. «Io ho avuto la fortuna di ritornare in patria – dice – con i miei 45 chili di peso su 1,80 di altezza e con un deficit funzionale di un dito del piede dovuto al congelamento. Alla fine delle ostilità e dopo tanto patire sono stato risarcito con una modesta pensione». I vertici militari lo chiamavano spesso a confermare l’identità di molti compagni d’armi vittime del conflitto in Russia.

Li ricordava tutti così indistintamente da essere capace di indicarli fra tanti e grazie alla sua testimonianza, ai familiari veniva erogata una indennità di guerra come atto risarcitorio da parte dello Stato italiano. Al suo rientro in paese riprende a fare il pastore, questa volta di un gregge tutto suo.

Ma anche l’agricoltore e il viticoltore. Mestieri poveri e antichi, mai facili da tradurre in denaro e per rimediare qualche soldo da spendere nell’immediato durante le feste paesane, estrae mucredda (radici del lentischio) e lavora in sos urros de carchina (forni di calce).

S’innamora di Pasqua Rosa, sua vicina di casa e la sposa dopo quattro anni di fidanzamento.

Lui 37 anni, lei 29. Da questo matrimonio nascono tre figli, un maschio e due femmine che oggi si prendono cura di lui e lo avvolgono di premure. «Nos ada tentau e liu torramus», dicono. Nella vita prima o poi i ruoli si invertono. Marito e padre premuroso, era lui a cullare il pianto dei bambini per farli addormentare affinché la moglie riposasse. Non parla mai volentieri della guerra, tuttavia il trauma se lo porta dentro. Gli sovvengono i lunghi anni di prigionia, la paura di addormentarsi durante il turno di guardia in trincea e il peso del pericolo corso per sé e per gli altri.

Gli incubi popolano ancora le sue notti e nel timore che la morte possa coglierlo di sorpresa, l’urlo sfugge al suo controllo dinanzi al nemico senza volto. Ciu Maureddu inizia la sua giornata alle sette del mattino. Consuma un’abbondante colazione, legge puntualmente La Nuova – non ha mai fatto uso degli occhiali – ma anche libri di storia della Sardegna e poesie dialettali in particolare quelle di Peppinu Mereu. Alla televisione guarda i film western, non i programmi di intrattenimento che, a suo dire, lasciano a desiderare.

Mangia con appetito accompagnandosi a pranzo e a cena con un abbondante bicchiere di vino. Nel congedarci gli promettiamo di rivederci al suo 103esimo compleanno.

«Vi aspetto – risponde sprigionando la sua proverbiale ironia – e ricordatevi di portarmi il regalo».

Gli chiediamo se ha qualche preferenza. Immediata la risposta: «Sì, due litri di vino oppure due litri di olio, meglio se cinque o dieci, così mi faccio la provvista».

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

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