IL MIO ANNO IN AFGHANISTAN: A LASHKAR GAH, IL CONTRIBUTO ALLA SANITA’ PUBBLICA DI ‘MEDICI SENZA FRONTIERE’

di GIANNA FALCHETTO

In Afghanistan, a Lashkar Gah, MSF supporta il Boost Hospital, una delle più grandi strutture sanitarie pubbliche della zona, che, con un totale di 300 posti letto disponibili e uno staff di circa 1000 persone, garantisce cure alla popolazione.

Ho lavorato lì come Direttore Infermieristico e lì ho vissuto i giorni concitati dei combattimenti.

Il mio anno a Lashkar Gah è stato un anno molto intenso. Tutti i giorni potevamo vedere le conseguenze sulla popolazione di una guerra che va avanti da anni e anni. Lo scarso accesso alle cure e il rischio di muoversi portavano le persone a spostarsi solo quando era realmente necessario, motivo per cui molto spesso i pazienti arrivavano al Boost Hospital quando le loro condizioni di salute erano già molto gravi.

A peggiorare la situazione della sicurezza sono arrivati i recenti combattimenti. Già lo scorso ottobre avevamo assistito a un peggioramento. Circa 15000 persone erano scappate nei villaggi vicini, cercando un posto più sicuro dove poter stare. Tanti avevano trovato aiuto dai propri parenti mentre altri avevano trovato rifugi temporanei.

Dopo un periodo di relativa e apparente calma, a maggio la situazione è peggiorata di nuovo. I combattimenti si sono nuovamente intensificati e avvicinati alla città. I rumori delle esplosioni erano molto forti e gli elicotteri volavano molto più spesso nei cieli di Lashkar Gah.

Una sera, mentre ci preparavamo per la cena, abbiamo sentito una forte esplosione. Dei razzi erano stati lanciati contro alcuni edifici della città, arrivando abbastanza vicini alla nostra abitazione. Non era mai successo prima e non poteva che essere un brutto segno.

Da quel momento è stata un’escalation di violenza. I combattimenti sono peggiorati molto velocemente. Nonostante il nostro ospedale non si occupasse principalmente di traumi da guerra, da maggio abbiamo anche noi iniziato a ricevere sempre più feriti da pallottole, schegge, esplosioni.

La situazione si è aggravata a tal punto da costringerci a dormire nel bunker sotto l’ospedale, per rimanere vicini ai pazienti e a chi avesse continuato ad aver bisogno di noi.

Intorno a noi la città era deserta. Tutti i negozi erano chiusi. Il clima era surreale.

Abbiamo trascorso 12 giorni nel bunker. Avevamo dei materassi sul pavimento e delle coperte per poter riposare quando possibile. Questa sistemazione ci ha permesso di continuare a lavorare con lo staff nazionale e quindi di garantire continuità nelle cure.

In quei giorni il numero e la tipologia di pazienti sono cambiati. Solitamente l’ospedale era pieno di bambini e adulti con malattie gravi, mentre in quelle due settimane, la maggior parte dei pazienti erano feriti di guerra. Nella maternità, dove di solito vedevamo intorno agli 80 parti al giorno, si arrivava a malapena a 10.

Anche il numero di staff si è ridotto. Tanti colleghi non riuscivano a raggiungere l’ospedale o erano scappati con le famiglie in posti più sicuri. Quelli rimasti condividevano il bunker con noi se avevano bisogno di riposare. C’erano anche molte donne. Avevano detto alle loro famiglie che se noi donne dello staff internazionale fossimo rimaste ad affrontare tutto quello che stava succedendo, loro sarebbero rimaste con noi.

Le notti nel bunker non sono state sempre facili. Con il buio le esplosioni sembravano più forti che di giorno ma cercavamo di darci sostegno gli uni con gli altri. L’ospedale si trovava proprio sulla linea del fronte, quindi proiettili e schegge volavano in continuazione nel giardino.

Ho molti ricordi di quei giorni. Ricordo una notte il rumore assordante di un elicottero che, a pochi metri dall’ospedale, sparava ai suoi bersagli.

Ricordo bene anche quel pomeriggio in cui un razzo ha colpito il tetto dell’area ambulatori del nostro ospedale. Un luogo che dovrebbe essere sicuro è stato danneggiato dai combattimenti, come era successo ad altri ospedali della zona. Tutti avevano paura.

Quando il razzo ha colpito l’edificio, io e le altre infermiere dello staff internazionale ci trovavamo all’interno. Ricordo un grosso boato, la corsa per mettersi al sicuro nel bunker, la paura.

Ricordo che, in quei difficili momenti, d’un tratto qualcuno ha chiamato la preghiera e tutti insieme abbiamo iniziato a pregare. C’era sintonia e ognuno a modo suo pregava affinché tutto quello che stava accadendo finisse al più presto.

In mezzo a quella tragedia e a quell’orrore orrore siamo diventati una famiglia. Durante la giornata, mi fermavo a chiacchierare con lo staff. Tutti stavano lavorando molto intensamente ma cercavano di mantenere il morale alto. Qualcuno raccontava storie e ci si prendeva un po’ in giro a vicenda. Sono stati dei momenti importanti che non credo dimenticherò mai.

Poi una notte, improvvisamente, tutto è finito. I continui rumori di spari e bombardamenti sono cessati. In quel momento non contava più niente.

Un pomeriggio siamo tornati a casa che, per fortuna, non era stata danneggiata nei giorni precedenti. Tutto era intatto. Eravamo stati fortunati. Fare una vera doccia e dormire in un vero letto è stato fantastico.

I giorni seguenti abbiamo ripreso a lavorare normalmente con il personale al completo. Le strade si sono popolate ancora una volta. Tanti feriti e malati si sono potuti muovere e arrivare così in ospedale.

Il pronto soccorso di nuovo pieno: in un giorno abbiamo raggiunto picchi di 800 pazienti.

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