SA LUNA ‘E KIEV : COMMENTO ALLA POESIA DI GIUSEPPE FLORE

“l’antico splendore” di Kiev

di GIANRAIMONDO FARINA

Sa Luna ‘e Kiev dell’amico Peppe Flore, ispirata a quella bellissima poesia di Gianni Rodari, “La luna di Kiev” è una poesia che, senza far riferimento diretto alla guerra, è un appello accorato alla solidarietà ed all’umanità. Una luna che è la stessa a Kiev, a Donetsk, a Lungask, a Leopoli, a Mariupol, in Europa e nel Mondo.  Una luna che, però, ora non si veste di bianco, simbolo del matrimonio, di festa e della pace; ma di nero, simbolo di guerra e del lutto (Si c’a frantu su biancu ‘e s’isposa/ si c’a postu su nieddu  ‘e su luttu). Immagine che rende benissimo lo stato delle cose in quelle terre, ucraine, “martoriate” da otto, lunghi, anni. Troppo tempo.

A Kiev, ma in tutto il cielo d’Ucraina, da troppo tempo sembra che i fiori si appassiscono, anzi muoiono, come muore la meglio gioventù destinata a combattere, impersonificata da quella potente frase, ben calibrata dal poeta: “A Kiev stanno morendo le rose” (In Kiev..si che morint sas rosas).

Emblematiche, poi, quelle due similitudini finali che, sebbene indirettamente, ci riportano, drammaticamente, alla guerra: le lacrime della gente che si mescolano alle bombe che “piovono” dal cielo. Bombe che distruggono sogni e speranze ((…) ma sunt bombas …/ ch’istruent sonnos e isperas).  

E, poi, come chiusa, quasi presagio di speranza, la neve… . Neve che le immagini ucraine di oriente ed occidente ci lasciano in questi giorni. Neve che scende in silenzio e dolcemente, ammantando di bianco il teatro orribile di questo luogo.  Una neve che “bacia”, quasi fosse implorando perdono, la distruzione totale e l’orrore lasciato seco da questa guerra, da ogni guerra (E falat…/ muda e durche sa frocca/ e basat su chi lassat sa gherra…/ Paret pedende perdonu , / pintende de biancu colore/ su sambene ch’imbruttat sa terra… .).  

E la luna ci ricorda che siamo tutti sotto lo stesso cielo; l’umanità intera è unita al dilà della violenza, dei valori culturali e politici. Una luna che, sebbene si vesta ora di lutto in quelle povere lande (un lutto non da ora, ma che dura da troppi anni), è sempre la stessa, da qualunque punto di vista la si guardi. E brilla sulle tragedie dell’umanità come simbolo incondizionato di pace, quella vera, quella per cui, da cristiani e credenti, “operatori di pace”, dovremmo sempre batterci.  Sulle orme e sull’esempio recente di Papa Francesco, da un lato, e, dall’altro, di quanto dimostrato da trecento coraggiosi sacerdoti e diaconi ortodossi russi, autori di un’accorata lettera, scritta per porre fine al conflitto.

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