LE GRANDI UTOPIE SULLA SARDEGNA (FRA IL 1700 E IL 1800): LA LETTURA CRITICA STORICA-ECONOMICA E LE QUESTIONI DEMOGRAFICHE E POLITICHE DELL’ISOLA

di GIANRAIMONDO FARINA

L’analisi demografica delle “Grandi Utopie” entra maggiormente nel merito quando Giuseppe Sanna affronta e studia criticamente le politiche di popolamento assunte dai Savoia dal 1737 al 1850.  “Dopo i secoli bui spagnoli, i sardi s’ auguravano che finalmente fosse suonata l’ora del Risorgimento”. Tale era l’incipit con cui l’ex deputato anelese affrontava questa delicata tematica. Purtroppo, i dati, da lui stesso esposti, a livello generale, smontavano queste aspettative “risorgimentali” sarde. Nel periodo 1720-28 la popolazione era aumentata di 10 mila abitanti che, nel 1751, sarebbero diventati 50932 per raggiungere le 200 mila unità dopo 125 anni. Questi i risultati generali di certi tentativi di popolamento che portano, comunque, a constatare come, rispetto al periodo spagnolo, continuava a persistere lo “status quo”. Il tutto avvalorato dal fatto che in Sardegna “il sistema feudale continuava a tenersi costante come base di Governo”. Quali erano i motivi di tale “stallo”? Un primo motivo e’ da riscontrarsi in quelle incerte politiche di ripopolamento intraprese dal governo sabaudo nell’isola: dal 1737 al 1863 esse portarono, inizialmente, ad un incremento di 10 mila unità che, poi, si sarebbe ridotto a 4.400. Un sostanziale fallimento se lo si rapporta agli originali progetti fondativi di queste nuove sette colonie: Carloforte nell’isola di S. Pietro, Montresta in Planargia, Calasetta nell’isola di S. Antioco, Gonnesa nel Sulcis, La Maddalena nell’omonimo arcipelago, S. Teresa in Gallura e Villasimius/Carbonara nel Campidano di Cagliari. Sanna Sanna , avendo avuto l’intuito e l’acutezza di essere stato fra i primi a denunciare la crisi di tali politiche, vi aggiungeva la constatazione che ben quattro di queste (Montresta, Gonnesa, S. Teresa e Villasimius) furono quasi del tutto popolate da elementi locali. Se questi sono gli amari e reali giudizi del nostro, tuttavia, in questa sede, con dati storico economici alla mano, non possiamo non esigerci da fare considerazioni maggiormente analitiche su tutti e sette gli esempi specifici di ripopolamento sabaudo. In modo anche da poter elaborare, per alcuni casi, le motivazioni di questi fallimenti. Nell’esame, poi, si e’ scelta la suddivisione dei singoli casi trovandovi fra loro dei collegamenti e delle affinita’ in merito all’ambiente ed al territorio di provenienza dei coloni. E’ questo il caso della Corsica, per esempio, terra di provenienza dei primi coloni di La Maddalena e dei greci del piccolo villaggio di Montresta, fra Alghero e Bosa. Due esperienze insediative apparentemente simili, ma molto differenti in quanto a risultati. E che non faranno altro che confermare le realistiche critiche di Sanna Sanna sul sistema fondiario ancora vigente nell’isola. 

Il caso maddalenino, “in primis”, forse rappresenta l’esempio piu’ concreto di maggiore riuscita di queste politiche d’insediamento per via anche della positiva commistione di piu’ fattori: da una buona predisposizione dei coloni, alle politiche governative piu’ oculate,ad una minore pressione del sistema feudale e degli usi civici altrove presenti in Sardegna.

Nella seconda metà del secolo XVII, quindi,alcuni pastori corsi provenienti dall’Alta Rocca presero a frequentare le isole dell’arcipelago maddalenino,  custodivano bestiame di signori bonifacini con forme di contratto che consentivano, nel tempo, di formare anche un loro gregge o un piccolo armento. Avevano scelto una vita resa pericolosa dall’isolamento e dalla presenza dei pirati barbareschi, ma ciò dava loro una assoluta autonomia in terre che nessuno rivendicava e consentiva di non pagare gli affitti che i padroni corsi pretendevano per l’uso degli indispensabili pascoli invernali. Solo nella seconda metà del Settecento, nel delicato momento in cui la Corsica stava per essere ceduta da Genova alla Francia, il Regno di Sardegna decise di inviare nell’arcipelago un corpo di spedizione per sancirne il possesso. Dopo aver concordato con i pastori corsi, timorosi delle reazioni dei bonifacini nei confronti delle loro famiglie e dei loro averi lasciati nei paesi d’origine, le modalità di passaggio alla nuova condizione di sudditi sardi, il 14 ottobre 1767 un distaccamento militare sbarcò alla Maddalena. Un cappellano accompagnava la spedizione per assicurare ai pastori la parola di Dio e i sacramenti e, nel contempo, contribuire ad aggregarli in una comunità riconosciuta. E sul Collo Piano, nei pressi del quale sorgeva la maggior parte delle loro piccole case, fu eretta la prima chiesa.

I pastori corsi dell’arcipelago, al contrario di quelli galluresi, avevano confidenza col mare che solcavano continuamente per trasferirsi da un’isola all’altra, per commerciare con gli abitanti della costa prospiciente, per rientrare a Bonifacio nei mesi estivi dove battezzavano i bambini nati durante l’inverno e regolavano i loro affari con i padroni del bestiame: non fu quindi difficile per loro diventare marinai, entrando in forze nella Regia Marina Sarda. Nel giro di un decennio, questo nuovo assetto economico, fece passare gli abitanti della colonia dagli 867 del 1794 ai 1460 del 1800. Economia, quella maddalenina, quindi, fondata sulla conversione marinara dei primi pastori corsi che, poi, diventarono comandanti delle piccole imbarcazioni e padroni marittimi mercantili, ovvero la prima “ossatura” della borghesia cittadina. Borghesia i cui interessi, naturalmente, gravitavano sul mare.

D’ altra parte non esisteva proprietà fondiaria visto che tutte le isole erano demaniali. Questo fino ad arrivare al  1843, in cui si provera’  a sviluppare l’agricoltura con la creazione di una piccola ma diffusa proprietà privata.  Lo stato decise, allora, di assegnare tutte le terre libere dell’arcipelago, divise in lotti, ai capifamiglia isolani, facendone un sistema virtuoso e redditizio di cui, un decennio piu’ tardi, nel 1855 (dopo esservi stato una prima volta nel 1849), ne usufruira’ lo stesso Garibaldi. Egli, infatti, grazie all’intermediazione dell’amico sardo ex legionario Pietro Susini, decidera’ di fermarsi a Caprera, acquistando tutti i lotti disponibili e dando vita ad una solida azienda agricola da cui si allontanera’ solo per prendere parte alle vicende del Risorgimento.

Il caso di Montresta, invece, racchiudeva in se’ anche una storia drammatica fatta di emigrazioni e di persecuzioni. E’ questa la storia, poco conosciuta anche agli stessi sardi, dei profughi greci della Laconia, approdati nell’isola, dopo alterne peripezie, attorno alla prima meta’ del XVII secolo. Per la precisione Montresta, in Planargia, all’interno, a pochi chilometri dalla citta’ regia e porto di Bosa, nacque nel 1746 con il nome di Villa S. Cristoforo. Come nacque? Qua la storia diventa romanzo.

Il villaggio sorse con l’approvazione di Emanuele III grazie a 150 profughi greci della Laconia in fuga dal giogo turco-ottomano. Ed il mistero s’infittisce ancora di piu’ se, già dopo pochi anni dal loro arrivo, di questa popolazione greca non era rimasto nulla o quasi. Stando ai documenti d’archivio, molti sono morti per cause non naturali. La colonia greca di Montresta, pero’, non proveniva dalla Grecia ma dalla vicina Corsica dove era riparata in quel di Cargese, presso Ajaccio. A causa dei sommovimenti di quell’ isola che, nel giro di pochi decenni passera’ da Genova al periodo indipendentista di Pasquale Paoli alla Francia, su appoggio del governo, questi coloni ripararono in Sardegna. La loro comunita’, pero,non ebbe però vita tranquilla attirando su di sé le ire dei residenti che, guidati e aizzati dal potente Don Gavino Passino,  perseguitarono la colonia fino a farla quasi scomparire del tutto. Nel 1830 delle famiglie greche restarono solo due persone. Colonia, questa dei Greci di Montresta, dalla storia travagliata o sfortunata. Essi ,infatti ,avevano prima trovato ospitalità in Corsica, allora territorio della Repubblica di Genova, ma considerati lealisti durante una rivolta del popolo Corso contro i Genovesi furono costretti a scappare fino ai dintorni di Bosa, dove non riuscirono a trovare un futuro più fortunato e, dove, sostanzialmente, ad opporsi ad una loro completa integrazione con il sistema locale, sarà il tanto criticato, anche da Sanna Sanna, regime feudale, impersonato dal citato nobile bosano don Gavino Passino. Senza dubbio, pero’, la causa principale di tale fallimento insediativo era da annoverarsi, rileggendo e reinterpretando anche il pensiero dell’ex deputato anelese, nella mancata reale conoscenza, da parte dei piemontesi, degli usi, dei costumi e delle tradizioni secolari di un popolo. In sostanza, e’ vero che Montresta sarebbe sorta in un territorio isolato, al fine di poterne sviluppare viticoltura ed olivicoltura, in cui i greco-corsi erano esperti. Ma e’ anche vero che su quei terreni loro assegnati, e questo il governo sabaudo avrebbe dovuto conoscerlo, insistevano secolari e consolidati usi civici della popolazione bosana che, per essere colpiti, non avevano bisogno di una legge, ma di vere e proprie riforme. La grande questione ademprivile, qua solo accennata, tanto cara a Sanna Sanna, era ancora di là da venire.

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