LE GRANDI UTOPIE SULLA SARDEGNA: LA QUESTIONE DEMOGRAFICA NEL SECOLI XIII E XIV E LA SCELTA ‘ANTIECONOMICA’ DEGLI SPAGNOLI

di GIANRAIMONDO FARINA

Passando ad affrontare la questione demografica sarda durante il periodo dell’influenza delle repubbliche marinare Pisa e Genova, l’analisi di Sanna Sanna si concentra essenzialmente su due punti: il commercio e la colonizzazione. Nel primo caso entrambe le potenze marinare, “pensarono più a sfruttare le parti dell’isola da loro conquistate”, dando maggiore risalto, ovviamente, alle realta’ costiere. Come il caso di Cagliari, con una fiorente comunita’, poi cacciata dagli aragonesi. O dei genovesi con Alghero e Castelgenovese (odierna Castelsardo). In questo caso, però, la “costante” resistenziale nei confronti dei nuovi dominatori aragonesi durerà per qualche tempo. Il successivo periodo della dominazione iberica, catalano-aragonese prima e spagnolo poi, e’ definito rudemente e seccamente dall’ex deputato anelese:” (Essi) furono i piu’ meschini nell’attuare il concetto di colonizzazione: distrussero, non edificarono”. E la domanda e’ ancora piu’ esplicita: “Governi distruttori da loro avrebbero potuto fare altrimenti in terre lontane che non amavano?” si chiedeva retoricamente ed amaramente il nostro.

E l’analisi demografica del periodo spagnolo, numeri “alla mano” e’ drammatica: la Sardegna perse circa 400 comuni. La gran parte di essi sparirono nelle aree centrali, mentre sussistettero quelli piu’ prossimi a Cagliari. A tal proposito Sanna Sanna e’ ancor piu’ preciso: anche nel Campidano della capitale scomparvero villaggi come Magor, Sanna, Siria, Cusua e Sisili.Nondimeno la situazione demografica dello stesso capoluogo divenne negativamente incontrovertibile: 12000 abitanti nel XVI secolo. Sassari, per intenderci, ne contava, stando sempre a tali dati, appena 2800. I Savoia, nel 1720, pertanto, trovarono un’isola completamente spopolata, abitata appena da 300 mila sardi. Ma quali erano per Sanna Sanna le cause di tale atteggiamento spagnolo? In primo luogo la mancanza di una vera e propria azione colonizzatrice, nel senso positivo del termine. “Fino al 1686”- annotava l’ex deputato nelle “Utopie”- “non troviamo nella storia ne’ atto legislativo, ne’ indizio alcuno d’avere il Governo Spagnolo voluto, colla importazione di stranieri, pensare alla colonizzazione dell’isola”. Anzi, si era proceduto alla cacciata delle comunità ebraiche ed anche greco- cattoliche che nel XVII, sfuggite alle persecuzioni musulmane dei Balcani, avevano cercato inutilmente riparo in Sardegna per poi, invece, approdare definitivamente in Corsica. E’ questo il caso-studio concreto del villaggio della Planargia, vicino Bosa, di Montresta, che tornera’ utile (perche’ citato da Sanna Sanna) come caso-tentativo di ripopolamento anche in epoca sabauda. Con riferimento alla cacciata degli ebrei, si parla, ovviamente del decreto di espulsione di Ferdinando II del 1492 da tutti i territori spagnoli. Nel caso sardo, poi, la denuncia di Sanna Sanna e’ ancor piu’ circoscritta e storicamente documentata. Si tratta, infatti, dell’inerzia manifestata dal governo viceregio spagnolo nel non aver favorito, ma anzi bandito, la presenza semitica dall’isola. Una presenza che, come osservato dall’ex deputato,era attestata fin dai tempi di Tiberio,per la precisione dal 19 D. C.,quando nelle miniere del Montalbo presso Lula, in Baronia, e non solo nel Sulcis, iniziavano ad essere inviati come schiavi migliaia di ebrei che,poi,s’integrarono con le comunita’ locali. Tant’è vero che numerose tracce di presenza semitica, anche nei nomi e cognomi, sono ancora rimaste in alcuni toponimi delle aree centrali. Aspetto, questo, che portera’ Emilio Lussu, nei tremendi anni Trenta, a rimarcare la profonda origine semitica sia del sardo che dell’ebraico. Egli, infatti, redigera’ un articolo di risposta alla promulgazione delle leggi razziali del ’38 e ad un progetto che paventava l’invio degli stessi ebrei in Sardegna per un suo ripopolamento. Articolo quanto mai emblematico e suggestivo, apparso su “Giustizia e Liberta’” n. 41 dell’ottobre 1938, dal titolo “Sardegna, Ebrei e razza ariana”.

L’unica, però, vera comunità israelitica, organizzata da secoli in Sardegna, era quella di Cagliari ed e’ alla sua espulsione che il testo di Sanna Sanna si riferiva.

La presenza di ebrei a Cagliari è attestata già nel VI secolo in una lettera di papa Gregorio Magno al vescovo locale. Nel XIII e XIV secolo, sotto i pisani e quindi sotto Alfonso il Benigno agli ebrei fu concesso di vivere in una parte del castello della città nella zona di Santa Croce e di esercitare liberamente i commerci, pur sottoposti ad alcuni obblighi. Nel XV secolo le condizioni di vita degli ebrei cagliaritani andarono peggiorando, con l’inasprimento delle normative antiebriache, fino al decreto di espulsione. Il 31 luglio 1492, le 70 famiglie ebree di Cagliari lasciarono l’isola. I loro beni furono interamente confiscati. Quanti sopravvissero la traversata, trovarono rifugio a Napoli, nel Nordafrica o a Istanbul. La sinagoga di Cagliari fu trasformata nella basilica cattolica di Santa Croce. Per il resto degli israeliti dispersi ed integrati nell’isola, basandoci su dati da noi confrontati, non si poteva parlare di espulsione per alcuni ordini di motivi culturali e politici. Sostanzialmente, infatti, tranne l’eccezione cagliaritana, moltissimi ebrei sardi avevano preferito convertirsi come marrani per restare nell’isola e conservare così i loro beni. Molti altri, soprattutto quelli registrati nella capitale del Regno, non aspettarono la pubblicazione dell’editto e si prepararono in tutti i modi a lasciare il Regno di Sardegna che era stato così generoso con loro. È opinione di alcuni studiosi che l’assimilazione in Sardegna fu facilitata (per assurdo) anche dalla mancanza di un accanimento persecutorio e di una reazione di intolleranza, come invece successe nel resto dell’Europa: nell’isola non ci sarebbe stato per gli ebrei un rifiuto significativo da parte dei sardi semplicemente perché tra le due popolazioni vi era, come dimostrato da Lussu e, prima di lui da studiosi e filologi, una grande affinità sia da un punto di vista etnico sia culturale.

Aspetto, questo, poi, che confermerebbe la versione di una Sardegna “terra di rifugio per i dispersi tra le nazioni”.

L’altra nota “dolente” della politica demografica spagnola, ben delineata ed esplicitata da Sanna Sanna, e’ stata, appunto, l’implementazione dell’anacronistico sistema feudale che, proprio nel ricordato 1686, aveva portato Carlo II alla concessione in feudo delle regioni isolane piu’ disabitate con l’obbligo, da parte dei nuovi feudatari, di ripopolarle. Ulteriore aggravio di un sistema, quello sardo, gia’ diviso in feudi che, con l’aggiunta di nuovi che “togliendo al potere centrale gran parte della propria giurisdizione, non avevano altro scopo che di smungere vessando i propri vassalli”.

E’ proprio su questo tipo di sistema che, pero’, si concentrano le maggiori riflessioni di Sanna Sanna. Un sistema che veniva individuato, chiaramente e fra le prime volte nel XIX secolo, come una delle principali concause della decrescita demografica sarda. Dopo naturalmente, l’epopea della Sarda Rivoluzione angioyana della fine del XVIII secolo e le battaglie per la “fusione perfetta” del 1847 di cui fu protagonista pentito lo stesso uomo politico goceanino. Sanna Sanna, nel descrivere il feudalesimo che per secoli, ha ammorbato la Sardegna fino al 1835, non usa mezzi termini e lo fa’ in modo caustico. Un sistema che, dati alla mano, “gravava” per 109 feudi. Basti pensare che fino al 1835, quindi, questi feudi insistevano su ben 356 dei 360 villaggi sardi escluse le citta’. Di questi, e certamente erano dati che anche Sanna Sanna aveva sott’occhio, 185 erano distribuiti fra feudatari che ancora (!) abitavano in Spagna, 143 in Sardegna e 25, fra cui la Regia Contea di Goceano, appartenevano al Re, uno all’ arcivescovo di Cagliari ed uno all’ordine mauriziano. I feudatari esercitavano una serie di diritti sui loro sudditi, esigendone una gamma fantasiosa di tributi, raccontante di abusi e soprusi. La questione interessante e sottesa, comunque, e’ un’altra, indirettamente fatta trapelare da Sanna Sanna. E cioe’, che se gli spagnoli fallirono ipotizzando un diverso “utilizzo” dell’anacronistico sistema feudale per ripopolare la Sardegna, non da meno furono i piemontesi che, anzi, quel sistema, forse perche’ legato all’ antico governo, avevano cercato di abolirlo dopo, pero’, averci “convissuto” per oltre un secolo. Neppure, quindi, a seguito della promulgazione della Carta Reale del 21 maggio 1836, che sopprimeva l’esercizio della giurisdizione feudale, civile e criminale, si poteva parlare di totale abolizione del feudalesimo. Sanna Sanna era, infatti, da buon azionista e mazziniano d’estrazione angioyana, conscio che, purtroppo, ai suoi tempi, neppure la scomparsa di quel sistema vessatorio ed anacronistico avrebbe potuto permettere la liberalizzazione della vita economica e la formazione di una vita sociale differente. Lo Stato, in questo modo, si sostitui’ al feudatario con un semplice “cambio di padrone”. Accanto ad esso poi, ed è questa l’accusa indiretta mossa da Sanna Sanna, assunsero potere le cosiddette “grandi famiglie” che, in ogni paese, attraverso i controlli dei consigli comunitativi e della distribuzione delle terre, continuavano a crescere di ricchezza e di potere. Constatazioni che possono essere “lette in filigrana” con quanto il gia’ ricordato economista Gavino Alivia scriveva negli anni Trenta del XX secolo, utilizzando, efficacemente, proprio con riferimento alle politiche spagnole di ripopolamento della Sardegna con nuove concessioni feudali, il termine di politiche antieconomiche. Politiche antieconomiche perche’, soprattutto, spostarono alla seconda metà dell’Ottocento la ripartizione delle terre ex feudali e demaniali, perpetuando fenomeni di conduzione arretrata come il pascolo brado e la transumanza ed ostacolando la nascita e lo sviluppo di aziende agro-zootecniche stabili.

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