NON C’E’ FUTURO SENZA MEMORIA! RICORDO DI SALVATORE MANNIRONI A 50 ANNI DALLA SCOMPARSA: L’UOMO, IL POLITICO, IL PRESIDENTE DEL ‘GREMIO DEI SARDI’ DI ROMA PER 10 ANNI

di ANTONIO MARIA MASIA

Era il 6 aprile 1971, martedì, due giorni dopo la Pasqua di quell’anno, d’improvviso s’interruppe, per infarto, la vita non ancora a 70 anni, di Salvatore Mannironi!

Trascorreva, in serenità, un breve periodo pasquale presso la sua casa in Nuoro, con la famiglia, libero per qualche giorno dai gravosi e importanti oneri di Ministro della Marina Mercantile e da quelli molto, molto piccoli, ma pur sempre impegnativi, di Presidente dell’Associazioni dei Sardi di Roma “Il Gremio”, che seguiva con attenzione e continuità.

Grande fu la commozione e lo sconcerto per quell’evento che poneva la parola fine ad un personaggio che in vita e subito dopo la scomparsa fu chiamato: uomo pulito, padre esemplare ed affettuoso”, naturalmente buono, ottimo e coerente politico (elevato il suo ruolo di rappresentanza nell’Azione Cattolica e nella Democrazia Cristiana) e in tanti altri modi, sempre di elogio e di sottolineatura dei suoi valori morali e civili.

Da parte mia, suo ultimo e attuale successore nell’incarico al Gremio, ho avuto modo, in occasione di questo incontro-ricordo di verificare, documentare e sottolineare ancora meglio il significato e il prezioso contributo di Salvatore Mannironi per la riuscita e il successo di prestigio, nella Capitale, della nostra Associazione, e soprattutto di cogliere appieno le qualità umane e politiche di Salvatore Mannironi.

E’ stato piacevole ed emozionante ascoltare la figlia Grazia e Antonello Soro, noto apprezzato uomo politico di Nuoro con importanti incarichi istituzionali a livello nazionale ed europeo: deputato per diverse legislature e presidente della Commissione sulla Privacy.

La lettura di brani tratte da alcune lettere del nostro personaggio, inserite nel libro:” Lettere a Fannìa”, a cura dell’attore Francesco Madonna di Cagliari, hanno creato l’atmosfera emotiva che l’occasione meritava.

Sentimento che ha letteralmente travalicato la grande sala Italia dell’UnAR – Unione delle Associazioni Regionali che ha accolto l’incontro, completamente vuota complice purtroppo la pandemia in corso, quando a conclusione si sono diffuse le splendide immagini su Nuoro.

Splendide fotografie realizzate e inviateci dall’amico Graziano Secchi, innamoratissimo della sua città e della sua gente, che scorrono accompagnate dai struggenti versi di “Non potho reposare”, la nostra canzone sarda d’amore per eccellenza, cantati dai sette cori di Nuoro e dal tenore Piero Pretti, nella nota e famosa modalità eseguita per conto dell’Associazione “Presenza” di Ignazio Corrias, altro caro amico nuorese. E’ stato da parte loro un dono prezioso, un affettuoso omaggio all’amato e mai dimenticato concittadino!    

Con la figlia Grazia, anche lei in passato risorsa importate del Gremio, quale vicepresidente operativa per circa 15 anni con Mario Segni presidente, e poi lei stessa presidente, è stato possibile il ricordo dell’uomo, del padre, dello sposo, dello scrittore.

“Lettere a Fannìa”, curato da Mario Scotti e da Grazia, rivela chiaramente le qualità e il carattere del giovanissimo Salvatore che si innamora per sempre, ricambiatissimo, della maestrina di Ploaghe, Stefania Satta, e che con lei inizia e conclude una relazione di vita e di “programmato” scambio di lettere; tantissime, ci dice Grazia, circa 1400, quelle classificate d’amore, in andata e altrettante in ritorno tra il 1924 e il 1929 (il periodo del fidanzamento, lui a Nuoro, lei in giro a insegnare per paesini) e le 22 lettere  definite “del carcere”, quando Salvatore, da fiero e irriducibile antifascista, si becca la galera tra Oristano, Cagliari, Roma e Isernia dal gennaio a novembre del 1943, insieme al fratello Cosimo.  

Il Gremio non dimentica che la Signora Mannironi per lungo tempo ha presieduto il Comitato delle Donne dell’Associazione, molto attivo sul fronte assistenziale e sociale: la Befana per i bambini, le colonie marine… con oneri autofinanziati e raccolta pubblica di risorse da parte di donatori e benefattori.

Padre esemplare e affettuoso, aggiunge Grazia commossa e orgogliosa, uomo affabile, gentile, sempre disponibile e vicino alla gente, “presente” nella sua Nuoro, anche quando lontano per gli impegni politici nazionali. 

E l’attore legge dalla prima lettera dell’epistolario: “25 luglio 1924, Gentile signorina… generalmente il mio pseudonimo è Ospitone… i miei migliori articoli saranno quelli che dedicherò a Lei che leggerà solo Lei. Non avrei potuto desiderare miglior pubblico…di lettori. Lei farà altrettanto per me. Con la presente – si può dire – iniziamo la pubblicazione di un volume, per nostro esclusivo uso e consumo. Condenseremo in queste lettere tutta l’onda impetuosa dei nostri pensieri e dei nostri affetti… Io per conto mio Le prometto di parlarle sempre… con l’animo alla mano… sono convinto che Lei farà lo stesso. Così veramente potremo dire di esserci capiti…Salvatore Mannironi.

A proposito di “Ospitone” avevo annotato nel libro “Il Gremio”, che ritenevo interessante e attraente la scelta di identificarsi con il famoso re barbaricino Ospitone (seconda metà del VI secolo) cristiano e protagonista nel 594, dopo anni di durissime battaglie, della firma di pace con i Bizantini sotto il pontificato di Papa Gregorio Magno.    

E ancora scrive Salvatore alla sua amata Stefania: 27 novembre 1927, Sì Fannieddì. La vita tua, la vita di noi due, è fatta di… arrivi e partenze. Lo sarà, forse, anche in seguito. E’ forse una cosa un po’ dura… Ma quando saremo in due, saremo più forti… Sento anch’io che senza di te la vita non mi direbbe nulla… Soltanto con te sento di essere veramente in pienissima armonia di intenti, di affetti, di tendenze, di sentimenti, di gusti, di visioni, di criteri di valutazione: di tutte, insomma, le manifestazioni della mia vita…

Nativo scrittore! Sottolinea, con gli occhi appena velati, Grazia.

Antonello Soro, da par suo, ci dà una lettura chiara e appassionata dell’uomo politico e del significato in Salvatore Mannironi del concetto di rappresentanza: “L’uomo politico nasce nella sua fortissima motivazione spirituale. Rileggendo la storia di Salvatore Mannironi, si capisce che la sua motivazione si potrebbe riassumere con le parole che un grande pontefice ha detto molti anni dopo e che, cioè, la politica è la forma più alta di carità”

Ci ricorda che, nel corso della permanenza a Pisa da studente universitario, la conoscenza e frequentazione con  Giovanni Gronchi, il futuro terzo presidente della Repubblica, e la partecipazione a manifestazioni politiche rivelarono, da subito, la vera profondità delle motivazioni di Salvatore Mannironi, che rimasero sempre indifferenti rispetto ai gravissimi rischi che, a causa dell’insorgente fascismo, comportavano per chi come lui era un antifascista dichiarato, per niente timido, quando, allora, di timidi ne circolavano tanti.

Dal regime subì, continua Antonello Soro, molte ingiustizie e privazioni anche familiari, patendo persino il carcere, a rischio della vita: fortunosamente fuggì dal carcere di Isernia sotto bombardamento. Poteva, come tanti, “decorarsi” di tanta sofferenza, invece: “mai ne ha fatto vanto o ha rivendicato come atto eroico le sue vicissitudini. Era infatti convinto che ciò facesse parte della sua scelta di vita, che lui aveva affrontato e cioè un’idea della militanza politica e della militanza nell’Azione Cattolica come forma anche di carità, come espressione di una positiva visione del mondo”…     

 Uomo di Stato, tra i componenti dell’Assemblea Costituente e in particolare della Commissione dei 75 partecipò al momento fondativo della Repubblica e, per quel che riguarda la Sardegna, allo Statuto speciale dell’autonomia regionale. E, senza mai perdere di vista il suo ruolo e impegno nazionale, in eguale misura prestò attenzione e cura alla sua amata Sardegna, stabilendo con i suoi elettori con la sua gente un profondo legame di colleganza, affetto e stima, venendo così a interpretare il suo ruolo di rappresentanza in maniera compiuta e profonda, al contrario di come, spesso, si verifica ai giorni di oggi, stigmatizza Antonello Soro.

Oggi, purtroppo, tra eletto ed elettore c’è distanza e il primo non vede più nel secondo una persona, ma un pubblico indistinto, più facilmente conquistabile, raggiungibile e manipolabile con i social.

Salvatore Mannironi quando rientrava in Sardegna, e lo faceva molto, molto spesso, peregrinava per paesini e stazzi, incontrava, parlava, ascoltava le persone: la sua casa era aperta a tutte le ore.

Politico ricco di ottima cultura giuridica, combinata con bontà e umanità. Come emerge dal racconto che lui fa dell’incontro in carcere con un suo assistito, il bandito di Bitti Antonio Pintore, classificato tra i peggiori delinquenti dell’epoca.

Salvatore Mannironi lo va a visitare il giorno prima della esecuzione della pena di morte comminatagli per una serie di delitti, fra i quali il rapimento e la scomparsa, nel luglio del 1933, della piccola di 6 anni, Maria Molotzu, figlia del podestà di Bono. Dopo una notte insonne, così descrive il suo travaglio umano morale e spirituale e i suoi interrogativi sulla barbarie della pena capitale, per lui inaccettabile, come quasi da lungimirante antesignano di “Nessuno tocchi Caino”: “I fatti di cui è stato ritenuto colpevole sono tali e tanti che non può trovare attenuante alcuna. Qualunque pena sarebbe, dunque, adeguata. Ma la somma delle pene ha un limite insuperabile nel rispetto della vita perché nessun altro uomo avrebbe il diritto di toglierla e perché toglierla non è necessario né utile ad alcuno”.

Antonello Soro su questo punto conclude, con evidente emozione, ribadendo che per i cattolici, “e Salvatore Mannironi era un fior di cattolico”, al centro dell’umanità c’è la persona, c’è la vita che non è negoziabile, che è sacra ed indisponibile per qualsiasi istituzione o sentenza.

Entrambi gli ospiti auspicano, infine, che “Ospitone” con il suo percorso umano e politico non venga dimenticato, ma continuamente riletto e proposto alla riflessione e attenzione di tutti, in particolare dei giovani. 

A conclusione dell’incontro, Il Gremio, ha voluto sottolineare con altre due letture il grandissimo cordoglio e sconcerto che la scomparsa di Salvatore Mannironi provocò nei suoi amici, nei tantissimi estimatori, nell’opinione pubblica. Dolore vero, diffuso e sincero!

Il fondatore del Gremio Pasquale Marica, intellettuale e scrittore di Sanluri, in un articolo alla Nuova Sardegna del  7 maggio 1971: “Mannironi:  Uomo “pulito” : Verso il 1955 “il Gremio” (ndr: rappresenta la prosecuzione, dal 1948 con il nome “Il Gremio”,  della più antica Associazione dei Sardi in Roma nata nel 1911 sotto la presidenza del Comm. Felice Crespo direttore del Tesoro originario di Mandas, e fra i collaboratori il giovane Pasquale  Marica) si stava dissolvendo; per dar tempo al tempo ci riunimmo in pochi nell’intento di tenerlo in vita attraverso una più o meno improvvisata “Tribuna” che aveva lo scopo di richiamare con qualche clamore i Sardi della Capitale con alcune manifestazioni artistiche e culturali di un certo rilievo. L’artificio riuscì per il prestigio del nome di Mannironi.  Fu a lui infatti che offrimmo la carica di presidente della “Tribuna del Gremio”; andammo a trovarlo nel suo gabinetto di sottosegretario di Stato. Gli esponemmo la precarietà di vita dell’Associazione; gli chiedemmo di aiutarci a salvarla. Una specie di consulto in letto di morte. Non era una offerta allettante e non avevamo molte speranze che egli si sentisse lusingato dal fatto che avevamo pensato a lui soltanto in extremis. Invece Mannironi accettò con semplicità. Non chiese nulla, sui motivi della nostra scelta: non promise nulla. Gli bastò il nostro atto di fede in lui, per non esimersi dalla sicura “noia” che doveva accollarsi in aggiunta alla sua già pesante derrata. Questo suo modo di accettazione, semplice e spontaneo, mi colpì…

Nella rievocazione di questa circostanza si coglie in pieno la personalità, la sobrietà, e il carattere di Salvatore Mannironi che Pasquale Marica rimarca ulteriormente: “la sua integrità non fu che la proiezione, nella politica, delle sue qualità di uomo integro”.

Ed il Gremio trovava in lui l’ancora di salvezza il suo punto di riferimento più alto per circa un ventennio, di cui 10 dal 1961 al 6 aprile 1971 da presidente.

Ancora Marica: “Che la scelta fosse buona lo confermano i fatti. Ormai il Gremio senza Mannironi pareva cosa senza senso. Nessuno in quasi venti anni pensò mai di sostituirlo. Il Gremio aveva trovato il suo uomo e se lo teneva. Se lo tenne sino alla sua morte”.

Salvatore Satta, il grande giurista e scrittore di Nuoro, l’autore de “Il giorno del giudizio”, così lo commemora in un articolo della Nuova Sardegna: “Due anni dalla morte di Salvatore Mannironi. Non si può pensare a Bobore Mannironi senza pensare a Nuoro, come non si può pensare a Nuoro senza pensare a Bobore Mannironi … Ci incontrammo nelle cellette del Convento, che allora ospitava la scuola elementare e su quei banchi sconnessi stabilimmo un’amicizia che doveva durare per tanti decenni, senza la più lieve incrinatura. Avevamo due caratteri complementari: io portato alla contemplazione e introspezione, come a dire al sogno, egli tutto intuizione e quindi tutto azione, consapevole fin dall’infanzia che la vita è un campo di battaglia, dove si richiede una virtù sola, l’immediatezza del sentire e del fare.

Se lo ripenso oggi che la sua esistenza si è compiuta, direi che questa fu la sua vera caratteristica; l’essere in tutte le cose immediato, il non conoscere diaframmi fra lo spirito e la realtà, il sapere ad ogni istante quel che si deve fare. Tutto di lui si illumina se si considera questo dono. L’avvocatura che egli scelse come l’arte della concretezza; poi la politica che consiste nel creare o concorrere a creare il domani; infine la religione che fu per lui come una naturale dilatazione della vita terrena, un varcare con la stessa azione la soglia dell’infinito, senza discontinuità col presente. Ma in questa immediatezza del suo spirito trovano la fonte altre due qualità del mio vecchio compagno.

La prima è la sua bontà. Egli fu naturalmente buono, e non sono molti quelli che si mantengono buoni quando la sorte li spinge in alto. La seconda è la sua letizia, nella quale servì veramente Dio…   

Alla fine, tutti incantati sulle foto di Nuoro e sulle note di “Non potho reposare” la canzone preferita da mio padre, ci dice Grazia.

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