UN DIALOGO ‘SEMPLICE’ CON LA SCRITTURA: VANESSA ROGGERI QUATTRO LIBRI ALL’ATTIVO, QUATTRO RICONOSCIMENTI DI PUBBLICO E CRITICA

Vanessa Roggeri

di ANDREA RIPOLI

Vanessa Roggeri, cagliaritana, laureata in Relazioni Internazionali, autrice di 4 romanzi: “Il cuore selvatico del ginepro” e “Fiore di fulmine”, editi da Garzanti nel 2013 e 2015; “La cercatrice di corallo” e “Il battito dei ricordi”, editi da Rizzoli nel 2018 e 2021. Con La cercatrice di corallo ho vinto il Premio Alghero Donna e il Premio Grazia Deledda. Dal 2018 è editorialista per La Nuova Sardegna.

Ci racconti un aneddoto legato al tuo primo approccio con la scrittura? Ho sempre amato le macchine da scrivere, da bambina possedevo un giocattolo blu e arancio, e quando nell’adolescenza ho iniziato a scrivere i primi racconti mi sono “appropriata” della Olivetti Lettera 22 di mio padre. È stata una bella faticaccia, e dico faticaccia perché i tasti erano troppo difficili da pestare per le mie dita sottili. Alla fine sono diventata velocissima, usavo solo due dita ma a mitraglietta.

Scrivere per te che significato ha? È passione, è piacere e felicità, è impegno e costanza, è passato, presente e futuro. È mestiere, è orgoglio e responsabilità. In pratica scrivere è la mia vita.

Ci racconti come è avvenuto il tuo percorso di formazione di scrittrice?  Per la mia formazione è stata fondamentale la gavetta, decine e decine di racconti, e poi i primi romanzi, oggi materiale archeologico archiviato in tre scatole stipate in un armadio. La voglia di migliorarmi mi ha portata a ricercare il confronto con lettori esterni alla cerchia famigliare e a iscrivermi quindi ai concorsi letterari. È da queste piccole sfide che ho capito che cosa significa scrivere per gli altri e non solo per se stessi. Posso dire che il salto di qualità è avvenuto quando ho ricevuto quello che considero il consiglio che mi ha cambiato la vita, ossia lo sprone da parte di un’addetta ai lavori del mondo dell’editoria a scrivere SEMPLICE. “La semplicità vince sempre”, mi scrisse nella sua e-mail. Semplice vuol dire superare l’ego e il desiderio di stupire il lettore con inconsistenti effetti pirotecnici. Usare, ad esempio, paroloni desueti riesumati dal dizionario di Garibaldi avranno l’unico effetto di complicare il pane e non farti capire. Saper narrare significa saper comunicare, ossia voler entrare in comunione con chi ti legge, in empatia, stabilire un collegamento fatto di parole. Questa è la lezione più importante che ho imparato durante il mio lungo percorso di aspirante scrittrice.

A chi ha l’ambizione di riuscire a pubblicare quali consigli daresti? Se hai un libro nel cassetto e sogni di pubblicare, indubbiamente devi farti notare. Partecipare ai concorsi letterari è una via che consiglio, oggi ci sono molti premi validi che aprono tante porte. Altro consiglio riguarda gli agenti letterari. Trovarne uno è raccomandato, visto che la loro mediazione, prima o poi, si rivela indispensabile per un autore.

Hai un metodo di lavoro consolidato per scrivere un nuovo romanzo? Prima di tutto occorre distinguere un’idea solida da un fuoco di paglia (capita spesso di entusiasmarsi la sera e alla mattina sgonfiarsi come un palloncino). Passo successivo è il periodo di approfondimento e strutturazione della trama, è una fase di documentazione ma anche di grande creatività. Quando inizio la stesura so già dove mi porterà la storia, il come lo scoprirò strada facendo.

Nei tuoi romanzi precedenti hai mirabilmente raccontato di una Sardegna arcaica e misteriosa. Che legame hai con la Sardegna? È certamente un legame di profondo amore, altrimenti non sarei riuscita a raccontarla con tanto trasporto in ben tre romanzi. Pensò però che sia anche un rapporto caratterizzato dall’onesto desiderio di comprenderla in tutti i suoi aspetti, presenti e passati, soprattutto i meno virtuosi e più controversi, oltre i suoi cliché e le abbaglianti bellezze. Lo dico sempre, l’anima della Sardegna si annida negli spazi del non-detto, interpretarla non è facile, è tuttavia doveroso se si intende scoprirne la vera essenza. La conoscenza porterà alla comprensione, e perciò all’accettazione, anche di tutte le sue ombre.

Il tuo nuovo romanzo “Il battito dei ricordi” vede in Isabel una donna che fatica ad accettare i cambiamenti intervenuti nella propria vita coniugale. Qual è il tuo rapporto con i cambiamenti in generale? Isabel fatica ad accettarli perché si è infranta una vita felice, è comprensibile che tenti l’impossibile per ripristinare lo status quo precedente all’incidente del marito Javier. Lo avrebbe fatto chiunque. Personalmente sono propensa ai cambiamenti, a tagliare i rami secchi, a cambiare casa, città, lavoro, corso di studi. Il cambiamento è l’espressione del fluire della vita, panta rei, non lo si può arrestare ma solo assecondare. Il cambiamento può significare un nuovo inizio e i nuovi inizi sono la parte che preferisco in una storia.

Qual è il messaggio che ti piacerebbe arrivasse ai lettori dalla sua lettura? Penso che la vita sia come un puzzle composto da milioni di tessere, ognuna è una sfumatura che ci riguarda. Soffermarci soltanto su alcune di esse è un grande limite, ci rende ottusi e timorosi, ma soprattutto ci impedisce di vedere il meraviglioso gioco d’insieme. Ciò che voglio dire è che cambiare punto di vista, elevandoci al di sopra di noi stessi, cercando di vedere la nostra esistenza sotto una prospettiva più ampia, talvolta può davvero portarci nuovi e più grandiosi orizzonti.

In conclusione, come si arriva a scoprire la propria Voce personale nella scrittura? La domanda è da un milione di dollari. Non c’è una via da seguire o una tecnica da suggerire. Puoi passare la vita a cercare quel clic benedetto e non raggiungerlo mai. Dipende sempre dalla persona, dal grado di maturità, da quanto è disposto a osare, da quanto per natura riesce a essere originale rispetto agli autori che lo hanno preceduto. Non si possono prevedere i tempi, penso però che se una voce esiste non importa quanto sia annidata nel profondo, prima o poi saprà farsi riconoscere.

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