STORIA, ARCHEOLOGIA, PRODOTTI, ARTIGIANATO, MARE E NATURA: LA PROMOZIONE DEL SULCIS. IN LOMBARDIA, L’EVENTO F.A.S.I. CON I CIRCOLI SARDI DI MAGENTA E MILANO

da sinistra: Antonello Argiolas, Rita Danila Murgia, Bastianino Mossa, Alessandra Zedda, Serafina Mascia, Tonino Mulas

di SERGIO PORTAS

Anche i circoli sardi cominciano a sentire il peso dell’età: cinquant’anni tondi compiono insieme quello di Magenta e quello di Milano. I sardi magentini hanno titolato il loro a Grazia Deledda, i milanesi si definiscono anonimamente centro sociale culturale sardo. Per inciso Grazia Deledda è una delle pochissime figure storiche a cui gli italiani abbiano dedicato una qualche statua (sono solo 148 in tutta la penisola, una vergogna in tempi di mee-too, anch’io) e, vale ricordare, Eleonora d’Arborea, la giudichessa è a Oristano al centro di una piazza importante. Segno inequivoco che i sardi sono, senza saperlo per altro, femministi da una vita.  Al di là delle celie è vero che al vertice dei circoli sardi sparsi per l’Italia non sono rare le donne, e Serafina Mascia è da anni presidentessa della FASI, la federazione. Anche lei è qui oggi a Milano (hotel Klima, quindici piani sul confine con Roserio) insieme a Valter Argiolas, presidente del “Deledda” e a Giovanni Cervo del circolo milanese, che hanno avuto la bella pensata di festeggiare il compleanno del mezzo secolo con una sorta di conferenza: Sapori e Saperi del Sulcis. Delegando la conduzione della serata a Carmina Conte, giornalista di spessore nel proscenio isolano anche essa molto impegnata nel portare avanti le problematiche della parità di genere. Dopo i saluti di circostanza dei tre presidenti ai presenti in sala, un centinaio di mascherati rigorosamente distanziati, Carmina fa partire un video in cui si tenta di comprimere in poco più di un’ora cosa si intenda realmente per il termine “Sulcis”, al di là della situazione territoriale di un generico “sud-ovest” sardo. Cosa invero quasi impossibile se solo ci si dovesse soffermare sui numerosissimi siti archeologici sparsi nel territorio, da sempre abitato da genti nuragiche (la “dea madre” in osso rinvenuta in territorio di Santadi è datata 3500 anni, prima di Cristo), e la reggia di Seruci a Gonnesa, le domus de janas di Montessu (Villaperuccio), le fortezze fenicie di Pani Loriga (sempre a Santadi) e Sant’Antioco che quando lo fondarono nel 770 a.C. loro chiamarono Sulki. A monte Sirai, vicino Carbonia si può ammirare una stratificazione di strutture nuragico-puniche-romane. Ma per chi volesse “andare per antichità” del Sulcis-Iglesiente deve mettere in conto di spendere una buona fetta del tempo libero che ha in saccoccia, anche perché, da queste parti, ogni viaggio “importante” è consigliato fortemente sia svolto “pedicus calcantibus” (mi sono fatto influenzare dall’atmosfera “storica sulcitana”) a piedi quindi, ma di questo vi dirò poi. Ora scorriamo il video che vi dicevo: Antonello Pilloni racconta il miracolo che è riuscito a ottenere negli ultimi cinquanta anni nella direzione della cantina di Santadi, i suoi “Rocca Rubia” e “Terre brune”, da tempo hanno spiccato il volo anche oltre Atlantico, delle 1.700.000 bottiglie che la cantina produce annualmente il 50% è venduto all’estero, non si contano più i premi ottenuti nelle varie annate, le uve cosiddette “scarse” si rivendono a 40 centesimi il chilo, quelle che usano per le loro vinificazioni si pagano anche più di due euro al chilogrammo. Poi mi compare davanti Tarcisio, Agus per tutti, per me è solo Tarcisio: giusto una settantina di anni fa tiravamo i nostri primi calcia a uno scassatissimo pallone nell’oratorio di Don Pinna a Guspini, dove ambedue siamo nati. Qui parla ancora in qualità di presidente del parco geo-minerario, l’incarico gli è stato revocato dal ministro competente qualche settimana fa, cominciando da Carbonia con la storia che la àncora alle sue miniere, la storia della carbo-sulcis che ha supportato l’industria italiana dalla fine degli anni ’30, il discorso di inaugurazione di Mussolini in piazza Roma è ricordato per la sua brevità, appena quindici righe di testo scritto, una vera rarità per un politico che amava intrattenere le folle sino allo sfinimento, delle medesime. Tutto il Sulcis è pieno di miniere dismesse, diroccate, per lo più situate in paesaggi di una bellezza struggente, con le piante selvatiche che si sono riappropriate del territorio che l’uomo ha scavato per secoli. Ma vi sono realtà altre: un’azienda agricola di 250 ettari che hanno messo a coltivo 160.000 piante di mandorlo (immaginate lo spettacolo quando sono in fiore) e 180.000 di ulivo. I cui prodotti, a chilometro sotto-zero, fanno la felicità delle cucine di quattro alberghi a Porto Pino, Sant’Anna Arresi, Carbonia e Sant’Antioco. Lo Chef Manuele Fanutza che è di Nuxis (Ristorante: Da Letizia, era all’Expo milanese per il padiglione Sardegna, dovette far fronte a tremila affamati il giorno dell’inaugurazione si occuperà lui della cena di stasera) nel video parla della sua “fregula cacio ‘e pepe”, a cui aggiunge un tocco di pera selvatica. Della fioritura di funghi spontanei che gli ha ispirato un gelato ai funghi porcini. E Veronica Mele del Muma Hotel di Sant’Antioco, ricavato da un vecchio mattatoio, che lavora con gruppo quasi tutto al femminile, le cui stanze, dio l’abbia in gloria, non hanno la TV. A questo punto Carmina Conte decide che il video possa bastare. Dà la parola a Raimondo Mandis, delegato Slow Food Sardegna, una parlantina che neanche Vanna Marchi prima della galera, giudica la scelta della rinascita delle mandorle sarde altamente strategica, vista l’importanza che hanno nella preparazione di moltissimi dolci, ricche come sono di proteine e di grassi insaturi omega tre e quattro, fortemente consigliati per chi ama confrontarsi in maratone e lunghi viaggi a piedi. Nella sua affabulazione il Sulcis è uno scrigno ricco di tesori, in questa punta sud-ovest della Sardegna esiste di già un sistema pesca che si fonde sul tonno rosso, sulla pesca lagunare e sull’allevamento in peschiere d’acque miste di orate, anguille, muggini, per dodici mesi all’anno. Il tonno che da noi si vende a 22 euro al chilo, nella “catena del valore” che finisce nei ristoranti giapponesi di sushi e sashimi, va alla modica di 200 euro al chilo. L’ospite più illustre della serata, l’assessora del Lavoro della Regione Autonoma della Sardegna, Alessandra Zedda, nel suo intervento si dice convinta che l’etichetta di provincia più povera della regione che il Sulcis si trova cucita addosso sia del tutto impropria. Ben altre sono le emergenze, la crisi industriale di Porto Torres, con la fine della “chimica-verde” anche lo Stato italiano non ci fa una gran figura. Per altri versi riparte l’industria dell’alluminio (gli ecologisti sardi non ne sono entusiasti, il loro allarme è per la discarica a cielo aperto dei residui la lavorazione di bauxite dell’Euralluminia a Portovesme) con la formazione di tutti i 419 operai interessati. Anche con la chiusura del progetto Carbo-sulcis nessuno ha perso il posto di lavoro. Nel Sulcis diventa fondamentale la rete di nuovo turismo “lento”, l’attrattiva che esercita l’attività culturale diffusa, quella che si stanno conquistando le cantine sulcitane nel valorizzare il loro vitigno campione: il Carignano. Inevitabile un accenno all’eterno grave impedimento che risulta dall’irrisolto problema dei trasporti, puntualmente riaccesosi con inesorabile scadenza. Di “turismo esperienziale” parla anche Marco Sulis, responsabile tour operator Galusè, nel 2020 seppur con qualche difficoltà (soprattutto nella ricerca di mano d’opera fuori stagione) un numeroso gruppo di turisti giapponesi, a gennaio, è stato portato in giro “a conoscere gente”, gente che si occupa della raccolta degli ortaggi, gente che li cucina, gente che cura le api, che sforna miele d’asfodelo e di cardo, che vinifica in piccole cantine. E’ stao un successo, che ha generato nuova consapevolezza, di poter ospitare con successo anche fuori stagione. Coi giapponesi che scrivono di voler acquistare “quel tal vino”. Magari dalla piattaforma di e-commerce “Sarda Tellus” di cui ci parla succintamente Salvatore Carbone, un progetto Fasi di valorizzazione di prodotti eno-gastronomici (basta cliccare sul web). Poi tocca a Giampiero Pinna esibirsi in un esercizio di sintesi estrema nel descrivere se non per sommi capi il suo “Cammino minerario di santa Barbara”. Un successo clamoroso, ne fanno fede le copie della seconda ristampa della seconda edizione della guida. Tre copie in tre lingue diverse a Serafina Maxia. Due a Cervo e Argiolas. Che dire del Cammino. Io ovviamente lo inizio al contrario: da Guspini verso Montevecchio, la miniera dove nonno Cherchi ( tziu Crecchi, su cabisusesu di Dualchi) rimase sotto una frana e ne ebbe la gamba ferita per sempre, poi giù per andare a Piscinas, passato Arbus, anziché svoltare a destra verso il mare si prendono i cartelli per Flumini, si doppia capo Pecora e ti si spalanca tutto il golfo del Leone, Buggerru è subito dopo, Masua e il Pan di Zucchero a mezz’ora di macchina, il mare che è di un blu che ricorda i lapislazzuli che compravi al mercato di Kabul ( era il 1976). E Cala Domestica, Porto Flavia…Il tutto, e lentamente, si può assaporare con gusto fermandosi nelle varie tappe, distanti fra loro non più di una quindicina di chilometri. Il Cammino più bello d’Europa, da un sondaggio fra “camminatori”. Tra terre di miniera dove per secoli i sardi sono stati trattati da schiavi, la “damnatio ad metalla” dei romani padroni del mondo, condanna ai metalli, a scavarli da sotto la terra. Si cammina, dice Giampiero, tra 8 mila anni di storia. Tra vecchie ferrovie e mulattiere, su lastricati nuragici. Attorno al progetto, una volta tanto tutti uniti (tottus in pari) tutti i comuni del territorio e due diocesi. Ora c’è pure una “app” perché non si corra il rischio di perdersi. Con santa Barbara che ti protegge, come ha sempre fatto coi minatori; quanti dei miei parenti minatori a Montevecchio! Donne e ragazze comprese, cantavano salendo da Guspini all’alba, scalze su strade sterrate, sognando un matrimonio con un qualche benestante: un “muttettu” suonava così: “Andendu a traballai (andando a lavorare) / appu agattau unu piccu (ho trovato un piccone)// no dollu minadori/ ( non voglio un minatore)/ ma dollu signuriccu ( ma lo voglio signore)”.

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  1. bellissima giornata. grazie a tutti quelli che hanno lavorato x realizzare questa iniziativa. grazie agli ospiti intervenuti, grazie a Carmina Conte, grazie allo chef Manuele Fanutza, grazie all’Assessorato Zedda x aver voluto partecipare.

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