UN INEDITO DISCORSO CRITICO DEL PROF. MARCELLO VAGLIO SUL CAPOLAVORO “IL GIORNO DEL GIUDIZIO” DEL GRANDE SCRITTORE SARDO SALVATORE SATTA (NUORO 1902-ROMA 1975)

Foto di Francesco Sanna. Bareggio, 13 dicembre 2015. Da sin. Paolo Pulina, Marcello Vaglio, Franco Saddi

di MARCELLO VAGLIO (introduzione di PAOLO PULINA)

Nel pomeriggio di domenica 13 dicembre 2015, a Bareggio (Milano), presso la sede sociale, l’Associazione di promozione sociale, culturale e ricreativa “Amedeo Nazzari” e Amici della Sardegna di Bareggio e Cornaredo, presieduta da Franco Saddi, organizzò la diciannovesima manifestazione di Cultura e di Solidarietà (quest’ultima promossa a favore di soggetti affetti da disabilità, di nuclei familiari disagiati e di benemerite organizzazioni di volontariato).

Prima della consegna dei contributi di solidarietà, i presenti poterono seguire una dotta, magistrale lezione del professor Marcello Vaglio (nato e residente a Chiavari ma innamorato della  Sardegna  sia per i fondali  del suo mare – è stato campione subacqueo a livello nazionale – sia perché  nelle scuole dell’isola è stato diverse volte commissario agli esami di maturità) sul  capolavoro letterario “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta, nella ricorrenza del quarantesimo anniversario della morte del grande scrittore sardo (Nuoro 1902-Roma 1975).

Dopo diverse mie insistenze, il prof. Vaglio si è lasciato convincere a rivedere la trascrizione del suo intervento a Bareggio, che era stato registrato, e a consentirne la pubblicazione. Peraltro, ci stiamo avvicinando al 120° anniversario della nascita di Salvatore Satta, che ricorre nel 2022, e il testo del prof. Vaglio può essere un incentivo per leggere o rileggere un classico imperdibile come “Il giorno del giudizio”.

Ecco il curriculum del prof. Marcello Vaglio.

-Nato a Chiavari (Genova) il 27 maggio 1940.

-Studi classici nel Liceo classico “Federico Delpino” di Chiavari (Genova).

-Laureato in Lettere Moderne nell’Università di Genova, giugno 1964, con una tesi di storia medioevale sugli statuti comunali di S. Stefano d’Àveto (Genova), relatore il prof. Geo Pistarino, insigne medioevalista formatosi alla scuola del prof. Giorgio Falco.

– Docente di ruolo di Lettere per 40 anni in Istituti Medi Superiori.

– Rimasto in relazione di amicizia con i docenti Camillo Guerrieri Crocetti (filologo romanzo) e Francesco Della Corte (latinista).

– In seguito si perfeziona in Glottologia sotto Emidio De Felice; in Lingua e Letteratura Ispanofona  sotto Camillo Guerrieri Crocetti.

– Nel 1982 pubblica il volume di imitazioni, caricature, parodie poetiche “Poeti al Vaglio”, per l’editore Renzo Tolozzi, grande cerimoniere del Premio “Bancarella”.

– Ha collaborato con la rivista di critica letteraria “I Limoni” dalla fondazione con l’editore Caramànica di Marina di Minturno (Latina).

– È stato consulente editoriale di diverse case editrici.

Paolo Pulina

***

1) Devo a Paolo Pulina l’avermi segnalato la Prefazione di George Steiner a “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta nella edizione Ilisso 1999.

Fin dal titolo (“Un millennio di solitudine”) si può agevolmente arguire che Steiner ha scandagliato in profondità il capolavoro sattiano e ne dà puntualmente conto e prova nella detta Prefazione.

A me pare cosa dovuta annotare che fin dal titolo si ricava un’indicazione utile per una lettura ragionata de “Il giorno del giudizio”. Non è chi non veda che il puro e semplice vocabolo “solitudine” ci rimanda a Grazia Deledda. Ebbene: neppure Satta si può sottrarre alla suggestione dell’opera deleddiana, puntualmente richiamata nel corso della narrazione. Ma non mi pare che alcuna parola abbia carica neutra nell’intera Prefazione steineriana, come del resto non si riscontrano vocaboli neutri nel testo di Satta: ogni minimo passo, ogni minima scelta lessicale rinvia a un senso, o meglio a più sensi, nei quali si riflette, più che la rappresentazione di ciò che è stato (per Satta di ciò che è per sempre), la rappresentazione di ciò che doveva essere.

La Prefazione, dunque, è ben aderente e, in qualche modo, in sintonia con i caratteri più connaturati all’opera prefata: con lo spirito profondo e vitale che permea e anima di sé l’opera intera.

La scelta operata dal prefatore di alcuni brani è pura e fisiologica conseguenza della lettura che egli dà del romanzo. Ed è altrettanto evidente che Steiner vuole proporre al lettore la propria interpretazione, guidandolo con i brani citati come attraverso una serie di stazioni atte a scandire un percorso inevitabile e, in qualche modo, fatale. Fatalità che mi pare di percepire altresì nel racconto che Steiner fa del proprio graduale avvicinamento alla città di Nùoro e, attraverso questa, all’anima (e all’animus) di Salvatore Satta.

Mi pare giusto avvertire che, seguendo il percorso di Steiner, lasciandomi condurre dalle sue intuizioni che si traducono in una vera e propria guida alla lettura, mi sono reso conto di quanto sia necessario leggere “Il giorno del giudizio” secondo i cànoni, per quanto intesi elasticamente, della critica comparata. Tanto più che Salvatore Satta era uomo di molte e profonde e accanite e meditate letture: e si vede.

Si vede, voglio dire, in trasparenza, o, se si preferisce, in una sorta di visione radioscopica. In più di un passo del libro a me pare di cogliere addirittura un’intenzione (più o meno segreta, ma nemmeno troppo) di confrontarsi con alcuni scrittori contemporanei, e non certo dei meno grandi.

2) Avendo ripreso dunque, per esplicito suggerimento di Paolo Pulina e con la scorta di George Steiner, la lettura del capolavoro sattiano, mi pare doveroso proporne una sorta di itinerario per citazioni (brevi quanto possibile) che mi persuadono come scansione di quel ritmo narrativo che fa della prosa di Satta, a mio umile vedere, una vera e propria prosa d’arte. E pazienza se il lettore mi dovrà perdonare se cado in una evidente tautologia: col ribadire che dell’arte sattiana è segno più che visibile (in quanto valore musicale) il ritmo.

Qui vorrei fare una brevissima sosta, per una ancora più breve riflessione. La letteratura italiana, anche fermandoci al solo Novecento, ha avuto un numero esorbitante di scrittori che, con intenzione più o meno consapevole e più o meno dichiarata, fecero, o vollero fare, prosa d’arte. Pochi, però, ci riuscirono. Molti, in compenso (se così si potesse dire) riuscirono ad annoiare, spesso in modo mortale, lo sventurato che rispose all’appello alla lettura.

Ne “Il giorno del giudizio” – e mi sento di affermarlo in modo perentorio –, la noia è bandita: tale è la presa che Satta fa sulle parole e, tramite le parole, sulle cose, sugli avvenimenti e sulle psicologie umane che gli avvenimenti rivelano, così che ogni lettore dotato di un minimo d’intelligenza, sensibilità e umanità, è catturato e coinvolto fino alla partecipazione commotiva più intensa che soltanto i grandi capolavori riescono a suscitare e a nutrire.

Per quanto riguarda le prime 100 pagine (delle poco più di 250 de “Il giorno del giudizio” nell’edizione Ilisso 1999) mi pare che le indicazioni di George Steiner bastino. Ma da pagina 101 mi sento di sostituirmi a lui (tanto nomini!) con alcuni miei umili suggerimenti. Forse, in qualche caso, più che sostituirmi, può accadere che mi sovrapponga con una mia personale lettura.

Salvatore Satta è scrittore presente a sé stesso e al proprio scrivere e al farsi della propria scrittura: «Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della mia gente. Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. Parole di preghiera o d’ira sibilano col vento tra i cespugli di timo. Una corona di ferro dondola su una croce disfatta. E forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria». (Pagina 101)

È l’explicit del cap. VII, e rappresenta, con evidenza non contestabile, il senso e il significato profondo dell’intero libro (del quale, peraltro, contiene il titolo stesso).

Quella che si conclude nel capoverso qui citato, è la scena dello scrittore che è ritornato nel cimitero di Nùoro. Siamo di fronte alla classica meditazione sulla morte. Uno dei più noti e frequenti loci della letteratura, per il quale un comparatista come George Steiner potrebbe citare esempi più o meno illustri a centinaia. Ma la posizione in cui si colloca Salvatore Satta è tutta sua, unica e irripetibile: è quella del narratore onnisciente, questo sì, ma non del narratore onnipotente. Conosce e ricorda tutto di tutti, ma non può modificare ciò che è stato, e che, nel suo essere stato, anzi, esserci stato, è per sempre ed è per sempre vero. Verità della vita consacrata dalla verità dell’arte: le parole sono pietre, e non è una semplice metafora, qui c’è un di più, che soltanto chi abbia capacità critiche vere e reali è in grado di comprendere e apprezzare nel giusto valore.

Se collocate in questa giusta luce, che ci pare di aver acceso almeno quanto basta, tutte le pagine più pregnanti della narrazione susseguente ci diranno il loro essenziale.

La lunga lotta, l’odio insanabile che sembra assorbire e consumare interamente l’energia vitale di un sacerdote nuorese (prete Porcu), anzi la sua stessa vita, si conclude con un’uscita di scena da grande teatro (il teatro della vita, appunto): «Quando si sentì vicino a morire, una mattina si alzò, si vestì come poté, e poi trascinando le gambe si mise in viaggio verso Santa Maria, per la lunghissima salita, attraverso il Corso lastricato. Seguìto dalla curiosità della gente, un passo dopo l’altro arrivò alla cattedrale. Voleva gridare a Dio, là nella sua sede, l’ultima preghiera. Si inginocchiò davanti all’altare maggiore, e nel silenzio risuonò la sua voce stanca: “Signore, vedete come sono vecchio e malato. Prendetemi con voi. Io non posso più nemmeno dirvi la Messa, perché non mi reggo in piedi. Signore, prendetemi con voi. E per il bene della chiesa, prendetevi anche l’arciprete. Così tutto sarà pace.”»  (Pagina 138)

Questo era l’explicit del cap. IX. Nell’incipit del cap. X sono riassunti due episodi che vedono protagonista il notaio Sebastiano Sanna Carboni (ma nel romanzo è quasi sempre indicato semplicemente come Don Sebastiano, spagnolescamente).

Nel primo il notaio, per uno scrupolo di coscienza, tenta di dissuadere i genitori di una ventenne dal “venderla” dandola in moglie a un vecchio quasi ottantenne. La risposta dei due sembra un colpo di leppa: «Lei faccia il suo dovere!»

Nell’altro episodio, non molto dissimile, il notaio potrebbe salvare dalla miseria una povera donna che è stata sfruttata in modo disumano. Ma la forma nella legge è tutto, e la forma, o il formalismo del diritto, non permette quello che Salvatore Satta medesimo definisce «un piccolo falso». Ma consideriamo, in tutta la sua forza, l’espressione dell’autore, con l’andamento sentenzioso e prosciugato che fa dello strumento (la lingua) non un mezzo quanto uno stile: «Ed egli non se l’era sentita di dichiarare un piccolo falso, che pure avrebbe salvato dalla miseria quella donna. Non era un uomo crudele, è la vita che è crudele, e il diritto esprime tutta la crudeltà della vita». Potremmo proseguire questa galleria con decine, forse centinaia di exempla: un lavoro alla Jorge Luis Borges, come si comprende facilmente. Come riscrivere “Il giorno del giudizio”, evidentemente.

Non mi pare il caso. Se non c’è pagina che non contribuisca a rafforzare, a nutrire, a costruire la materia di cui è fatto questo libro, a me pare che l’arte che lo rende non dirò così raro ma – dico e riaffermo – così unico, consista soprattutto nella scrittura, essa sì unica in modo vero e reale. I critici del mondo greco-romano si vantavano di saper riassumere il valore di uno scrittore in una breve formula; ebbene, se si chiede  a me di racchiudere in una sintesi il giudizio di valore relativo a “Il giorno del giudizio”,  ruberei un titolo al critico Carlo Bo: letteratura come vita.

Marcello Vaglio

5 risposte a “UN INEDITO DISCORSO CRITICO DEL PROF. MARCELLO VAGLIO SUL CAPOLAVORO “IL GIORNO DEL GIUDIZIO” DEL GRANDE SCRITTORE SARDO SALVATORE SATTA (NUORO 1902-ROMA 1975)”

  1. Breve il mio commento alla recensione/ interpretazione/ riflessione su temi e scrittura: il testo di M. Vaglio si legge d’ un fiato ma poi l’ eco e la suggestione del suo scritto dura a lungo. E via via si espande per creando nuove illuminanti curiosita’ e ansie di approfonfimenti. Soprattutto invita a correre subito a rileggersi il capolavoro di Satta.

  2. Uno dei maggiori romanzi europei, oserei dire, e solo una ristretta minoranza lo conosce: il narratore non serviva, politicamente, a nessuno; inoltre non fece sconti alla sua isola, alla gente sarda in fondo amata, alla sua stessa famiglia…La grande arte però andrebbe sempre valorizzata anche a prescindere dai contesti esteriori. Nel romanzo comunque la critica severa si accompagna all’amore: a un amore profondo, sofferto verso l’umanità.

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