L’EDITTO DELLE CHIUDENDE DEL 1820: UNA PAGINA DI CONFLITTUALITA’ NELLA STORIA SARDA

“Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare “questo è mio”, e trovò altri cosí ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile… Quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avrebbe gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!”.   [dal Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini, Jean-Jacque Rousseau 1755]

La dominazione piemontese in Sardegna ha inizio nel 1720 ed esattamente un secolo dopo, nel 1820, viene emanato l’editto delle chiudende. Con questo decreto si consentì la creazione della proprietà privata e venne del tutto cancellato il regime della proprietà collettiva dei terreni, che era stata una delle principali caratteristiche della cultura e dell’economia sarda fin dal tempo dei nuragici per poi essere sempre successivamente confermato nella legislazione dell’isola. Questa imposizione dall’esterno di valori culturali portati dai piemontesi, considerati invasori, con le evidenti conseguenze anche economiche per una popolazione che faceva dell’agricoltura comune e della pastorizia su terreni comuni la sua fonte di vita, contribuì in modo determinante a un ulteriore aggravarsi del fenomeno della ribellione e di conseguenza del cosiddetto banditismo sardo.

Da sottolineare inoltre che tale fatto alimentò dissidi tra i pastori e i contadini. I privati venivano infatti autorizzati a recingere i terreni e diventarne proprietari assoluti, impedendo nel contempo l’accesso alle greggi che, in tal modo, venivano private di non pochi pascoli. In realtà l’editto, se per un verso danneggiava i pastori, per altro verso non favoriva certo quei contadini che erano solo prestatori d’opera.

Lo stesso documento, infatti, autorizzava i comuni a vendere o cedere gratuitamente i propri terreni, per cui a trarne vantaggio, grazie anche a non pochi abusi, furono solo coloro che già erano proprietari terrieri e, quindi, avevano i mezzi per acquistarne altri o le aderenze necessarie per ottenerne gratis.

“L’editto delle chiudende si inserisce in un progetto politico atto a scindere il cordone secolare che, alle soglie dell’era industriale, ancorava la Sardegna al Medioevo e porre le basi per la creazione di una classe di piccoli e medi proprietari terrieri condizione indispensabile per dare impulso a un’agricoltura moderna capace di innescare, a sua volta, uno sviluppo commerciale e industriale nell’isola.  Se il fine fù lodevole, non altrettanto lo fù l’applicazione pratica della norma, che ebbe effetti devastanti in molte campagne. Le concessioni di terreno da destinare a coltivazioni specializzate, oliveti, vigne, cereali, o a pascolo, dovevano essere di superficie limitata, e venivano accordate con la clausola che fossero lasciate libere alcune aree di uso comune: la strada per il passaggio del bestiame rude, quella per il passaggio del bestiame domestico e dei carri, il pubblico abbeveratoio e la vicina fonte perenne. In realtà poi le cose andarono diversamente e si verificarono tanti abusi: furono recintate anche superfici considerevoli, con o senza l’autorizzazione prescritta, inglobati abbeveratoi e strade, sottratti all’uso comunitario preziosi pascoli ghiandiferi, e ciò finì per generare molti disordini tra la popolazione rurale povera e già esasperata dalle angherie baronali. […]

I prinzipales, i notabili dei singoli villaggi, le persone benestanti «..le quali ad altro non pensano che a chiudere terreni per usurparne dalla Comunità e far necessitare l’abbeveraggio del bestiame nei fiumi, con il qual mezzo nell’invernale stagione e nella primavera si fanno pagare a caro prezzo dai pastori il pascolo» approfittarono dell’Editto per impadronirsi di vaste terre d’uso comune e questo sfociò in disordini, devastazioni ed incendi, molti dei quali riguardarono aree boscate. Queste privatizzazioni incisero sulla disponibilità – se non a prezzi esosi – dei pascoli, ed anche delle ghiande occorrenti per l’allevamento dei maiali domestici e determinarono, in qualche caso, una riduzione di due terzi del loro numero. L’esasperazione delle popolazioni portò alle prime demolizioni delle chiudende erette subito dopo l’Editto, sia a Bono che a Pattada. Ma il fenomeno continuò per anni e si acuì nel 1832, anno in cui assunse particolare rilevanza e interessò l’ordine pubblico. Vi furono, come si è accennato, diversi devastanti incendi: a Pattada, per esempio, «..che si estese in territorio di Ozieri e vi cagionò il danno di scudi tremila», e a Benetutti: «..Ma l’incendio più grave si è quello che si appicciò nel territorio di Benetutti nel giorno stesso in cui era stato pubblicato il Pregone e che dopo sei giorni e sei notti non erasi ancora riusciti a spegnerlo» e, secondo un’altra testimonianza: L’incendio distrusse prati e vigne e poi avanzò verso il villaggio di Benetutti «..che per miracolo non s’introdusse dentro». E «Lo stesso fuoco è andato serpeggiando nei successivi giorni in quei salti e continuò a devastare un gran numero di tanche e una vasta estensione di ghiandifero».

In una nota del 29.9.1832 (ASC, Segr. Di Stato, serie II, V.1618) il Maggiore Cottalorda, comandante dei Carabinieri Reali, fece il punto della situazione, riferendo come a Fonni, villaggio che «partorisce uomini non ad altro dati se non al maleficio, alla rapina e ai delitti», gli abitanti «..non contenti di devastare i chiusi vi appiccarono pure il fuoco».

In un rapporto del settembre 1832, si dettagliarono alcuni altri incendi verificatisi in quel mese:

– la notte del 5, a Fonni, fu incendiata la tanca dello speziale Loi;

– la notte dell’8 in Fonni appiccarono il fuoco al chiuso di Giovanni Marrocu e demolirono la tanca di Antonio Angheleddu;

– il 1° di settembre si verificarono molti incendi nelle campagne di Ozieri, Pattada, Buddusò, Bantine e Nughedu, con distruzione di tanche, vigne, pascoli comunali e molti ghiandiferi;

– la sera del 2, nel territorio di Benetutti, si svilupparono diversi incendi che invasero le campagne di Bono, Nuoro ed Orani, provocando ingenti danni;

– la mattina del 6 scoppiò un incendio nel territorio di Bono. Gli incendi e le demolizioni furono particolarmente concentrati nella provincia di Nuoro, ma non si limitarono a quella provincia:

– a Guspini il 5 settembre venne appiccato un incendio a un ghiandifero e furono distrutti 450 alberi;

– ad Arbus «furono gl’incendi in quest’anno scandalosissimi.»;

– a Pula, in data 6 settembre un gravissimo incendio distrusse ulivi, peri, olivastri, «..15 e più mila fascine e tante altre macchie».

Per inciso, a seguito dei disordini, furono emesse diverse sentenze di condanne, dalla pena di morte, comminata a Giampaolo Mattu della quadriglia di Olzai, all’esilio in altre contrade dell’isola: a Carloforte, a Castelsardo, a Tempio e a Iglesias, cui soggiacquero diversi sacerdoti.”  

[Articolo tratto dal volume “Tra cronaca e storia le vicende del patrimonio boschivo della Sardegna” – pubblicato nel 2000, il volume conta 432 pagine con 85 illustrazioni, formato 21×28,5]

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