PITANU, PITANU! SEBASTIANO MORETTI, PARLA E SCRIVE IN SARDO CONOSCENDONE STORIA E TRADIZIONI

Sebastiano Moretti

di MATTEO PORRU

È il 3 giugno del 1868 e la fila di uomini chini con i sacchi in spalla sa già che il mulino della famiglia Moretti a Tresnuraghes sarà fermo anche oggi. I campi di spighe sono ancora tutti nudi, la carestia li ha spogliati in fretta e dura da mesi, più di dieci. E da più di dieci mesi trovare grano, più che difficile, è pura fortuna. Ma prova ad andarci comunque, quella gente, che magari alla fine succede qualcosa. E succede sì. Perchè, quando arrivano, scoprono che donna Marchesa ha partorito, che è un maschietto, che si chiama Sebastiano. E non c’è grano, ma c’è festa. Non che nei mesi dopo ne arrivi tanto, ma basta per riprendere il lavoro e uno stile di vita più sereno. Sebastiano cresce nei campi, fra le spighe. E quando gli urlano Pitanu, Pitanu! lui sorride e torna a casa. 

Suo padre, Antonio, conserva i soldi per garantirgli l’istruzione migliore disponibile e l’istruzione migliore disponibile è il seminario di Bosa, che negli ultimi anni ha cambiato aria e che la cultura, oltre a formarla, la fa. Greca, latina e sarda. Si insegnano filosofia, grammatica, poesia. Tre arti che il nuovo vescovo, Eugenio Cano, ama molto. E fa amare. Gli studenti organizzano gare su gare, per dimostrare ai compagni e a sua eminenza di sapere tutta le tecniche di composizione e tutte le metriche in uso. Improvvisano sul momento, senza schemi. Ma che si tratti di canzoni, di poemetti in ottave, di sonetti, di odi o di undighine, arriva primo sempre lo stesso ragazzo con la faccia tonda e buona che si chiama Sebastiano Moretti, ma per tutti è Pitanu. Il sardo lo parla, gli piace, lo usa per scrivere. Ne conosce la storia, le tradizioni. Le difende tutte, ma a ogni novità o possibile contaminazione, lui è uno dei pochi, anzi dei pochissimi, ad aprirsi.

Da quando esce dalle aule di Bosa, ed è un ragazzo di diciassette anni che già risponde a polemiche poetiche, la sua produzione non si ferma mai. Moretti porta avanti due ricerche, una tematica, l’altra stilistica. Nella prima, cerca di comporre dei versi su qualunque argomento, serio o dissacrante, religioso o politico, contemporaneo o passato. Spazia dalle scene della campagna in cui è cresciuto, come in Pacificu sempre et cuntentone, ai modelli storici del suo tempo, come in Salve, o Eleonora d’Arborea. Nella seconda, la più interessante, rende sempre più complesse e difficili le metriche che utilizza, arrivando a due vette di difficoltà estrema, quasi insuperabili: i trintases, trentasei versi incastonati con precisione chirurgica in uno schema straordinario e difficilissimo, e sa moda, che è avanguardia pura, quasi metafisica. Saranno questi i due grandi assi nella manica nelle gare di poesia estemporanea che farà negli anni, in giro per la Sardegna, senza rivali. E pubblica il suo primo libretto, Su parnasu sardu.

Passano gli anni e Pitanu inizia a tendere a un anticonformismo sentito, appassionato, che da fuori è amato e apprezzato, ma a Tresnuraghes molto, molto meno. Le posizioni di Moretti non sono leggere: è anticlericale, antitrasformista, contrario alla politica del suo tempo e del suo paese. L’aria è talmente tesa che è lui a decidere di andare via. Per vent’anni. A Iglesias, dove avrà l’amore di Mariantonia Sanna e un figlio ma non la felicità: il matrimonio dura pochi anni. E tutto il suo rancore lo mette in versi in Astuzia e ingannos de sa femina delittuosa. Ma a Iglesias, per vivere e guadagnare, va in miniera. E in miniera conosce la durissima realtà di quel lavoro buio e sfinente. E non la mette solo in poesia in Su gridu de su minadore, ma si unisce alla battaglia socialista per avere più diritti e più tutele per sè e per i suoi compagni.

La sua opera più completa la scrive a cinquantadue anni: A onore e gloria imperitura de sos eroes sardos, un poemetto di un centinaio di ottave che ripercorre la storia sarda da Amsicora ai Savoia, sull’onda del sardismo portato in auge dalla Brigata Sassari ma che lui, nel suo cuore e nelle sue idee, aveva sempre avuto. Poi, torna a casa. Tresnuraghes gli manca troppo. Lì, e in tanti altri centri di cultura, è un mostro sacro di esperienza e di tecnica, stravince tutte le gare poetiche. Scrive mode su mode e pubblica alcuni versi nella “Rassegna poetica dialettale”. È un’icona, un’istituzione.

La sua morte, nel ’32, sconvolge tutti. Sebastiano lascia un vuoto enorme nella cultura e nella vita del paese. Ma Tiu Pitanu non è morto mai. Cammina ancora fra le piazze, per le strade. E se si sente, anche lontano qualcuno che lo chiama “Pitanu! Pitanu!”, lui sorride. E torna a casa.

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