DONNE E BAMBINE NELLE MINIERE SARDE: IRIDE PEIS CONCAS, UN LIBRO DI MEMORIE, RACCONTI, POESIE E DOCUMENTI D’EPOCA

Iride Peis Concas

di GRAZIELLA MASSI

“Un omaggio a tutte le donne che hanno lottato per i loro diritti con l’augurio che il terzo millennio veda scomparire i soprusi che ancora patiscono”.

Iride Peis Concas scrive questa dedica nel suo libro “Donne e bambine nella miniera di Montevecchio”. Non si tratta solo di un libro ma di un tesoro di memorie, racconti, poesie, documenti d’epoca (siamo a fine ‘800) e tante fotografie coeve.

La scrittrice ha insegnato nella scuola del villaggio minerario di Montevecchio per 35 anni sviluppando conoscenze sul duro lavoro del sottosuolo e amando nel profondo la gente con cui condivideva gioie e dolori. Ha sposato il medico della miniera, arricchendo così le sue esperienze con quelle del marito. Nasce a Guspini nel 1940 dove attualmente ancora risiede.

Nel suo libro, un piccolo scrigno di memorie, c’è una storia dimenticata “perché ad averla patita era quella metà del cielo che stava nell’ombra”, ci rivela Iride. Riguarda un triste episodio avvenuto alla fine dell’’800 nella miniera di Montevecchio, nei comuni di Guspini e Arbus, nel sud-ovest della Sardegna in provincia di Cagliari, a 352 metri sul livello del mare.

Da indagini del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio risulta che nell’industria mineraria sarda, nel decennio 1870/1880 sono al lavoro 1000 donne, di cui 248 sotto i 15 anni. “Miniera”, sostantivo femminile in un mondo che solo in apparenza apparteneva al cosmo maschile. La presenza delle donne nelle miniere sarde nel periodo che va dalla metà dell’’800 al 1940 è rilevante e frutta ricchi guadagni alle società minerarie; ma le donne in miniera rimangono nell’ombra nonostante non poche vi abbiano perso la vita.

Così come nelle navi, si ritiene che non possano esserci né donne né preti in miniera. Tuttavia ci lavorano molte donne: cernono (separano a mano il materiale ricco da quello sterile), bardellano (caricano il materiale scelto su speciali contenitori in legno a quattro manici chiamati bardelle), vagonano (spingono i vagoni appena usciti dalle gallerie, spaccano, grigliano (passano il minerale per eliminare i pezzi più grossi) e insaccano (riempiono sacchi di iuta di materiale ricco). Mano d’opera richiestissima, perché le donne, le ragazze e perfino le bambine, sono più pazienti, più diligenti degli uomini e grazie al loro lavoro sottopagato si ottiene un prodotto migliore ad un costo davvero conveniente per la società estrattrice.

Le donne allora posano in casa i setacci che usano per passare la farina o i cereali e vanno in miniera a “purgare” il minerale con i crivelli portando i loro saperi e le loro capacità, faticando come un maschio e guadagnando meno della metà.

Il “padrone” non sottovaluta il fatto che le donne in miniera possano causare qualche inconveniente. La promiscuità, duramente criticata anche dai paesani, può risultare pericolosa ma supera questo problema con una severità ferrea, un regolamento d’acciaio e continue punizioni.

E’ un popolo di donne di tutte le età con un bisogno disperato di lavorare per mangiare. Ad affiancare queste donne coraggiose nel duro lavoro della miniera, ci sono le bambine che troppo presto conoscono la fatica del vivere per un pezzo di pane nero. Pane amaro, sudato con grandi sacrifici: dieci, dodici ore al giorno di assiduo lavoro, interrotto solo dall’ora “de sa barrilocca” per riposarsi brevemente, per togliersi dagli sguardi accaniti dei sorveglianti, respirare senza essere controllate e, se c’è, mangiare un boccone.

E’ il pomeriggio del 4 maggio 1871. Al cantiere di Azuni della miniera di Montevecchio un gruppo di donne e di bambine camminano verso un capannone-dormitorio messo a disposizione dalla società per chi non può tornare a casa. Arbus e Guspini sono i paesi più vicini, da raggiungere a piedi. Un cammino di un’ora, un’ora e mezza per arrivare in famiglia, troppo lungo dopo aver spaccato e insaccato pietre sin dall’alba e come al solito in rigoroso silenzio. 

Il “caporale” non tollera chiacchiere che vengono punite decurtando l’intera paga di una giornata. Un ricatto insopportabile per chi lavora per sopravvivere. Sono donne disperate, vedove di minatori, con troppi figli da mantenere lasciati soli a casa ad accudirsi, bambine la cui infanzia termina quando si è in grado di obbedire agli ordini del “caposervizio”.

Chi rimane ha a disposizione un pagliericcio in una baracca sovraffollata, umida, squallida con solo un piccolo focolare. Notti travagliate, piene di incubi e risvegli bruschi. Bambine di 10/11 anni affidate a zie o conoscenti che tremano, tossiscono, piangono e invocano la mamma. Coperte lise, sporche e pochi indumenti che vengono lasciati addosso anche la notte per ripararsi dal freddo.

Una minestra preparata in fretta, ma con amore, da una “zia” pietosa con pochi cereali ben nascosti in tasca; generosità, solidarietà, compassione ed affetto trovano il loro spazio in questa umanità varia per età, per bisogni, per desideri e per sogni: le bambine e le ragazze provano anche a sognare, magari un mondo migliore, perché sognare è un diritto sacrosanto che nessuno può rubare.

Sono 30 le donne e le bambine che quel pomeriggio di maggio fanno ritorno alla baracca. Dal rapporto del Sottoprefetto di Iglesias Rominelli leggiamo “Soprastante al dormitorio fu di recente formato un serbatoio di 80 metri cubi d’acqua per la vicina Laveria. Non appena entrate le donne, il muro laterale del serbatoio fu rotto dalla mole dell’acqua e si rovesciò sul prossimo muro del dormitorio facendolo cadere dalla parte interna, causa pure immediata del precipitar del tetto sulle misere femmine che in numero di undici vi trovarono la morte istantanea”. La più anziana, Rosa aveva 50 anni, le più giovani, Caterina ed Elena 10 e Anna 11.

Dalla Perizia Giudiziale eseguita sul posto – continua il rapporto del Sottoprefetto – non risulterebbe colpa né imprevidenza in carico di chicchessia”. L’inchiesta di fatto si conclude con la piena assoluzione dei dirigenti. Al “fato” è data la responsabilità dell’incidente. Nessuna legge, fino agli inizi del secolo scorso, tutela i diritti delle lavoratrici e ne protegge l’incolumità.

“Le miniere sarde sono quasi tutte chiuse, le vene metallifere sono esaurite, ma non la memoria che dobbiamo salvaguardare e tramandare perché non si perda un patrimonio che ci appartiene e a cui dobbiamo attingere per affrontare il futuro. Il mondo della miniera che ha prodotto ricchezza e progresso, ma soprattutto infinite storie di donne, uomini, bambine e bambini che vi hanno lavorato, venga conosciuto e valorizzato e sia motivo di orgoglio e identità”. Questo l’invito di Iride Peis Concas ai sardi.

“Non dimenticateci… anche noi abbiamo fatto la storia il nostro contributo di fatica e di sofferenza di sacrificio e di coraggio di solidarietà e di amore ha dato al duro lavoro di miniera > un volto di dignità che solo noi donne sappiamo portare ovunque”. (Le Cernitrici, Iride Peis Concas).

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