L’APPUNTAMENTO CON IL DESTINO: MAURIZIO ZEDDA, STORIA DI EMIGRAZIONE, DI DIFFICOLTA’ E DI RINASCITA

Maurizio Zedda

di STEFANIA CUCCU

È possibile ricominciare a vivere quando tutto sembra crollare?

È una domanda che probabilmente in molti si sono posti sperando di non dover mai dare una risposta.

Ma in molti casi una risposta è doveroso trovarla…

Maurizio Zedda nasce a Gesturi, in Sardegna, nel 1977, penultimo di dieci figli. Famiglia numerosa, umile e onesta dai sani valori umani.

La sua storia, la storia della sua famiglia, è una storia di emigrazione, quella di tanti che una volta raggiunta l’età della adolescenza vanno via dal paese in cerca di lavoro, e in questo caso, anche dalla propria regione: la Sardegna. Il pioniere della famiglia è Franco che veste i panni del “padre di famiglia”; partito giovanissimo, apre una attività di ristorazione a Bergamo e avvia al lavoro tutti i suoi fratelli. A turno partono dal paese, imparano il mestiere e aprono i loro ristoranti – pizzerie nel bergamasco dove oggi hanno famiglia e sono stimati e apprezzati da tutti, sia nel campo lavorativo che in quello strettamente umano.

Maurizio lascia la Sardegna all’età di 16 anni e lavora dapprima nel ristorante del fratello, poi sceglie di cambiare lavoro, in un periodo in cui in Lombardia era più semplice sperimentare nuovi percorsi. Si dedica all’edilizia per alcuni anni poi ritorna nella ristorazione e diventa titolare di una pizzeria da asporto. In questi anni conosce Stefania, una ragazza di Brescia con la quale inizia un percorso di vita insieme.

La sua allegria e la passione per le moto lo accompagnano da sempre; una passione che nel 2004, lo costringe a stravolgere la sua vita e tutte le certezze costruite faticosamente sino a quel momento.

Quel fatidico giorno Maurizio ha appuntamento col destino; esce di casa, le chiavi della macchina in mano… “Ma no, voglio prendere la moto!…” Rientra a casa e prende le chiavi, accende il motore per recarsi al lavoro, si mette in sella e si avvia. Lungo il tragitto, in fase di sorpasso viene urtato da una macchina; un urto non violento, a bassa velocità, ma quanto basta per farlo cadere dalla moto e portarlo a sbattere la testa contro il guardrail. Il trauma è forte e non lascia dubbi ai medici che lo soccorrono; l’elisoccorso lo trasferisce subito in ospedale dove trascorrerà 6 mesi.

Tre interventi, ulcere allo stomaco e piaghe, tante sofferenze e un percorso di riabilitazione di circa due anni. Un percorso che lo vedrà spesso disarmato e scoraggiato difronte alla nuova realtà: la sedia a rotelle.

“Speravo fosse una situazione momentanea… pensavo che sarei riuscito ad alzarmi… ma ho dovuto scontrarmi con la dura realtà. Difficile da accettare, perché la disabilità non è facile e non lo sarà mai, ma questo è: o lo accetti o resti lì a piangere per tutta la vita… e questo non serve.”

E “non è facile” è solo un eufemismo, perché la disabilità non solo “non è facile”, ma non è nemmeno democratica. È un dittatore, decide lei come, dove e quando. Ti costringe a vivere una vita che non avresti mai immaginato e a fare i conti miliardi di volte con i fantasmi del passato e con i pensieri del : “come sarebbe stato se…”.

E i “SE” sono gli amici del “MA” e, insieme, non portano da nessuna parte.

Fanno solo confusione, a meno che non li usiamo insieme per dire a noi stessi: “MA SE invece guardassimo avanti?”.

E così, dopo un lungo percorso di consapevolezza, Maurizio inizia a guardare al futuro. Affronta la gente, i sentimenti di pietà e di curiosità di chi incrocia la sua strada, affronta la disabilità dando alle cose il proprio nome e con il giusto stato emotivo.

“Piano piano ho sbollito il trauma e ho ridato fiducia alla mia vita”.

Nella sua vita lo sport è stato fondamentale in quanto vettore di inclusione sociale, inoltre, grazie alla pratica sportiva ha riacquistato fiducia nelle sue capacità.

“Ci tengo a sottolineare che lo sport mi ha tirato fuori dal problema.”

Lo sport, prima di tutto il tennis, ma poi anche biliardo e poi, immancabile, la moto!

Maurizio inizia così a colorare la sua vita e a colorare anche la vita di chi gli sta accanto: i suoi fratelli e le sue sorelle, ma soprattutto la sua compagna Stefania che gli è stata sempre vicino e con la quale, 8 anni dopo l’incidente, mette al mondo una splendida bambina di nome Martina.

“Oggi non mi do limiti e credo che la vita debba essere goduta fino in fondo e per questo ho provato a fare tutto ciò che generava in me passione, dal continuare a gestire una pizzeria dopo l’incidente, al viaggiare, al mettermi in gioco nel tennis e da circa due anni nel biliardo in carrozzina. È stato il modo in cui mi sono preso cura di me”.

Oggi Maurizio vive a Bergamo, gestisce la pizzeria e si dedica allo sport a livello agonistico tanto da aver partecipato alle gare Nazionali e Internazionali di biliardo “specialità pool” e biliardo “palla 9”, a Castel Volturno il 10 luglio 2021.

“Un tipo di competizione del tutto nuova per me dove oltre alla forza, metto in gioco le  mie paure.  Sono consapevole del fatto che, se fossi stato qui in paese, la mia situazione sarebbe stata molto più difficile, perché qui non ci sono opportunità per chi ha una disabilità.”

Chi affronta la disabilità non è che ha un sacco di vuoti che devono essere colmati che aspettano che qualcuno gli dica quanto è “speciale nonostante tutto”, anzi si tratta di persone che nella maggior parte dei casi hanno chiara la loro situazione e avrebbero bisogno che, chi di dovere, facesse qualcosa per offrire strutture adeguate per il pieno recupero fisico, e psicologico di conseguenza.

Maurizio parla con il sorriso: lui che dopo un periodo buio di circa due anni si è rimesso in gioco e oggi è arrivato a un livello molto alto di autonomia; lui che oggi è capace di dare coraggio anche a chi si trova nelle difficoltà.

Perché la disabilità è come uno scarabocchio in bianco e nero dipinto su una tela, e su quella tela sta alla persona metterci mano. I risultati sono alterni, come in tutte le cose. C’è chi fa il suo onesto dipinto, chi fa dei capolavori; l’importante è non fermarsi a fissare lo scarabocchio. Nulla di giudicabile, ma quello scarabocchio, se lo fissi e basta, rimane quello che è. E nessuna vita, così come nessuna tela, merita che rimanga impresso uno scarabocchio.

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