LA TERRA E’ AMICA: INTERVISTA AL GIOVANISSIMO CLAUDIO CARIA DI SAN VERO MILIS

Claudio Caria

di RICCARDO ROSAS

Claudio Caria di San Vero Milis, diciotto anni, sta preparando l’esame di maturità in un liceo oristanese. In futuro vorrebbe lavorare la terra nell’azienda di famiglia. Nel frattempo, quando è possibile, aiuta già il padre e lo zio.

Descrivici brevemente l’azienda di famiglia: di che cosa si occupa? «L’azienda è stata creata da mio padre e mio zio negli anni ’90, quando hanno iniziato a costruire i primi locali. Nel tempo ci siamo espansi ed evoluti grazie anche alle nuove tecnologie. L’azienda si occupa di produrre latte da ovini. Siamo soci della CAO formaggi dall’inizio dell’attività. Mio padre e mio zio però non si sono mai concentrati solo sull’allevamento e il latte. Per cercare di essere autosufficienti sul foraggio e i concimi, coltiviamo erba medica, orzo, avena, ecc. Tra l’altro, anche dal punto di vista tecnologico, le aziende si evolvono: per esempio, la classificazione dei fogli rosa, cioè dei certificati per il trasporto e macellazione del bestiame, è ormai digitale».

Al momento qual è il tuo ruolo? «Non ho un incarico specifico: devo conciliare il tutto agli impegni scolastici. Ma appena ho un momento libero, vado molto volentieri in azienda ad aiutare. Soprattutto d’estate, finita la scuola, ho più tempo da dedicare all’azienda».

Cosa ti spinge a lavorare la terra? «Mio padre mi ha reso sempre partecipe di ciò che facevano. Fin da piccolo mi portava in azienda, trasmettendomi la passione per la campagna e tutto ciò che ruota intorno ad essa. Mi dispiacerebbe abbandonare questo lavoro e andare via. Di sicuro non è da tutti: anche chi ha aziende in famiglia cerca un altro tipo di occupazione. Secondo me, già da qualche anno, il settore agricolo – molto importante per la Sardegna – è sottovalutato. Sembra quasi che per avere un futuro si debba per forza andare fuori dall’Isola. Capisco, però, che non tutti desiderano lavorare in campagna; d’altronde, anch’io non riuscirei mai a vedermi ingegnere, meccanico, ecc». Ognuno segua la sua strada».

Tra poco finirai il liceo: pensi di iscriverti all’università o di iniziare subito a lavorare? «Proseguirò gli studi. Mi affascina il corso di laurea  in Scienze agro-zootecniche dell’Università di Sassari: approfondisce il campo dell’agricoltura vera e propria (i sistemi agricoli, la sostenibilità, ecc.), il settore dell’allevamento e le nuove tecnologie. Oggi penso sia essenziale avere una buona base di conoscenze che non resti “ferma” all’esperienza, base comunque fondamentale in qualsiasi lavoro. Il mestiere dell’imprenditore agricolo non è più esclusivamente legato alla terra: le competenze tecnologiche sono ormai fondamentali. Quando uno ha studiato e compreso come muoversi nel sistema lo si comprende da una semplice chiacchierata».

Quali sono stati i maggiori problemi del settore in questi anni? Penso, ad esempio, alle proteste sul latte. «Il problema principale che ha colpito la categoria è, senza dubbio, il deprezzamento del latte. Nel 2019, quando sono arrivate le proteste, le cifre erano assurde: un litro costava anche meno di 60 centesimi. Il prodotto venduto non copriva il costo di produzione, che si aggira intorno agli 80-90 centesimi/litro. Anche ora, non si è risolto granché, perché il prezzo continua ad essere sugli 80 centesimi, più ragionevole rispetto a prima, ma comunque molto basso. In generale, penso che la Regione Sardegna dovrebbe interessarsi di più a questo settore, che è trainante per l’Isola. Non sembra ci sia la reale intenzione di aiutare l’agricoltura. Per esempio, in un PSR (Programma Sviluppo Rurale) di qualche anno fa, venivano previsti dei contributi per l’ammodernamento delle aziende: sono arrivati soltanto ora!».

Il Covid che conseguenza ha portato? Come avete reagito? «La pandemia non ci ha colpito più di tanto: in azienda ci siamo organizzati in più turni per evitare contatti ed eventuali contagi. Dal punto di vista economico, per fortuna, non abbiamo avuto grosse ripercussioni, perché comunque produciamo beni di prima necessità, quindi il trend è sostanzialmente positivo, addirittura in crescita.  Però l’incertezza politica del momento non ti porta a fare grandi progetti o investimenti. Dallo Stato sono arrivati solo i contributi per le partite IVA, insufficienti e irrisori».

Si parla tanto di agricoltura sostenibile: la ritieni applicabile, anche a livello economico? «Molte aziende si stanno muovendo in questa direzione. Adottando, ad esempio, un tipo di lavorazione per la semina, che viene definito minima lavorazione: si ha un minore impiego di attrezzatura, di ore per lavorare il terreno. La sementa avviene con un solo passaggio, si riducono quindi i costi di trattamento. A mio parere però non è molto conveniente per l’ambiente, perché per questa tecnica sono necessari due trattamenti col diserbante, mentre con quella tradizionale uno solo. Bisogna utilizzare anche più concime, per avere una buona qualità e quantità del prodotto. Può essere sostenibile, poi, la rotazione periodica delle colture, perché il terreno, reso più fertile, è meno trattato. In ogni caso, non esiste un’agricoltura verde al cento per cento: un terreno che non viene concimato o diserbato non produce abbastanza».

Che cosa ti aspetti dal futuro? «Spero di centrare il mio obiettivo. Non è affatto semplice. Voglio migliorarmi a partire dalla mia esperienza attuale. Inoltre, auspico che la politica si occupi di più del settore. Bisogna pensare a tutto ciò che ruota intorno all’azienda agricola: le cooperative, i concessionari di attrezzatura agricole, i macelli che lavorano grazie all’allevamento, e le varie associazioni di categoria. In particolare, prendere una posizione più netta sui prodotti DOP (Denominazione di Origine Protetta) e IGP (Indicazione Geografica Protetta) che abbiamo in Sardegna, che non vengono abbastanza tutelati».

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