STORIA DI UN CAMMINO COLLETTIVO: DA ROMA A GERUSALEMME, L’ “IJIRASHII” DI ANTONELLO MENNE

Antonello Menne

di MARIELLA CORTES

Questa storia inizia con un viaggio. Il viaggio di un pellegrino che diventa percorso collettivo e che, tappa dopo tappa, parla al cuore e alle vite di tutti noi.

Un viaggio, questo, iniziato diversi anni fa, quando Antonello Menne, avvocato civilista a Milano con radici a Orotelli, decide di percorrere per la prima volta il cammino di Santiago e pubblicare il suo diario di viaggio. “Ti mancherà”, questo il titolo, apre le porte a un cammino collettivo dove i suoi passi, le sue riflessioni, narrate poi dalla voce di Gavino Poddighe, portano chi legge a ritrovarsi sulla stessa strada, tra polvere e spiritualità. Il suo cammino, anche grazie alla capillarità dei social network, diventa un connettore di esperienze. 

L’anno seguente è il turno di “Tanta vita”, diario della via Francigena che da un luogo simbolo di Milano, l’Opera Cardinal Ferrari, fucina dei sogni universitari e degli amici di sempre, conduce sino a Piazza San Pietro, a Roma. Quella che l’avvocato pellegrino chiama “la carovana”, il gruppo di amici che in tutta Italia segue e ospita la presentazione del progetto, cresce anche sui social, conquistata dalla naturalezza di un racconto dove le preghiere, le speranze, i pensieri e i desideri di tutti si fanno spazio nello zaino rosso che accompagna Antonello ad ogni viaggio.

Il perché di questa fortissima empatia è anche riassunta in una parola giapponese, ijirashii, che indica quel senso di orgoglio che si prova per una persona che riesce in un’impresa non priva di difficoltà. E ijirashii è l’emozione che ha catturato tutti noi che l’abbiamo seguito in un’avventura che ha dell’incredibile e che da Roma, a piedi, lo porta sino a Gerusalemme e completa non solo le famose tre peregrinationes maiores del Medioevo ma soprattutto un percorso di comprensione e consapevolezza interiore.

Un viaggio, questo, dove gli ossimori, a partire da quella “sicura incertezza del pellegrino” delle pagine iniziali, creano due dimensioni, una terrena e una spirituale che si intrecciano sino al climax finale, in quella visione, attesa sin dalle prime pagine, che le riunisce: la chiesa del Santo Sepolcro.

E’ lì che il desiderio di comprendere le ragioni del conflitto e della pace si traduce in una narrazione che è insieme breviario religioso e diario di viaggio laico. Duplice è anche la compagnia: gli amici di sempre da Roma a Otranto che condividono un’esperienza fatta di riflessioni e di silenzi che dicono più di una parola e i due figli, Luca e Chiara, che da Tel Aviv sino a Gerusalemme arricchiscono il Cammino di aneddoti, confronti e determinata tenerezza.

Nei sentieri che dal Lazio conducono al Tavoliere, tra momenti di accoglienza e diffidenza, in quell’Italia dei contrasti dove la devozione si confonde a volte con la superstizione, tra quell’umanità dei piccoli borghi che guarda con sguardo stranito e al contempo ammirato la piccola carovana di amici, si oscilla nel tempo e nello spazio: una volta la mente corre a ricercare le mesetas di Santiago, l’altra all’infanzia a Orotelli e alla sua Settimana Santa, un’altra ancora è già a Gerusalemme. E sono questi pensieri, questo ricercare dettagli e rileggere la contemporaneità che aiuta anche nei momenti di sconforto quando si rimane senza indicazioni e bisogna tornare indietro, sotto il sole cocente di agosto, immersi in un silenzio che fa tanto, tantissimo rumore.

L’arrivo a Otranto, nel giorno della celebrazione dei suoi martiri, il 14 agosto, è insieme fine e inizio: il saluto agli amici apre all’incontro con Luca e Chiara e alla seconda parte del Cammino, in Terra Santa. In quei 12 giorni sono tanti i momenti di tenerezza, di dialoghi profondi tra padre e figli, di riflessione e ricerca interiore.

Ma sono, anche, momenti di paura in una terra martoriata dal conflitto dove le immagini da cartolina accompagnate dal canto dei muezzin si intervallano ai checkpoint dove i tre pellegrini vengono guardati con sospetto: quanti si avventurano a piedi in quelle zone?

Eppure, è proprio in quelle strade che il racconto della vita di Gesù si fa nitido e vivo e la ricerca dei luoghi simbolo della sua vita si intreccia a quella della sua identità come persona, con le sue abitudini, i suoi modi. E sembra di vederli, attraverso gli occhi dei tre pellegrini, quegli stessi posti narrati nei Vangeli, quei vicoli e quegli scorci. Sono lì, pagina dopo pagina e dalle strade della Galilea ci conducono verso la valle del Giordano, a Gerico, la città più antica al mondo patria di Zaccheo e del suo famoso sicomoro, città che parla alla carne, che scuote l’animo e che apre agli ultimi ricordi della vita di Gesù, i più intensi.

Ed è qui che esplode il significato di questo secondo cammino nel cammino, fatto di continue riflessioni ad alta voce, di aneddoti, narrazione storica e confronti incalzanti.

Anche nella pagina Facebook, durante il racconto in diretta, tappa dopo tappa, alle richieste di preghiere si alternavano pareri, integrazioni, similitudini. Tutti, tutti noi, volevamo contribuire alla creazione di quel dialogo, aggiungere un passo alla volta a quel cammino.

A un certo punto, è il silenzio.

E’ l’arrivo, il pianto, la felicità, il climax dell’ijirashii. E qui che tutto diventa chiaro, qui che si rinasce. E’ un’emozione che viene incisa in quella memoria collettiva e rimane viva, anche nel silenzio.

Fino alla prossima avventura.

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