IL PREZZO DEL LATTE E IL “PASSO DEL GAMBERO”: FOCUS SARDEGNA, DENTRO E OLTRE LA PANDEMIA, FRA CHIARI E SCURI, A DUE ANNI DALLA VERTENZA

di GIANRAIMONDO FARINA

 Un aspetto particolare di questo tempo di pandemia che stiamo vivendo, con riferimento all’economia isolana, riguarda l’evoluzione avuta dall’annosa vertenza sul prezzo del latte ovino, sorta a seguito delle eclatanti proteste di due anni orsono, che, una volta tanto, hanno contribuito a porre la questione sarda al centro dell’agenda politica. Ora, vista l’attuale situazione, la domanda sorge spontanea e con cognizione di causa: a che punto siamo? In che senso la pandemia ha influenzato la crisi in atto ancora aperta? In tal senso occorre da subito partire da alcuni dati fornitici dal sito ismeamercati.it nel quale si possono anche consultare i prezzi del pecorino su tutte le principali piazze italiane del settore. E’ chiaro che questa sara’ una “lettura di parte”, analizzata dal punto di vista della trasformazione e della commercializzazione. Ad essa si compesera’, quindi, la recente posizione assunta nuovamente dagli allevatori sardi e dalle loro associazioni di categoria, ancora, purtroppo, insoddisfatte dall’ andamento della “vexata quaestio”. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, l’ultimo report relativo alle tendenze dell’ovicaprino, datato giugno 2020, e’ abbastanza significativo, in quanto indirettamente collegato ai prezzi del pecorino romano. Esso non ha fatto altro che sottolineare come la filiera ovicaprina , in generale, rappresenta poco piu’ dell’1% della produzione agricola nazionale, attestandosi su  un totale di circa 624 milioni di euro a prezzi correnti nel 2019, di cui 460 milioni generati dal segmento latte e 164 milioni da quello carne. Tale valore, pero’, concentrato territorialmente, assume una certa rilevanza nelle aree in cui e’ diffuso, con un’attenzione particolare alla Sardegna. Nell’isola- sono ancora questi dati “a cantare”- il settore incide per quasi 1/5 del valore totale dell’agricoltura regionale. Per capire, quindi, quale sia stato l’impatto della pandemia sul settore, con riferimento all’annosa questione del prezzo, occorre parti

re dai dati economici recenti. Nell’isola si localizza ancora quasi la meta’ del patrimonio ovino nazionale con il 17% del totale degli allevamenti, seguita dalla Sicilia con il 12% ed il 10 %  delle aziende, e poi da Lazio e Toscana. Questi dati vanno poi integrati con quelli nazionali: in Italia si producono 463 mila tonnellate di latte ovino con destinazione quasi esclusiva alla caseificazione. Questo dato consente al nostro Paese di essere il primo produttore di formaggi di pecora a livello europeo, seguito da Spagna e Francia. L’equilibrio, quindi, della filiera nazionale continua ad essere influenzato dall’andamento del mercato del pecorino romano che, oltre a rappresentare l’84 % della produzione  di formaggi ovini Dop-Igp e l’82 % del fattiurato del segmento, e’ la principale destinazione del latte ovino prodotta in Sardegna. L’analisi, quindi, dal punto di vista economico, per il passato 2020, si e’ fatta piu’ incalzante. Lo scorso anno si era aperto all’insegna di dati positivi per il pecorino romano. Grazie al recupero realizzato sulle esportazioni nel 2019 (+ 29 % in volume) si era giunti ad un allegerimento delle scorte, con i prezzi sostanzialmente superiori di oltre il 15 % al livello dell’anno precedente.  L’impatto, quindi, della pandemia e l’introduzione di misure restrittive, ha messo in evidenza, com’era ovvio aspettarselo, un rallentamento dei volumi di pecorino esportati (soprattutto nel periodo febbraio- marzo) con ulteriore calo dei consumi interni, bloccandone di fatto i listini all’ingrosso. Conseguenza che ha portato sostanzialmente a bloccare i prezzi del romano, ormai sugli 8,  8.50 euro  al kg.  La pandemia ha, quindi, “in primis”, rallentato le esportazioni bloccando i prezzi. Tale stagnazione ha portato, pero’, di conseguenza, un aumento della produzione di romano, in parte, almeno fino a gennaio 2020 (periodo pre-pandemia), determinato da un buon andamento della campagna estera ed anche dal dirottamento della materia prima verso un prodotto a lunga stagionatura. 

Altra conseguenza della pandemia: il blocco del “canale Ho.Re.Ca (acronimo di Hotellerie, Restaurant, Cafe’) ha penalizzato i prodotti a consumazione ridotta, portando, pero’, a fine maggio 2020 ad un aumento della produzione di romano a lunga stagionatura pari al 19 % in piu’ rispetto al periodo precedente cumulato ottobre 2018- maggio 2019. A questo punto una delle politiche adottate, con non poche controversie, e’ stata quella di ridurre l’abbondante offerta di pecorino con una serie di politiche pubbliche adottate dal governo Conte 2 ( ma assenti dall’agenda del “governo dei migliori”, n.d.r.). A livello nazionale e regionale, a suo tempo, si e’ proceduto con il c.d. “decreto emergenze”, anche con riferimento ai prodotti  a bassa stagionatura della Sardegna. A tali risorse si e’, poi, aggiunto il sostegno all’ammasso privato dei formaggi , introdotto in via straordinaria dalla Commissione Ue con il Regolamento delegato n. 2020/5917. Le conseguenze positive di tali interventi pubblici si sono potute vedere in Sardegna, solo inizialmente, soprattutto “a monte” della filiera.  Nelle prime tre settimane del mese di giugno il prezzo del latte ovino ha sfiorato gli 80 euro/100 litri, registrando un aumento dell’11%  rispetto allo stesso periodo del 2019 . Una situazione meno variabile si e’creata nelle altre aree produttive  con il latte mediamente pagato 85 euro/100 litri in Toscana e 97.50 euro/100 litri nel Lazio. In queste realta’, rispetto alla Sardegna, risultano essere minori le conseguenze di sbocco e meno impattanti le oscillazioni dei prezzi all’ingrosso dei formaggi, cui la materia prima viene destinata. In questo senso, una prima riflessione legata soprattutto all’export e’ stata quella che si sia trattato di una variabile strategica per la filiera; tuttavia, la specializzazione del prodotto e del mercato hanno costituito, e continuano a costituire, un elemento fortemente critico. Le restrizioni sanitarie del 2020 hanno, sostanzialmente, compromesso la performance del primo trimestre di quello stesso anno, con le perdite registrate a febbraio e marzo che hanno fatto realizzare solo un poco rilevante +2.1% di volume rispetto al periodo dell’anno precedente (2019). Nei primi tre mesi, sempre del 2020, e’ stata sottolineata la buona tenuta dei prezzi medi all’export, che hanno portato ad una crescita del valore delle vendite all’estero del 14.2% in piu’ su base annua. Lo stesso 2020 si era chiuso, in base a queste previsioni, con un altro dato positivo, sempre dal lato della commercializzazione a livello industriale: l’apertura di nuovi mercati dell’Est Europa. Le successive restrizioni, verificatesi a cavallo fra fine 2020 e primi cinque mesi del 2021, non hanno fatto che confermare, tuttavia, una contrazione dei consumi domestici di pecorino, se rapportata al biennio 2019-21.  I pecorini, in questo caso, diversamente da altri formaggi stagionati, sono stati caratterizzati da una contrazione dei volumi acquistati a fronte di un breve aumento della spesa e, quindi, di un rialzo dei prezzi medi al consumo (+ 5% rispetto al periodo precedente pre-pandemia). Le chiusure, poi, dei canali Ho.Re.Ca. e l’assenza dei turisti nelle tipiche aree di produzione (Lazio, Toscana, Sardegna), conseguenti alla diffusione della pandemia Covid 19, si e’ aggiunta a questa debolezza di fondo degli acquisti domestici, provocando un ulteriore accumulo di scorte nei mesi successivi, corrispondenti con le ulteriori chiusure che ci hanno accompagnato fino ad oggi. 

Fin qui i dati inerenti l’andamento dei prezzi e della produzione del pecorino romano nel periodo febbraio- giugno 2020. Il periodo successivo, sui quali ancora non si hanno fonti certe, analizzabili e ben rappresentate, e’ riassunto da una intervista rilasciata dal neo presidente del Consorzio di tutela Gianni Maoddi nel marzo 2021, dal titolo emblematico: “Pecorino romano: nuove tipologie per nuovi mercati”. Una intervista in cui, sostanzialmente, si spiega il modo con cui il Consorzio ha gestito la pandemia. Tralasciando gli aspetti positivi legati all’ aumento della produzione, ad una nuova espansione sul mercato italiano ed alla strategia filiera-costo, “e-commerce”, definiti “vincenti”, tutti obbiettivi tesi al raggiungimento della c.d. sostenibilita’ ambientale, l’intervista ha sottolineato due aspetti, uno positivo, l’altro negativo. “E’ stato positivo”- ha osservato Maoddi- ” come una delle conseguenze della pandemia sia stata quella d’innescare, proprio per nostra iniziativa, una sorta di meccanismo solidaristico nell’accollarsi la lavorazione del latte in eccesso destinato ai freschi ed, a causa della chiusura del canale HoReCa, a pecorino romano. Scelta gratuita che ha fatto bene a tutta la filiera. Ed ora, invece, veniamo alle note piu’ dolenti, tutte dalla parte degli allevatori, che non fanno altro che riprendere l’annosa e mai risolta questione del prezzo del latte ovino. Tutto ok, sostanzialmente, dal lato dell’industrializzazione e commercializzazione, meno da quello del mercato “a monte”.  Nella citata intervista lo stesso Maoddi, alla domanda precisa relativa al boom dei prezzi delle materie prime che ha generato un aumento dei costi e su come assicurare una giusta redditivita’ agli allevatori,ha sostanzialmente glissato, non dando risposte certe e parlando di un approccio generale evocante un rispetto dell’equilibrio di filiera basato su una certa stabilita’. E le note dolenti si sono fatte subito sentire.  Dapprima con l’esclusione del pecorino romano dal bando per gli indigenti del luglio 2020, varato dal governo Conte 2 e, poi, soprattutto, con la ripresa, da parte dei pastori sardi dell’annosa e mai risolta del tutto vertenza sul prezzo del latte, nel rispetto degli accordi raggiunti nel 2019 e mai del tutto applicati. Nella nota del gennaio 2021 il movimento di protesta dei pastori, proprio in merito alla rideterminazione del prezzo, avevano richiesto un piu’ decisivo ruolo d’intermediazione di OILOS, l’organismo interprofessionale del latte ovino sardo, che avrebbe dovuto avere il ruolo di s

amalgamare la filiera, ma che non e’ mai decollato. La battaglia, putroppo, non si e ‘ mai fermata. Il prezzo dei primi conferimenti nella campagna lattiero- casearia 2020-21 si aggira attorno agli 85 centesimi al litro, a fronte di una quotazione dei formaggi  che, come abbiamo descritto, giustificherebbero un  prezzo sopra l’euro. Il tutto, pero’, avviene all’interno di una giungla senza il contratto-tipo che avrebbe dovuto sviluppare OILOS, l’apposito organismo regionale creato ad hoc, e senza garanzie per gli allevatori, ancora alla merce’ degli industriali del latte. In sostanza manca ancora una vera e propria griglia definitiva che avrebbe dovuto individuare un prezzo di riferimento del latte ancorato alla quotazione di tutti i formaggi, della ricotta e dei costi di produzione. Un ruolo  che, appunto, avrebbe dovuto avere la citata e mai decollata OILOS e per cui hanno, purtroppo, sostanzialmente fallito sia la politica nazionale (nessuna riga sulla vertenza latte ovino nel PNSRR dei “migliori”) sia quella regionale, attualmente piu’ propensa a votare leggi ben lontane dall’ “idem sentire” dei sardi. Il tutto nonostante in Consiglio Regionale siano presenti dei progetti di legge in merito, di tutti gli schieramenti, che basterebbe riprendere e discutere seriamente.

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