DOPO SESSANT’ANNI E PIÙ … UNA VITA IN BELGIO, ENORMI VICISSITUDINI, RASSEGNAZIONE E TANTE DOMANDE SENZA RISPOSTA

Anna Maria Sechi con la figlia Graziella, vivono in Belgio

di ANNA MARIA SECHI

Giorno dopo giorno mi rendo conto che mi sto avvicinando verso il sentiero più in giù, il giardino di Pietr’antonio, come dicono a Perfugas, il mio paese (NDR: cimitero). Son passati sessanta e più anni dal giorno in cui ho attraversato per la prima volta il mare dalla Sardegna a Civitavecchia, questo é il tipo di viaggio che non si scorda mai, tutto é impresso nella mia memoria.

È stato il giorno che abbiamo lasciato la nostra terra per venire in Belgio. In quella lontana notte di marzo dell’anno 1953.

La bella nave bianca attraccata nel porto di Olbia ci aspettava per strapparci alle nostre radici come un piccolo arbusto di nulla per portarci in un altro mondo sconosciuto.

Ad accompagnarci al porto non avevamo nessun parente ne amici, eravamo solo noi quattro: la mamma, io e i miei due fratellini.

La nave non era la stessa di quella che conosciamo oggi, ricordo che il carico delle poche auto era preso da una gru che le sollevava e le adagiava sul ponte della nave. I garage non esistevano perchè a quel tempo le stive erano riservate ai dormitori dei viaggiatori di terza classe, gli uomini da una parte e le donne e bambini dall’altra. Alle otto in punto, la bianca nave alzò l’ancora e lentamente prese il movimento delle onde.

La notte era molto buia, l’unica luce che potevamo vedere era quella del gran faro del porto che velocemente scomparve dai nostri occhi per perdersi tra cielo e mare nel nulla. Mamma ed io, increduli e ingenui eravamo sul ponte cercando di fissare nei nostri occhi e nei nostri cuori l’ultimo barlume della nostra terra.

Per fortuna avevamo la fede e la speranza della nuova vita che avremmo avuto da quel giorno in poi. Memorizzando quanto scritto nei volantini largamente diffusi nei nostri piccoli paesi della Sardegna, senza sospettare che questo annuncio fosse solo parole ben scritte con l’unico scopo di attirare la forza lavoro di un popolo travolto dalla grande miseria del dopoguerra.

Che terribile delusione rendersi conto che siamo stati ingannati dalla nostra stessa nazione che ci ha spinto a venire in Belgio per un piatto di minestra, quante umiliazioni abbiamo sopportato per mantenere il nostro posto ai margini di questa comunità poco accogliente.

Mi vien da pensare che se mio padre non ha mai voluto rivedere la Sardegna é forse perché volesse punirsi per essersi visto costretto a seguire il movimento migratorio degli anni cinquanta per sfamare la sua famiglia.

Forse si sentiva in colpa per non aver avuto i mezzi per mantenere la famiglia nel suo paese? Le mie domande rimangono senza risposta. Mio padre é morto molto giovane, aveva la silicosi. Molti di questa prima generazione d’immigrati sono sepolti in questa terra d’accoglienza. Come loro, anche mia madre e tante altre mamme italiane hanno concluso il loro viaggio sotto questo cielo di pioggia, di nebbia e carbone.

Di tanto in tanto partecipo ai funerali di qualche vicina o di qualche amico che in quegli anni lontani delle miniere abbiamo vissuto la stessa situazione. Che dire? Non vedo più le porte aperte dei carissimi amici che avevamo in quel periodo! A breve anche la mia porta verrà chiusa. Le nuove generazioni non sapranno mai niente di noi, non potranno mai immaginare il nostro passato.

Tutti noi, abbiamo vissuto la nostra vita in modo anonimo, nessuno sa quale fosse la nostra esistenza nelle zone svantaggiate delle miniere e dell’immigrazione.

Nelle scuole non si parla più del carbone, si parla solo dell’invasione degli «Italiens spaghettis», ormai é inutile parlarne, è una storia antica, le miniere son chiuse, i minatori son quasi tutti morti.

Il passato vive solo nella mente di quei pochi che ne hanno conservato una chiara memoria della nostra guerra del carbone. La vita sembra lunga ma….passa come un lampo.

13 pensieri riguardo “DOPO SESSANT’ANNI E PIÙ … UNA VITA IN BELGIO, ENORMI VICISSITUDINI, RASSEGNAZIONE E TANTE DOMANDE SENZA RISPOSTA”

  1. Bellissimo e straziante racconto, in poche righe ha scritto il dramma della partenza, bravissima.Vorrei mettermi in contatto con Anna Maria Sechi. La memoria dei sardi migranti deve essere conservata e tramandata. Massimiliano mi mandi in privato la mail?

  2. Come sempre ,le tue parole raccontano fedelmente , ciò che abbiamo passato in quegli anni , ciò che hanno passato i nostri padri. Verrà mai il giorno ,che un rappresentante del governo , chiederà un perdono ,a nome dei governanti di allora ,per avere barattato ,lavora dei nostri padri ,per un pugno di Carbone.
    Ciao ,Anna Maria,spero di abbracciarti presto.

    1. Caro Mass. Grazie a te e a tutta l’équipe de «  Tottus in pari » per la preziosa collaborazione!

  3. Grazie della memoria che ci rendi. Hai ragione si tende a perderla. Oltre meta’ dei miei parenti sono andati in Belgio, perche’ ormai era diventata anche una moda per tanti, oltre alle reali necessita’. Oramai ho fatto il viaggio inverso sono andato io a cercare I parenti mancanti, e solo andando in Belgio, Francia, Germania, ci si rendo conto cosa avete passato. Spero che i nostri governanti abbiano il coraggio di raccontare la vera storia di quegli anni….ma da soli non lo faranno, hanno altri pensieri. Lasciate fuori la politica e trovate forza nella FASI, forse ultimo baluardo all’oblio della memoria…..

    1. Ciao Antonello, non credo che dobbiamo contare sulla collaborazione dei nostri politici per tutelare la memoria della nostra emigrazione degli anni 50, la storia siamo noi e dobbiamo raccontare quel che è stato alle giovani , le esperienze del passato aiutano a vivere il presente e anche il
      Tanti auguri per la tua vita.
      Anna Maria

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