PUTZONES IN TERRA NO A BOLU – AISETENDE SU ENTU A FAVORE

poesia di GIUSEPPE FLORE, commento di GIANRAIMONDO FARINA

Nues nieddas

Attraessant su chelu

Bentu malu iscutina fotza

Su tempus si ponet male

Putzones in terra no in bolu

Marcant su temporale.

Dae prummones

 No m’essit alenu

No leo a su manigu sapore

So chin febbra

 A tremida e’ a tussiu

In ossos so tottu a dolore

Lagrimas…

Falant dae chelu

Mi cuant sa lughe’a bracone

Parent ferros de presone

Chi mustrant

 A quadros su chelu

Lampos aberint s’aera

Attesu s’intendent sos tronoso

A toccheddos tristas campanas.

De ambulanzas arridos sonoso.

Sunt solasa…

Solu su’entu in s’urtimu viatzu.

Ne saludu ne fiore ne cantu.

Sunt numeros..

 Sas debiles fotzas

 copertas dae telu biancu.

 Attesu…

 S’intendede in s’aera.

 Disisperadu unu prantu

Aisetto chi passe su male

Custu male istranu e cuadu.

Chi ti lassat malaidu e feridu

In lettu’e ispidale fulliadu

Aisetto s’eranu. Su sole!

Aisetto su’entu a favore.

No’isco si ’appo a bolare

Si’ alas no mi sorvet su male

No isco si’app’a resessire

A bidere de chelu colores

A intendere su nuscu’e sos fiores

A leare a su mare sapores

In unu Martu malu

chi no tenet ammentu.

No isco si s’arzada ancora

tempestosu e forte  su’entu.

Ma isco chi mi l’appo a gherrare

Secundos,minutos e oras

Che marineri aisetende

chi su’entu si artzede ancora.

Mi piace dedicare questa Barantina 12 al commento di una poesia dell’amico Giuseppe Flore, che è un po’ il simbolo di questa nostra, purtroppo, infinita stagione pandemica. Infinita perché, neppure con i vaccini sembra si sia giunti ad una svolta definitiva, in questo che è un inizio di primavera, incipit, con le imminenti “aperture” (26 aprile 2021), di una nuova stagione incerta.  Peppe ha scritto questi versi sul finire della scorsa estate quando, soprattutto in Sardegna (ed in Gocéano), già iniziavano a vedersi le conseguenze disastrose di quel famigerato “liberi tutti”. Ed a questa poesia gli ha dato due titoli emblematici: Putzones in terra no a bolu ed Aisetende su entu a favore. Significati che possiamo fare propri noi, anche oggi, anche con la “speranza” del “vento a favore” dei vaccini  che, a volte, da certezza, stanno diventando delle incognite per via delle sospensioni cautelative fatte dalle varie agenzie del farmaco, nazionali ed internazionali.

Anche oggi, nonostante tutto, le cronache del Covid-19 ci riportano alla triste realtà: decine di migliaia di contagi e centinaia di morti in Italia. E, nonostante tutto, si vuole ripartire.

Peppe, in questa poesia ci riporta alla “realtà” dei fatti.

Siamo, innanzitutto, putzones in terra no a bolu, piccioni a terra che non riescono a volare, non perché non vogliono, ma perché non ne hanno le forze . I piccioni, quando non riescono a volare, annunciano la tempesta imminente, camminando ed osservando un mondo plumbeo, pervaso e dannato dalla pandemia.

Putzones in terra, no a bolu è la frase e l’immagine emblematica delle prime sestine di questa splendida poesia. E’ il quadro di un paesaggio tetro, con nubi nere che attraversano il cielo, un vento cattivo che scuote le foglie (bentu malu iscutina fotza) ed, appunto, i piccioni a terra, non in volo, che temono, preannunciano e demarcano il temporale imminente (Marcant su temporale).

Lo sguardo, poi, dopo la descrizione di un ambiente premonitore dell’autunno e paradigma delle stagioni umane della vita, si rivolge all’uomo. Quello che descrive Peppe è un uomo, in prima persona, “preso” dalla pandemia, anche e soprattutto fisicamente. Nei polmoni, dai quali non esce alcun alito (dae prumones no m’essit alenu) e nel mangiare, dove non si prova sapore (no leo asu manigu sapore ). Un uomo che è tutto tremante, con la tosse, afflitto dal dolore (a tremida e’ a tussiu. In ossos so tottu a dolore).

L’immagine, poi, si sposta all’ambiente circostante. Peppe è molto bravo nel favorire questi cambiamenti di prospettiva. E l’ambiente circostante è, non a caso, inizialmente, l’autunno, l’autunno delle nostre vite. Piogge che sono lacrime, che “aprono” l’aria,  e tuoni che si sentono da lontano (attesu s’intendent sos tronoso).

A queste immagini si aggiungono, poi, quelle “simbolo”, purtroppo, delle nostre comunità, che hanno caratterizzato e che, ancora, continuano a segnare questo tempo di pandemia: il tocco funebre delle campane delle chiese e quello delle sirene delle ambulanze, ben distinti. Le “tristi” campane delle chiese suonano a tocchi intervallati (a toccheddos tristas campanas); le ambulanze, invece, “fendono” il deserto (de ambulanzas arridos sonoso).

E, poi, vi è l’inverno della vita che, purtroppo, riguarda le persone che non ce l’hanno fatta. Il poeta le immagina sole (sunt solasa…), accompagnate dal solo vento del loro ultimo viaggio (solu su entu in s’urtimu viatzu), nessun saluto, né fiore, né canto. Si tratta, purtroppo, di numeri (ne saludu, ne fiore, ne cantu. Sunt numeros..). Sono, soprattutto, bellissima ed incisiva immagine, deboli foglie. Questa delle foglie è una rappresentazione molto viva usata dal poeta. “Foglie” autunnali, soprattutto di persone anziane, memoria della nostra storia, abbandonate nelle sale mortuarie degli ospedali e coperte da un anonimo telo bianco (sas debiles fotzas copertas dae telu biancu). In lontananza, poi, s’intende nell’aria, un pianto disperato: quello dei familiari che la pandemia ha privato di quest’ultima consolazione d’addio terreno per i loro estinti (Attesu…S’intendede in s’aera. Disisperadu unu prantu).

Ora, però, per Peppe, e per noi, è anche un momento di attesa e di speranza. Non c’è, non ci può essere solo dolore!

Aspetta che questo male strano, nascosto, passi; un male che ti lascia malato e ferito, abbandonato in un anonimo letto di ospedale (Male istranu e cuadu, chi ti lassat malaidu e feridu in lettu e ispidale).

Ed ecco, allora, sopraggiungere il “cambio di passo”, quello che, magari, desideriamo tutti: aisetto s’eranu, aspetto la primavera. Questa primavera. E, soprattutto, aisetto su entu a favore (aspetto il vento a favore), anche nell’incertezza di poter riprendere a volare, a guadagnare la libertà (No’isco si ’appo a bolare Si’ alas no mi sorvet su male).

E’ un risveglio incerto quello che s’immagina il poeta; risveglio da un lungo letargo/malattia. E quest’incertezza  si tramuta, emblematicamente, in quella locuzione sarda condizionale negativa che è un tutto dire: no isco si, non so’ se. E la rende, perfettamente, in prima persona. Egli, il convalescente non troppo immaginario di questa pandemia, non sa se riuscirà a vedere i colori del cielo, a sentire l’odore dei fiori, a prendere il sapore del mare (a bidere de chelu colores, a intendere su nuscu’e sos fiores, a leare a su mare sapores).

E, soprattutto, non sa se ancora si alzerà forte e tempestoso questo vento , paradigma e simbolo della seconda parte della poesia: questo vento a favore! (No isco si s’arzada ancora tempestosu e forte su’entu)

Poi, nell’ultima strofa, il taglio è ancora più incisivo: dal non sapere il poeta, in questa prima persona immaginaria, passa alla consapevolezza, al sapere. Un sapere che lo porta alla realtà delle cose: sa che dovrà lottare. Ed è un invito a tutti noi a combattere ogni istante della nostra vita, senza mollare (Ma isco chi mi l’appo a gherrare). E sarà la lotta paziente di quel marinaio che aspetta che il vento a favore, tanto agognato, desiderato e sospirato si alzi ancora (Che marineri aisetende chi su’entu si artzede ancora).In quel vento a favore ci sono un po’ tutte le nostre speranze: dai vaccini, alla ripresa economica delle nostre terre, al potersi abbracciare e reincontrare per rivivere la comunità e gli affetti più cari.

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