“MARIA DI ÍSILI”, IL LIBRO DI CRISTIAN MANNU CHE ODORA DI VENTO DI SARDEGNA

Cristian Mannu e il suo “Maria di Isili”

di FEDERICA CABRAS

“Dalle mie parti c’è sempre stato vento. Vento possente e intrigante. Vento che fruga e che rende impazienti. Vento che sembra salire da un lontanissimo mare a levigare le pietre e spezzare famiglie e rami di alberi forti. Ma se la tua faccia non ha mai preso schiaffi sull’altopiano di Nurri, non puoi capirmi. E non puoi capire come si sente l’avena selvatica di Mandas a maggio, quando ondeggia alta e verde e irrequieta come oggi.”

Maria di Ísili, Maria sfortunata, Maria colpevole – ammesso e non concesso che si possa essere colpevoli di troppo amore, quello che ti prende e tu non puoi far nulla per contrastarlo –, Maria dai grandi fanali azzurri tristi – perché così son gli occhi di chi ne ha macinato, di sofferenza, e di chi ha pianto più o meno tutte le sue lacrime. Maria, figlia di Michele Piga e Rosaria Granata e madre di creature sfortunate anch’esse. Maria che, tornando indietro, forse, avrebbe fatto lo stesso imperdonabile errore ‘ché a quel sentimento che nasce nella testa e si sente forte e chiaro nel ventre non si può certo dire di no. È subdolo, l’amore, e quando ricambiato ti chiama a sé nonostante tutto; non ci sono regole, in quella pazza corsa al desiderio, e non ce ne sono anche quando si sa già che non basterà una vita per conquistarsi un nuovo perdono. Maria che avrebbe tanto avuto bisogno dell’abbraccio della propria famiglia, ma che è morta senza sentir pronunciare da essa parole di conforto.

La sua storia, raccontata da diverse voci, è straziante, densa di emozione, e odora di speranza solo alla fine, quando un tassello importante rimette al proprio posto – sebbene parzialmente – i disastri di una famiglia rotta da troppo tempo. Sa di perdita, di rammarico, di astio e di sciagura. Ma anche di nuove albe. E sa degli odori e dei sapori caratteristici di un’Isola che, quando ci nasci, ti imprime dentro un timbro di proprietà.

Cristian Mannu, re dei cambi di punto di vista e di registro linguistico, ci dona un testo che non si vede l’ora di finire, tanta è la curiosità, e che, allo stesso tempo, si vorrebbe leggere per sempre. Sì perché, una volta conosciuta, Maria di Ìsili ti entra dentro. Quel che ha vissuto, le scelte fatte e quelle da fare, il senso di colpa, l’amore sbocciato per caso, l’ira per una vita che no, non si è affatto dimostrata quel che desiderava.

E ci pare persino di vederla, con quel colore caratteristico che le illumina lo sguardo e le sue mani graziose che lavorano al telaio. Ah, la vediamo persino scappare con Antonio Lorrài.

La vediamo mentre pensa che tutto si può sempre sistemare, se c’è chi si ama al proprio fianco. E la vediamo comprendere che non è sempre così semplice. Che la vita è una giostra e gira, gira, gira ma raramente distribuisce – nel suo girare instancabile – giustizia.

“Anche se mia madre mi ha sempre detto che le radici le hanno gli alberi e non le persone, e che è per questo che gli alberi stanno fermi mentre le persone si muovono, e ci sarà stato pure un buon motivo, mi diceva, per cui le donne e gli uomini hanno i piedi e camminano e non hanno bisogno di rimanere piantati per terra per crescere.” 

Ma addentriamoci nella storia.

Maria, secondogenita della famiglia Piga, viene al mondo da un padre che lavora in una colonia penale – sebbene si celi un segreto, dietro questa nascita – e da una madre siciliana, innamorata di un amico del marito, che presto cade in una depressione profonda. Mentre Evelina, sua sorella, mostra sin da subito un grande amore per Dio e la religione – tanto che, come spiega Salvatorica Carboni – una delle voci narranti –, se le si regala un rosario non si sbaglia mai –, Maria è abile al telaio. Le sue mani guizzano veloci componendo arazzi e altre bellezze.

Crescono insieme, le due sorelle, e si vogliono un gran bene. Si addormentano nella stessa stanza per anni, condividendo gioie e dolori quotidiani e facendosi a vicenda le trecce prima di chiudere, esauste, gli occhi. Quando Evelina viene violentata da Antonio Lorrài – carismatico e dongiovanni ramaio giunto fino a Ísili da Silius – rimanendo incinta, tra loro il “sì, lo voglio” è d’obbligo. Evelina non parla della violenza, preferisce mettersi una fede al dito e crescere il figlio con un marito accanto. Ma Maria, affascinata da quell’uomo che ha girato la Sardegna per lavoro, si invaghisce di lui, donandogli non solo il suo cuore ma anche la sua verginità. A quel punto, con in grembo il figlio del marito della sorella, anche per lei non c’è altra scelta: lei e Antonio Lorrai fuggono insieme, tra lo sconcerto di tutti.

Questo evento metterà in moto una catena di eventi.

Allora, cosa dire di questo libro?

Bello, potrei dire, ma sarebbe riduttivo. È bello come le cose preziose, quelle nate da un seme, quello della passione – in questo caso per la scrittura –, coltivato con cura. Mannu ha un talento unico ad adattare il proprio stile a seconda di chi parla. Dalla levatrice Salvatorica – che sembra una vecchina pettegola, con un pizzico di acidità e uno di ironia ben dosati –, a Michele Piga, adirato a morte con quella figlia sciagurata che ha macchiato il nome della famiglia. Da Evelina, ormai anziana, allo stesso mascalzone che rovinò le esistenze di due donne, sorelle prima e poi rivali. Da Rosaria Granata, condannata a una vita coniugale senza amore, a Sergio, uomo che per secondo macchiò le giornate di Maria.

La mia voce preferita?

Sono due, a dire la verità. Quella di Maria, persona dolce come il miele e delicata come un giunco. Maria dalle parole meditate, dalle frasi evocative, dal passato che è passato ma che la rincorre sempre, in ogni singolo giorno della sua vita. E mi è piaciuta anche quella – rullo di tamburi! – di Salvatorica, la pettegola che la fece nascere e che conosceva bene quella famiglia, riportando morte, vita e miracoli con piglio divertente e sincero, a tratti un pochino cattivello.

Metto senza alcun dubbio questo libro nella rosa dei testi più belli letti negli ultimi anni. C’è sentimento ma non è mai esasperato. C’è tristezza ma non è mai troppo difficoltosa da digerire o da comprendere. C’è la vita di anni e anni fa ma è facilmente adattabile anche ai nostri giorni – del resto, passioni, disgrazie e crepe familiari sono moderne e antiche al tempo stesso. E c’è un barlume di luce, verso la fine, quando si capisce a chi questo racconto è rivolto.  

Ah, c’è anche la morte – che è un po’ compagna della vita, no? – ma è così reale che ci sembra parte di noi e non solo della storia.

E, quando si arriva alla fine, ci rimane dentro un senso di angoscia, un sentore di completo e incompleto insieme. Perché Maria ha pagato caro, troppo persino. E spesso è proprio così. E ci verrebbe voglia di infilare la testa nelle pagine, entrarci dentro per provare a sovvertire quel che fu, di aggiustare, di dare consigli. A Maria, okay, ma anche a Evelina e a Michele e anche alla povera Rosaria, vinta dalla vita e dalle sue stranezze.

Ecco, quando un romanzo ti entra dentro in questo modo, quando rapisce i tuoi sogni e ti porta in una dimensione parallela, quando è straziante e bello e originale e quando vorresti riavvolgere il nastro di qualche giorno per poterlo rileggere da capo e per la prima volta, diciamo che è riuscito, e in pieno anche. 

7 pensieri riguardo ““MARIA DI ÍSILI”, IL LIBRO DI CRISTIAN MANNU CHE ODORA DI VENTO DI SARDEGNA”

  1. parlavamo proprio ieri con la mia consorte, a cena, di quanto poco duri tutto, persino un libro, ormai, e di quanto in fretta tutto si dimentichi. Poco dopo una cara amica mi ha girato la schermata del tuo post (che è un po’ come quelle onde che riportano a riva, quando vogliono, le cose lontane di cui ti ero scordato). Ringrazia Federica Cabras da parte mia. Mi ha fatto tornare indietro di cinque anni, ma senza (finalmente) tutti quei chiaroscuri e saliscendi d’animo che l’opera mi aveva, al tempo, generato.
    Non so, poi, chi abbia fatto la foto del libro, ma ringrazia anche l’autrice/autore. E dille/digli che credo abbia trovato come sfondo ciò che più assomiglia a quest’opera: il legno ruvido e imperfetto.
    Buona domenica ☀️

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