UNA MAGICA VITA: MAURO LIGGI E IL RACCONTARE CON LE FOTO IL CIRCO PANIKO

di CARMEN SALIS

Mauro Liggi è un giovane medico che ama raccontare la vita, oltre che con la poesia, anche attraverso la macchina fotografica.

Nel libro fotografico Una magica vita, edito da Susil Edizioni, racconta la quotidianità degli artisti di un circo, la solitudine che diventa anche vita di gruppo, la fatica che diventa gioia di esibire la propria arte.

Un libro dedicato al Circo Paniko,un circo contemporaneo dove non ci sono animali da domare ma attori, acrobati e musicisti.

Quando hai capito che il bianco e nero doveva  diventare colore nella tua vita? Non lo so in realtà. Io vedo in bianco e nero da quando ho iniziato a scattare perché credo di sentire in bianco e nero. Ombre e luci forti, contrasti, grigi, lunghi periodi di buio e speranze di flebili lamelle. Poi il bianco e nero sicuramente è più funzionale a quello che voglio raccontare e a come voglio raccontarlo: l’essenza dell’uomo, uno sguardo non giudicante su chi incontro, il nocciolo di uno sguardo, di un gesto, di una comunità senza distrazioni cromatiche o di alcun genere.

Hai deciso di raccontare con le immagini la vita del circo, di quel circo. L’incontro con il Circo Paniko è stato una folgorazione per me. Era di una poesia disarmante, un luogo senza tempo, un incontro prima umano che artistico. La libertà della loro vita, la semplicità dello stare insieme, del condividere vita e scena, la possibilità di poter condividere il mio tempo con il loro bambini. Il tutto senza filtri. Un’autenticità piena che ho cercato di trasmettere nel mio racconto.

Il tuo è un lavoro meravigliso, però spesso devi guardare negli occhi sia il dolore che la speranza. Per chi lo vive come me è difficile. Mi porto a casa le angosce dei pazienti. Non sono ancora riuscito ad avere quel distacco che è anche funzionale a una vita serena oltre il lavoro. Purtroppo la mia empatia prende anche lì il sopravvento, anche lì ombre di dolore e luci di speranza e quando i contrasti sono troppo forti mi assalgono.

Ci saranno altri scatti, altri progetti? Sì assolutamente. Lavoro per progetti perché mi piace raccontare, mi piace documentarmi, studiare prima di scattare, coinvolgere persone, associazioni, luoghi, comunità. Ho terminato da poco un progetto su un quartiere di Cagliari che vorrei coinvolgesse i suoi abitanti. E non vedo l’ora di raccontare il carcere nel suo aspetto di rieducazione, di socialità, di vita comunitaria, di redenzione. Sarà un’esperienza umana importante. Ma è quello che cerco nella fotografia.

Quanta poesia può esserci in una fotografia, e quante immagini in una poesia? Credo siano due linguaggi complementari, per me lo sono. Spesso mi capita di scrivere versi sulle mie foto o di comporre poesie descrivendo immagini che mi arrivano improvvise alla mente. Cerco di scrivere con la luce, farmi guidare da essa, che poi nasca una fotografia o una poesia non lo so mai prima.

La tua foto più bella? La foto più bella è quella dove ti sei immerso da essere un autoritratto. Come dice Franco Arminio, cerco di prendere pezzi di mondo e trarli in salvo. Forse per salvare me stesso. Spero sia la prossima. Ma non so se esistono foto belle o solo foto che comunicano. Se una mia foto o un mio progetto riesce a comunicare, a raccontare una realtà sconosciuta o da una prospettiva mia personale, lì credo di aver fatto un buon lavoro.

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