“L’EMIGRATO SARDO”, STORIA DI UNA RIVINCITA: IL LIBRO DI PEPPINO MUREDDU, CLASSE 1932, DALLA BARBAGIA AL NORD EUROPA PER LAVORO

Peppino Mureddu

di MARCO GALVANI

Dalla Sardegna al Nord Europa fino ad arrivare a Monza. Per godersi la pensione e mettere ordine ai ricordi e ai sacrifici di una vita. Per raccontare la sua vita da emigrato sardo con il desiderio di suggerire “consigli reali per trovare lavoro e mantenerlo, per vivere meglio e più a lungo”. Peppino Mureddu è ‘L’emigrato sardo’. Come il titolo del suo libro. Che è un diario segreto, ma anche un manuale di riscatto e rivincita. Rivolto ai giovani e ai migranti di oggi: “Non fatevi mantenere dagli altri, né dalla famiglia e nemmeno dallo Stato – il messaggio che si sfoglia nella sua esperienza –. Accettate il lavoro che c’è, ma non smettete mai di sognare in grande e provare a migliorare. Con lo studio e il sacrificio“.

Come ha fatto lui. Classe 1932, Giuseppe ‘Peppino’ Mureddu è nato a Lodine, quando ancora non era Comune ma una frazione di Gavoi, nel cuore della Barbagia. Non c’era niente. A scuola si andava a piedi, 5 chilometri in mezzo ai sentieri. E quando non si studiava o si giocava in mezzo ai campi, aiutava il papà allevatore. Il suo sogno? “Allora l’unica cosa strana che avevo visto era la corriera e così mio papà mi ha fatto prendere la patente, sono stato il primo del mio paese“, ricorda. Il primo lavoro da autista in lungo ein largo per la Sardegna, poi il militare fino alla scelta di tentare la fortuna in Europa. In Belgio: “Eravamo extracomunitari e noi italiani potevamo lavorare soltanto in miniera, non allo scoperto, alla luce del sole”.

Lo ha fatto per tre anni, ma nel frattempo ha seguito un corso di meccanica per corrispondenza e nel fine settimana studiato il tedesco. Perché “il mio obiettivo era andare in Germania alla Ford. E ce l’ho fatta: ho passato tutte le lavorazioni e le macchine, fino a diventare capo-squadra. Solo, lontano da casa. E’ stata dura, ma ho resistito perché volevo fare un po’ di risparmi per poi tornare in Italia e costruirmi un futuro“.

La svolta è stata alla stazione ferroviaria di Colonia. Lì arrivavano alcuni giornali italiani e “ho trovato l’annuncio che alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni cercavano personale. Così sono tornato”.

Il lavoro di giorno, i Salesiani di sera. Il diploma in elettronica. Ma ad annebbiare i suoi sogni è arrivata la crisi, il calo della produzione e la cassa integrazione: “Io ero già in età da pensione, quindi ho preferito farmi da parte per lasciare posto ai giovani padri di famiglia”.

Ma non certo per finire tutto il giorno sul divano a guardare la tv o al bar a giocare a carte. Si è buttato pure nel ramo delle assicurazioni. Mureddu ha lavorato fino a 81 anni, poi “ho deciso di fermarmi, anche se continuo a leggere, studiare, informarmi. Adesso, ad esempio, sto catalogando tutte le monete che ho raccolto in giro per il mondo. Un hobby, poi mi inventerò qualcosa d’altro. Non puoi stare a far niente, così la vecchiaia non la senti. Il riposo non giustificato è l’anticamera della fine”. E questo “vale per tutti. Anche per i giovani. Se sei sano e forte, devi cavartela da solo. Prima o poi arriva la tua occasione – assicura Mureddu –. Il minatore non era certo il lavoro che speravo, ma mi sono adeguato”.

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