LA GRANDE MONTAGNA DEL GIORNALISMO SARDO: L’ADDIO A PIERO MANNIRONI, UN MAESTRO E UNA FIRMA PRESTIGIOSA PER LA CARTA STAMPATA DELL’ISOLA

Piero Mannironi

di VITO BIOLCHINI

Quando ero giovane e a ventun anni, nel 1991, iniziai a collaborare con La Nuova Sardegna, ogni volta che leggevo i pezzi di Piero Mannironi provavo la stessa emozione di un alpinista che guarda l’Everest e pensa: “È irraggiungibile”. C’era in quegli articoli una forza assoluta, un’energia magnetica propria delle grandi montagne. Qual era il loro segreto? La scrittura colta e mai banale? L’accuratezza nel citare le fonti? Una scelta delle notizie che sfidava l’istinto di autoconservazione e mostrava un coraggio inusuale? Un senso di distacco dalle vicende narrate unito a una empatia forte per le persone? Rileggevo quegli articoli, poi li ritagliavo e li conservavo. In questo modo pensavo che qualcosa di quella sapienza giornalistica magicamente sarebbe rimasta anche a me. 

Piero Mannironi, scomparso improvvisamente ieri a Sassari all’età di 67 anni, è stato uno dei pochissimi giornalisti sardi in grado di reggere il confronto con le firme dei grandi quotidiani italiani. Dai suoi pezzi sprigionava un’indiscutibile autorevolezza. “Hai letto Mannironi?” era la domanda che ci facevamo ogni volta che la Nuova pubblicava una sua inchiesta. Perché erano articoli che lasciavano il segno, che non potevano passare inosservati.

Con la sua scomparsa Piero Mannironi lascia sì un vuoto enorme (perché era come l’Everest, irraggiungibile) ma da vero maestro qual era ci ha anche affidato tante lezioni che chi lo ha letto con attenzione ha appreso naturalmente.

Una per me è stata e continua ad essere fondamentale: Piero Mannironi ci ha dimostrato che anche quando tratta notizie scottanti, il giornalismo può e deve essere è indipendente. Dalla politica, dalla magistratura, dalle forze dell’ordine, da qualunque potere che cerchi di manipolarlo, di limitarlo o di trasformarlo in mero megafono. Perché il giornalismo ritrova in se stesso le ragioni della sua esistenza. A patto però di essere coraggioso, empatico, documentato, rigoroso.

Mannironi ha scritto inchieste importanti e delicate: sulla grande criminalità in Corsica (isola che amava), sulla strage del Moby Prince, sui sequestri di persona in Sardegna, su misteri ancora irrisolti come quello dell’elicottero della Finanza Volpe 132 abbattuto al largo di Feraxi nel 1994. Aveva tante fonti qualificate perché era un giornalista straordinario, si documentava moltissimo e la gente si fidava di lui. Ma non aveva paura di mettere in discussione quei poteri che vedono nel giornalismo solo un modo per diffondere le loro verità di parte. Mannironi ascoltava tutti, ma poi scriveva lui: non altri per interposta persona.

Da collega l’ho sentito diverse volte e l’ho incontrato paradossalmente una sola, pochi anni fa. Era felice, ed era felice della sua famiglia e dei suoi figli. Era l’ultima lezione che mi stava dando, la più importante: quella dell’amore.

Un abbraccio a Daniela e ai suoi figli. L’amore di Piero non li abbandonerà mai.

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