PANE E STORIE: ENRICO COSTA, LO SCRITTORE SASSARESE DELL’OTTOCENTO

Foto © Alberto Marceddu – Copia originale del libro “La bella di Cabras” e articolo dell’epoca

di MATTEO PORRU

È il 1851 e il bambino con gli occhi grandi che da qualche settimana lavora al panificio Costa a Cagliari si chiama Enrico, ha dieci anni e già tante cose da dimenticare. Suo padre, Domenico, avrebbe vissuto di musica, se solo avesse portato a casa abbastanza denaro da riuscire a sfamare le due bocche che lo aspettavano a casa e le altre due che sarebbero venute dopo, anche se da svezzare. E se solo la vita gliene avesse dato l’occasione, se non l’avesse fatto scomparire troppo presto, senza dargli nemmeno il tempo di tornare nella sua Liguria.

Enrico Costa, dopo quella morte, passa dal banco di scuola al piano di lavoro, con quintali di acqua e farina addosso e qualche pane uscito male, dalle mani sue e della madre, che le lacrime sono dense e fanno grumi nell’impasto.

Ma a Chicco non va di piangere, non gli si addice proprio, e da primogenito e uomo di casa non vuole neanche permettersi di farlo. Nel 1854 torna nella Sassari dove è nato perchè il destino gli ha dato un’altra mazzata e l’economia di famiglia non regge più, ma studia dai padri scolopi e nemmeno la febbre malarica gli impedisce di iniziare a scrivere, con umorismo, le sue prime poesie. E a leggere opere italiane e straniere, fra Manzoni e Scott, e poi prosa, poesia e teatro e qualche spartito, con la stessa passione gigante ereditata dal padre.

Passa da un lavoro all’altro, tesoriere regio, disegnatore, impiegato al catasto. Nel 1865 si sposa con Enrichetta ma dei sei figli che avranno soltanto tre riusciranno a chiamarli madre e padre. Forse da questa tragedia il titolo della raccolta poetica “Per la morte di una bambina”, pubblicata quattro anni dopo.

L’ultimo approdo lavorativo, alla Banca Nazionale, gli fa fare carriera e bella figura davanti ai colleghi, e il mondo bancario gli darà visibilità e soddisfazioni, tante: a Sassari, complice l’amicizia del musicista Luigi Canepa, per il quale scriverà diversi libretti, ormai dire Enrico Costa fa aprire tante porte. Enrico esordisce nella narrativa con “Paolina”, “La bella di Cabras”, “Il muto di Gallura” e “Giovanni Tolu” sono soltanto tre dei molti lavori che gli danno successo, l’ultimo dei quali tradotto anche in tedesco.

Fonda il periodico “La stella di Sardegna” e il quotidiano “Gazzettino sardo” che però sopravvive a stento per tre mesi. Vasta anche la produzione saggistica, dal respiro storico; è “Sassari” è la sua opera più apprezzata, un lungo e ampio racconto della città sarda, in quattro volumi.

Costa racconta la Sardegna, scrive in italiano sullo schema sardo, e nell’isola diventa un punto di riferimento tale che Grazia Deledda, durante un’intervista, si dichiara sua discepola.

È uno dei più grandi romanzieri che la Sardegna abbia mai avuto, soprattutto a livello storico. Ma la vita che gli sorride da anni gli mette il broncio nel 1890, quando lo travolge il tracollo della Cassa di Risparmio di Sassari e, dopo esperienze saltuarie come delegato a Buddusò e a Ozieri, finisce archivista del Comune e dietro quella scrivania muore, nel marzo del 1909.

L’uomo sepolto nel cimitero di Sassari si chiamava Enrico, aveva sessantotto anni e ancora tante, tantissime cose da scrivere.

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