“PLATERO ED IO”, SENZA DIMENTICARE L’AMORE: LAURA CUGUSI VIVE IN SPAGNA E RACCONTA LA SUA ESPERIENZA DI STUDIO

Laura Cugusi

di NOEMI MULAS

Laura Cugusi è una ragazza originaria di Ovodda, che ha conseguito la Laurea triennale in Lingue e Culture per la Mediazione Linguistica e recentemente quella Magistrale in Traduzione Specialistica dei Testi. Dalla Spagna ha accettato di essere intervistata per condividere con noi la sua esperienza di studio, ma non solo.  

Alla luce dei risultati, pensi che le tue radici abbiano influito sul tuo percorso? Che ruolo ha avuto la tua famiglia? «La famiglia è un cardine, e sempre lo sarà. Dai 18 anni, trasferita in città per la prima volta, sia ora che sono più lontana, la mia famiglia è sempre stata presente influenzandomi in modo positivo. Ha sempre cercato di tirar fuori il meglio di me. Per quanto riguarda lo studio, mia madre m’incoraggia sempre: le sono molto riconoscente. Nella famiglia “impari” e “insegni”. Ho un fratello e due sorelle più piccoli: persone stupende». 

Qual è stato il tuo percorso di studi? Come mai vivi in Spagna? «È stato un po’ tormentato perché la Laurea triennale l’ho discussa tempo fa. Una tesi che mostra l’attaccamento alle mie radici: uno studio su una particolare composizione aggettivale molto diffusa nella variante del sardo della mia comunità, e in generale nel sardo barbaricino. Ricordo con affetto l’elaborazione di quel glossario con gli anziani del paese, anche perché molti di loro non ci sono più. Sette anni fa ho iniziato a lavorare all’aeroporto di Cagliari-Elmas, dove ho avuto il mio primo contratto a tempo indeterminato. Pur avendo, però, la mia stabilità e indipendenza economica, non ho mai smesso di studiare. Vivo in Spagna perché, nel maggio dello scorso anno, ho conosciuto una persona durante il Cammino di Santiago. Ho deciso, quindi, di approfondire questa conoscenza. Dalla Spagna ho discusso la mia tesi online».  

Il tema della tua tesi? «Si tratta di un lavoro di letteratura spagnola su di un’opera molto famosa: una sorta di versione spagnola di Pinocchio, anche se la trama è differente. È considerata un libro per bambini, ma in realtà non lo è: s‘intitola Platero y yo (Platero ed io), scritta da Juan Ramón Jiménez. Sono le avventure del poeta, protagonista e voce narrante del suo asinello Platero. Secondo alcuni critici si può intravedere in quest’opera anche una complessa allegoria su alcuni aspetti della vita di Cristo, che è alla fine è ciò che ha reso l’opera così universale: è ambientata, infatti, in un paesino molto umile con stalle, pescatori, agricoltori, asinelli, bambini, ecc. La storia dell’asino e del suo padrone diventa una metafora universale attraverso simboli e insegnamenti che ricordano quelli della cultura cristiana. Ho scelto questa tesi grazie a Nereo, il mio fidanzato: Platero y yo ha segnato la sua vita. Aver studiato il testo di Jiménez in modo così approfondito è una sorta di regalo che ho voluto fargli». 

Ci sono delle differenze tra il sistema universitario italiano e quello spagnolo? «Esistono delle differenze, ma forse sono dovute alla crisi Covid-19. Ho un rapporto “digitale” coi miei colleghi: non ci siamo mai visti. Con molti ci sentiamo tutti giorni anche se vivono in Vietnam, Africa, ecc. C’è interazione, ma la relazione umana in questo momento si sta perdendo. Credo, però, sia un problema generale legato alla pandemia. Esiste, invece, una differenza nella valutazione dello studente. Le varie facoltà utilizzano la “valutazione continuata”, per cui tutte le settimane hai un piccolo esame da sostenere. È ottimo nel senso che ti aiuta a essere più costante, arrivando a fine corso senza dover studiare l’intero programma. Però non puoi rifiutare il voto: lo stesso meccanismo delle nostre scuole medie o superiori. Non male, ma differente».

Un ricordo o un aneddoto del tuo periodo trascorso in Spagna?

«Vivo in Spagna da un anno. Un anno un po’ difficile perché ho vissuto delle esperienze che forse avrei preferito condividere con la mia famiglia e mia nonna, che non ho visto per lungo tempo. Inoltre, continuo a imparare come se fossi ritornata bambina; anche dal punto di vista dello studio della lingua è uno stimolo continuo. Quando poi mi manca la Sardegna, vado nel balcone, guardo il mare e tutto si sistema. Nessun aneddoto in particolare, ma l’affetto degli spagnoli, la loro accoglienza, sono sensazioni che ho apprezzato e continuo ad apprezzare moltissimo».

Quali aspettative hai per il futuro? Pensi di rimanere in Spagna o intravedi la possibilità di un rientro in Sardegna? «Diciamo che tutti i sardi hanno un legame viscerale con la propria terra, quindi, non posso escludere un ritorno: la Sardegna mi manca. Per il momento sto facendo questa esperienza, e probabilmente inizierò a insegnare in Spagna. Potrei, però, lavorare con l’abilitazione all’insegnamento anche nella mia Isola. Il mio presente, però, è in Spagna».

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