STORIA ROCK PER L’ISOLA DEI MISTERI … E SANTA CRISTINA A PAULILATINO SI TRASFORMA IN STONEHENGE

pozzo di Santa Cristina

“Come una sorta di Stonehenge, questo favoloso monumento nazionale vecchio di cinquemila anni simboleggia la grande continuità della cultura insulare sarda, dalla preistoria al presente”. Questa specie di Stonehenge è il pozzo di Santa Cristina.

E chi ne parla bene così bene non è un sardo innamorato della sua terra. E nemmeno una guida turistica. Sono parole scritte da Julian Cope, un rocker inglese folgorato sulla via delle “pietre” e delle “tombe” sarde. Il passaggio è tratto da un romanzo uscito in lingua inglese sei anni fa e tradotto è pubblicato dalla casa editrice Elliot nel 2015. Come David Herbert Lawrence l’autore di Sea and Sardinia (più volte citato nel volume) Cope va in giro per la Sardegna. E il titolo del libro è 131, sì proprio il numero della Carlo Felice.

Solo che il rocker fondatore del gruppo Teardrop explodes fa delle deviazioni dalla strada che attraversa la Sardegna , attratto magicamente dalle pietre sarde e sacre. E si perde in mezzo alle campagne dell’isola, come un archeologo, alla ricerca di monumenti o di resti di monumenti della storia sarda. E ne rimane affascinato. Per il pozzo di Santa Cristina, a Paulilatino, sempre Cope parla di “acque ristoratrici cinte da mura protettive già dall’età del Bronzo” e di effetti benefici della sorgente. Impossibile resistere alla suggestione di quei 25 gradini che diventano sempre più stretti man mano che si scende con un effetto quasi magico di “scala rovesciata”.

Il viaggio dello strano turista inglese che di solito usa la chitarra si ferma, sempre lì vicino, a Bidil’e Pira, intorno a Paulilatino. Per ammirare, quasi nascosta in mezzo alla vegetazione, una tomba dei giganti larga tre metri e alta due. C’è la storia. Ma c’è anche la storia romanzata dall’autore. I monumenti sardi per Cope sono dei portali che consentono di viaggiare nel tempo sino, ad esempio, all’età delle caverne. E succede la stessa cosa anche dalle parti di Macomer con un’altra tomba dei Giganti detta S’altare o Castigadu. E, immancabilmente, il percorso passa per le tombe e della vallata del riu Madau, nella Barbagia di Ollolai con le sue sepolture rivolte verso sud est a una quindicina di chilometri da Fonni. Sui lastroni della camera sepolcrale molti disegni a sfondo mistico.

Il più celebre è la Stele di Madau con simboli legati al ciclo della natura. Ma qualcuno ha fatto notare che forse le opere d’arte non guardano alla terra, ma molto più in alto, alla costellazione delle Pleiadi. Anche in questo caso il portale conduce il protagonista lontano dalla Sardegna, nella mitica isola di Asgaard, diecimila anni fa. Non è proprio un tour convenzionale. Cope, da rocker underground, va alla ricerca una Sardegna underground, con testimonianze e percorsi meno battuti del solito, a parte naturalmente Santa Cristina. Forse anche per questo, forse volutamente perché un romanzo non è una enciclopedia, non dice, a proposito di tombe, che a Cagliari c’è la più grande necropoli punica del Mediterraneo, a Tuvixeddu con il suo fascino funereo volutamente preservato da chi si è occupato nei decenni scorsi della sua riscoperta e valorizzazione. Con una storia che meriterebbe un romanzo tutto per sè.

Non parla nemmeno della reggia di Barumini, monumento simbolo della civiltà nuragica. E non fa passare le avventure del protagonista della sua storia per la terra dei Giganti di Mont’e Prama . Con le statue custodi di un’altra importante necropoli. Ma a Cope, dal punto di vista archeologico, non si può dire niente. Tutto ciò che non è citato in 131 compare nel volume The Megalithic European. Anche lì parla di “grandi pietre” sarde: ed è un altro atto di amore verso l’isola che non è la sua. Ma che è entrata nel suo cuore.

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