BONARIA MANCA, L’ARTISTA – PASTORA: ORIGINARIA DI ORUNE, HA LASCIATO AI POSTERI LA STRAORDINARIA CASE DEI SIMBOLI A TUSCANIA

Bonaria Manca

di ANNA MARIA TURRA

Bonaria Manca, l’artista-pastora morta nella notte fra il 16 e il 17 ottobre scorso nella sua casa-museo di Tuscania, nella Tuscia laziale, era originaria di Orune dove era nata 95 anni fa e dove aveva vissuto fino al 1957. Aveva assorbito della Sardegna in generale i tratti del popolo che sa essere insieme stanziale e transumante.

Penultima di dodici figli di una facoltosa famiglia di pastori, – “guasconi dagli scherzi feroci e guardiani intransigenti di beni e valori familiari”, come li descrive Sebastiano Mariani nel suo libro Ghirthalos – aveva trascorso infanzia e adolescenza a svolgere compiti e assolvere doveri che la tradizione barbaricina imponeva a bambine e ragazze in attesa del matrimonio, prima di diventare “padrona” e quindi soggetto con potere di decidere.

Una vita passata sotto lo stretto controllo della famiglia, senza contatti col mondo esterno se non per le feste familiari, soggiogata dal dominante pensiero arcaico dentro e fuori le mura domestiche. Eppure in lei la dicotomia tra poteri maschili e femminili trovava una naturale legittimazione perché, se la donna era padrona del mondo casalingo e l’uomo governava il gregge, in lei la persona e l’artista coincidevano indifferentemente con la casa e il pascolo o, ancora, con l’essere e il tempo. Eccola allora, a metà degli anni Cinquanta, immigrata a Tuscania, vestire abiti maschili e diventare “pastora” in terra straniera: in molti ci vedono il suo modo per affermare una presenza, al di là di stereotipi di genere, lei appare davvero sempre troppo poco interessata alla questione. È la sua forza. Poi quando solitudine, silenzio e il cuore che le parla fanno sgorgare l’estro, Bonaria compra tele e colori nel colorificio del paese e, se fino ad allora aveva solo ricamato splendidi arazzi, inizia a dipingere tra i pochissimi amici che la frequentano e che accoglie a casa cantando melodie con parole scritte da lei o con i canti tradizionali dei pastori sardi.

Un po’ alla volta Bonaria ha assecondato quel desiderio profondo, e per anni compresso in un divenire d’immaginazione, di esplorare il mondo dell’arte, di comunicare, attraverso le immagini il suo mondo interiore, le sue origini, i valori della sua terra.

E un po’ alla volta la sua casa, la Casa dei Simboli, è diventata il luogo dei ricordi; pareti ricoperte da figure di animali, di uomini e donne, alberi, fiumi, la vita contadina, le lavandaie al fiume, il mare, figure surreali e religiose, arazzi. Dipinge sulle pareti di casa cantando e componendo versi e melodie.

La Casa dei Simboli è il nido di Bonaria, il luogo dove si legge il suo viaggio attraverso la vita, fra sogno e realtà.

«Bonaria è sorretta da uno straordinario spontaneismo multiforme che la fa vivere nel presente con il proprio mondo bambino» aveva detto di lei Vittorio Sgarbi, che aveva partecipato con il cineasta francese Jean-Marie Drot nel 2015 alla realizzazione di un pluripremiato documentario sulla vita dell’artista, L’Isola di Bonaria, di Jo Lattari con la regia di Luigi Simone.

La Casa dei Simboli è stata decretata Casa Museo dal Ministero dei Beni culturali nel 2015 e le opere di Bonaria sono oggi esposte a Roma, Viterbo, Cagliari, Parigi Lione, Ginevra, Marsiglia. L’artista-pastora ha vinto la sua battaglia personale e artistica e ci ha lasciato la testimonianza di un mondo vissuto e perduto trasferendolo nella sua pittura. In una rappresentazione del mondo realizzata nel silenzio e in una condizione di solitudine essenziale o assoluta.

In quello stesso suo misterioso modo di non contare sul consenso, il suo successo arriva codificato da una vera e propria un’unanimità, nel 2000 viene nominata ambasciatrice dell’Unesco.

Da quando la regione Sardegna istituisce comitati scientifici per ragionare sulla sua persona il mondo si accorge di lei, ma Bonaria impassibile produce secondo un suo schema che continua ad indagare ovunque: fila la lana, tesse da sola i suoi abiti, canta canzoni arcaiche. Vede i defunti e li dipinge così come le appaiono, niente sconti nelle linee rette e nella rettitudine delle sue dichiarazioni «Non posso farci niente se non mi credete» risponde serena a domande che sono anche le sue. Procede quasi suo malgrado a completare un lavoro che è come consegnato a un’umanità che non raggiunge, forse perché primordiale. E così facendo influenza tutto il tempo, anche quello a venire.

Rende nitide le sue percezioni essendo essa stessa interprete cristallina di una natura che accade nella fortezza di una vita, all’interno di una casa. Un’opera che ancora continua ad essere compiuta risuonando in un modo segreto, eroico e decisamente contro l’evidenza della sua scomparsa.

La sua morte disabita ancora una volta un confine, aggiunge la sua tra le figure totemiche accanto a scene bibliche, tra compagni di giochi e di metamorfosi in una famiglia parentale e metafisica.

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